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	<title>contenuto proteico - Grano Italiano</title>
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	<description>Il giornale dei cerealicoltori</description>
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		<title>DURO, LA SFIDA DELLE PROTEINE</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/duro-la-sfida-delle-proteine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 22:10:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fertilizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[azoto]]></category>
		<category><![CDATA[concimazione]]></category>
		<category><![CDATA[contenuto proteico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rese elevate e contenuto proteico non sempre procedono insieme. ll ruolo della genetica e dell'azoto secondo Michele De Santis.</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/duro-la-sfida-delle-proteine/">DURO, LA SFIDA DELLE PROTEINE</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La campagna 2025-2026 ha confermato che il frumento duro italiano può raggiungere livelli produttivi elevati quando le condizioni climatiche sono favorevoli. <strong>Ma ha anche riportato al centro dell&#8217;attenzione una delle questioni più delicate per la cerealicoltura: mantenere un adeguato contenuto proteico della granella mentre aumentano le rese.</strong></p>
<p>È su questo equilibrio che si concentrano le riflessioni di Michele De Santis, ricercatore dell&#8217;Università di Foggia, chiamato da Grano Italiano a commentare i risultati delle prove della Rete nazionale del frumento duro.</p>
<p>Il tema è particolarmente rilevante in una fase in cui gli agricoltori devono confrontarsi con costi dei mezzi tecnici elevati e margini economici ridotti, che possono condizionare le scelte di fertilizzazione.</p>
<h2>Più resa, ma attenzione alle proteine</h2>
<p>L&#8217;annata 2025-2026 è stata caratterizzata, nel complesso, da un andamento termo-pluviometrico favorevole, che ha consentito alla coltura di esprimere un elevato potenziale produttivo.</p>
<p>Nel Sud e nelle Isole, la resa media delle prove è stata di 5,43 t/ha, mentre nel Centro-Nord ha raggiunto 7,15 t/ha. Anche il confronto con le campagne precedenti conferma risultati generalmente positivi.</p>
<p>Il quadro qualitativo, tuttavia, è più articolato.</p>
<p>Nel Sud e nelle Isole il contenuto proteico medio si è attestato al 12,4%, con un valore particolarmente basso in Sardegna, pari al 9,6%. Nel Centro-Nord la media è stata del 13%, sostanzialmente in linea con quella dell&#8217;anno precedente ma inferiore di circa un punto percentuale rispetto alla media del quinquennio.</p>
<p>Dati che riportano l&#8217;attenzione sul cosiddetto effetto di diluizione dell&#8217;azoto: quando aumenta la produzione di granella, il contenuto proteico percentuale può diminuire se l&#8217;accumulo di azoto non cresce in misura proporzionale.</p>
<p>Una dinamica che rende più complesso conciliare le esigenze produttive dell&#8217;agricoltore con quelle qualitative della filiera molitoria e pastaria.</p>
<h2>La genetica può fare la differenza</h2>
<p>Secondo De Santis, la capacità di mantenere un buon contenuto proteico non dipende esclusivamente dalla disponibilità di azoto nel terreno o dalla quantità di fertilizzante distribuita.</p>
<p>«Vi sono varietà che sono più adatte ad accumulare azoto nella granella e a determinare un migliore contenuto proteico», osserva il ricercatore.</p>
<p>La scelta varietale può, quindi contribuire a contenere gli effetti della diluizione proteica, soprattutto nelle annate caratterizzate da produzioni elevate.</p>
<p>I risultati della Rete 2026 offrono alcune indicazioni interessanti.</p>
<p>Nel Sud e nelle Isole, RGT Aventadur e RGT Natur si sono distinte per il contenuto proteico, seguite da President, Marco Aurelio e Gregorio. In particolare, RGT Aventadur e Felsina hanno evidenziato un buon equilibrio tra resa e qualità.</p>
<p>Nel Centro-Nord, invece, Gregorio ha raggiunto un contenuto proteico medio del 14,1%, seguita da Marco Aurelio, Mameli e President. Marco Aurelio si è distinta anche per la capacità di combinare risultati produttivi e qualitativi favorevoli.</p>
<p><strong>Questi dati confermano l&#8217;esistenza di differenze genetiche significative nella capacità di accumulare proteine, pur senza eliminare il ruolo determinante della gestione agronomica. </strong><strong>Per l&#8217;agricoltore, la scelta della varietà deve quindi tenere conto non soltanto della resa attesa ma anche della destinazione commerciale del prodotto e degli obiettivi qualitativi richiesti.</strong></p>
<h2>Azoto: tra dilavamento e costi di produzione</h2>
<p>Se la genetica rappresenta una componente importante, la disponibilità di azoto durante il ciclo colturale rimane decisiva per la formazione delle proteine.</p>
<p>De Santis richiama due criticità che possono accentuare l&#8217;effetto di diluizione nelle annate particolarmente produttive.</p>
