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	<title>difesa - Grano Italiano</title>
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	<description>Il giornale dei cerealicoltori</description>
	<lastBuildDate>Mon, 31 Aug 2026 05:53:59 +0000</lastBuildDate>
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	<title>difesa - Grano Italiano</title>
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		<title>IL &#8220;TOPO&#8221; MANGIA-INSETTI</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/il-topo-mangia-insetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 05:53:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Fauna]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[Topo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è un roditore ma un instancabile alleato dei cerealicoltori</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/il-topo-mangia-insetti/">IL &#8220;TOPO&#8221; MANGIA-INSETTI</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1" style="text-align: left;">Quando lo sguardo attraversa le distese dorate dei campi di grano italiani, l&#8217;immagine che si imprime nella mente è quella di un paesaggio maestoso, quasi immobile, dominato dal ritmo delle stagioni e dal soffio del vento. Dalle colline piemontesi alle pianure emiliane, dai tavolieri pugliesi fino al cuore interno della Sicilia, le spighe piegate dal sole raccontano da millenni una storia di lavoro umano, tradizione culinaria e fertilità della terra. Tuttavia, al di sotto di questa apparente tranquillità, proprio dove gli steli incontrano la terra umida, pulsa un microcosmo frenetico e brulicante di vita, la cui esistenza è strettamente intrecciata con la salute della nostra agricoltura.</p>
<p class="p1">In questo regno nascosto, al riparo dalla vista dei passanti e sotto la protezione delle foglie secche e dei solchi del terreno, si muove uno dei più piccoli e straordinari abitanti della campagna italiana: la crocidura minore, nota scientificamente come <i>Crocidura suaveolens</i>. Frequentemente scambiata per un comune topo da chi la osserva distrattamente, questa creatura non appartiene al gruppo dei roditori, bensì a quello dei piccoli mammiferi insettivori. Con il suo musetto allungato e la sua energia instancabile, la crocidura minore è un personaggio centrale nella narrazione ecologica dei nostri cerealicoltori. Comprendere la sua storia e il suo ruolo significa riscoprire il legame profondo che unisce la qualità del grano italiano alla biodiversità selvaggia che vive ai margini dei nostri campi.</p>
<h2 class="p1"><b>L&#8217;Identità del Cacciatore delle Spighe</b></h2>
<p class="p1">Per conoscere davvero la crocidura minore occorre osservarla da vicino, superando i pregiudizi che spesso accompagnano i piccoli mammiferi sotterranei. Con una lunghezza che supera di poco i cinque centimetri e un peso che si attesta su una manciata di grammi, questo piccolo insettivoro incarna la perfezione dell&#8217;adattamento all&#8217;ambiente di superficie e di sottobosco. La sua livrea presenta tonalità grigio-brune sul dorso, che sfumano dolcemente verso un grigio più chiaro sul ventre, offrendo un camuffamento impeccabile tra le zolle di terra, le paglie rimaste dal raccolto e la vegetazione spontanea.</p>
<p class="p1">Uno degli elementi morfologici più affascinanti e distintivi di questa specie risiede nella sua dentatura. A differenza di altri esponenti della famiglia dei soricidi che presentano smalto pigmentato di rosso, la crocidura minore appartiene alla sottofamiglia delle crocidurine, caratterizzata da denti completamente bianchi. La testa è dominata da un muso lungo, mobile e flessibile, ricoperto da una fitta serie di vibrisse sensibilissime che agiscono come veri e propri radar tattili nelle tenebre del sottosuolo e della vegetazione fitta. La coda, ricoperta da una peluria sottile ma cosparsa di peli più lunghi, con funzione sensoriale, completa la figura di un animale progettato dalla natura per muoversi con rapidità e precisione millimetrica.</p>
<p class="p1">Ciò che caratterizza la vita quotidiana di <i>Crocidura suaveolens</i> è il suo metabolismo impressionante. Essendo un animale dalle dimensioni estremamente ridotte, la disperdimento del calore corporeo avviene a ritmi velocissimi. Per sopravvivere e mantenere costante la propria temperatura interna, la crocidura è costretta a consumare ogni giorno una quantità di cibo che può raggiungere, o persino superare, il proprio peso corporeo. Questo bisogno primario trasforma la sua esistenza in una caccia quasi ininterrotta, suddivisa in brevi cicli di attività frenetica alternati a rapidi momenti di riposo, sia di giorno che di notte.</p>