<p><strong>La prima riguarda le precipitazioni intense, che possono provocare perdite di azoto per dilavamento, riducendo la quota di nutriente effettivamente disponibile per la coltura. </strong><strong>La seconda è di natura economica: le difficoltà del mercato dei fertilizzanti possono spingere gli agricoltori a ridurre le unità di azoto distribuite, con possibili ripercussioni sulla qualità della granella.</strong></p>
<p>Sono due fattori differenti, ma che possono concorrere allo stesso risultato: una disponibilità di azoto insufficiente rispetto al potenziale produttivo espresso dalla coltura.</p>
<p>La questione, quindi, non è semplicemente aumentare le dosi di concime. Occorre piuttosto migliorare la corrispondenza tra disponibilità del nutriente, fabbisogni della coltura e condizioni ambientali. Una strategia che richiede di valutare attentamente le caratteristiche del terreno, l&#8217;andamento meteorologico e la risposta delle diverse varietà.</p>
<p>Con margini economici ridotti, infatti, ogni intervento deve essere giustificato non soltanto dal possibile incremento produttivo o qualitativo, ma anche dalla sua convenienza economica.</p>
<h2>Servono prove più vicine alle aziende</h2>
<p>Proprio il rapporto tra varietà e gestione agronomica rappresenta, secondo De Santis, una delle principali direzioni verso cui dovrebbe evolvere la sperimentazione.</p>
<p>Il ricercatore sottolinea la necessità di affiancare al lavoro della Rete nazionale una maggiore interazione con il territorio, per valutare meglio la risposta varietale a differenti livelli di nutrizione e a diverse epoche di semina.</p>
<p>È un passaggio importante perché le prove varietali, pur fornendo informazioni indispensabili, non permettono sempre di prevedere come una cultivar risponderà a strategie agronomiche differenti da quelle adottate nella sperimentazione. Una varietà capace di raggiungere un elevato contenuto proteico in determinate condizioni potrebbe comportarsi diversamente con una disponibilità di azoto più limitata o con un diverso calendario di semina.</p>
<p>Approfondire queste interazioni consentirebbe di fornire indicazioni più direttamente applicabili nelle aziende agricole, aiutando i cerealicoltori a scegliere non soltanto quale varietà seminare ma anche come gestirla.</p>
<h2>Dai dati della Rete ai modelli previsionali</h2>
<p>Un&#8217;ulteriore prospettiva riguarda l&#8217;impiego dei modelli di simulazione colturale, i cosiddetti <em>Crop Simulation Models</em> (CSM).</p>
<p>Si tratta di strumenti basati su modelli matematici e probabilistici che permettono di simulare la risposta delle colture alle condizioni ambientali e alle scelte agronomiche, integrando informazioni relative al meteo, al terreno e alle caratteristiche della pianta.</p>
<p>De Santis evidenzia come i dati raccolti dalla Rete nazionale possano rappresentare una base preziosa per alimentare e validare questi modelli, contribuendo a migliorare la comprensione dei processi che determinano le prestazioni agronomiche del frumento duro.</p>
<p>I CSM sono inoltre alla base di numerosi sistemi di supporto alle decisioni, i DSS, utilizzati nell&#8217;agricoltura di precisione. La prospettiva è passare progressivamente dalla semplice osservazione dei risultati sperimentali alla possibilità di prevedere la risposta delle colture in scenari differenti.</p>
<p>Questo potrebbe aiutare a valutare, ad esempio, gli effetti di diverse strategie di fertilizzazione o epoche di semina, individuando le combinazioni più adatte ai singoli ambienti.</p>
<h2>Prepararsi al clima che cambia</h2>
<p>L&#8217;utilità di questi strumenti non si limita alla gestione delle colture attuali.</p>
<p>Secondo De Santis, i modelli potranno contribuire anche a individuare gli <em>ideotipi</em>, cioè i modelli ideali di pianta, più adatti agli scenari climatici futuri, orientando il miglioramento genetico verso caratteristiche capaci di garantire prestazioni soddisfacenti in condizioni ambientali differenti.</p>
<p>È una prospettiva che collega ricerca genetica, sperimentazione agronomica e strumenti digitali, con l&#8217;obiettivo di rendere la coltivazione del frumento duro più efficiente e meno esposta alla variabilità climatica.</p>
<p>Per gli agricoltori, la sfida resta concreta: <strong>ottenere produzioni economicamente sostenibili senza sacrificare la qualità della granella</strong>, utilizzando al meglio le risorse disponibili. La campagna 2026 dimostra che rese elevate sono possibili. Il passo successivo è comprendere come renderle compatibili, con maggiore regolarità, con gli standard proteici richiesti dalla filiera e con i costi che le aziende agricole possono effettivamente sostenere.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/duro-la-sfida-delle-proteine/">DURO, LA SFIDA DELLE PROTEINE</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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