<h2 class="p1"><b>Un Alleato Naturale tra le File del Cereale</b></h2>
<p class="p1"><span style="font-size: 16px;">È proprio questa fame insaziabile a rendere la crocidura minore una figura di fondamentale importanza per chi coltiva la terra con rispetto e lungimiranza. Nel contesto di un campo di grano, l&#8217;attività predatoria di questo piccolo mammifero si traduce in un servizio ecologico di inestimabile valore. La dieta della crocidura non include semi, radici o chicchi di grano; essa è infatti una predatrice pura, il cui menu è composto da una vasta gamma di invertebrati che popolano il suolo agragrio.</span></p>
<p class="p1">Coleotteri, larve, bruchi, cavallette, gasteropodi, centopiedi, ragni e vari insetti dannosi per le colture costituiscono la base della sua alimentazione. Molti di questi organismi, se presenti in numeri eccessivi, possono attaccare l&#8217;apparato radicale delle giovani piante di frumento o danneggiare i germogli nelle prime fasi di sviluppo. Muovendosi come un guardiano silenzioso tra le crepe della terra e i detriti vegetali, la crocidura svolge una costante azione di contenimento biologico. Senza rumore e senza provocare alcun danno alle spighe, rimuove migliaia di potenziali parassiti, contribuendo a mantenere l&#8217;equilibrio della fauna del suolo.</p>
<p class="p1">In un&#8217;epoca in cui la cerealicoltura italiana è sempre più orientata verso la sostenibilità, la riduzione dell&#8217;uso di sostanze chimiche e la valorizzazione della filiera naturale, la presenza della crocidura minore rappresenta un indicatore biologico di grande rilievo. Un campo in cui questo insettivoro riesce a insediarsi e a prosperare è un campo dove la catena alimentare è viva, dove il suolo conserva una buona struttura organica e dove l&#8217;ecosistema agricolo possiede le risorse interne per autodifendersi dagli squilibri parassitari.</p>
<h2 class="p1"><b>Tra il Grano e i Margini: Un Microcosmo Rurale</b></h2>
<p class="p1">La presenza della crocidura minore nei campi di grano non è tuttavia casuale; essa dipende strettamente dalla struttura del paesaggio rurale. La monocoltura intensiva e priva di interruzioni rappresenta per questo animale un ambiente ostile e insostenibile. La crocidura necessita di una rete di microhabitat che circondi o attraversi le particelle coltivate.</p>
<p class="p1">I margini dei campi, i fossi di scolo, i muretti a secco, i cumuli di pietre e soprattutto le siepi e i filari alberati costituiscono le roccaforti vitali per la specie. In questi spazi non lavorati dalle macchine agricole, la crocidura trova rifugio sicuro contro i predatori, materiali morbidi come muschio e erba secca per costruire i propri nidi e una riserva costante di cibo anche nei periodi in cui il campo arato appare spoglio.</p>
<p class="p1">Durante la primavera, quando il grano cresce alto e verde fornendo una copertura ombrosa e fresca, la crocidura si avventura in profondità tra le righe del cereale, ampliando il proprio raggio di caccia. Con l&#8217;arrivo dell&#8217;estate e la successiva mietitura, il paesaggio cambia radicalmente in poche ore. Il campo dorato si trasforma in una distesa di stoppie soleggiate. In questo momento critico, la disponibilità di siepi perimetrali e zone d&#8217;ombra diventa fondamentale per la sopravvivenza dei piccoli abitanti del campo, che vi si rifugiano in attesa che la terra torni a coprirsi di vegetazione.</p>
<p class="p1">La vita sociale della crocidura minore offre inoltre spunti di straordinaria poesia naturalistica. Nel periodo riproduttivo, le femmine danno alla luce piccoli ciechi e svestiti di pelo all&#8217;interno di nidi rotondi accuratamente intrecciati. Quando i piccoli crescono e iniziano ad esplorare il mondo esterno insieme alla madre, mettono in atto un comportamento unico noto come &#8220;carovana&#8221;. Se la femmina avverte un pericolo o decide di spostare la cucciolata, il primo piccolo afferra saldamente con i denti la base della coda della madre, il secondo afferra la coda del fratello e così via, formando un&#8217;unica catena vivente che si muove all&#8217;unisono tra l&#8217;erba. Questo meccanismo perfetto evita che i cuccioli si smarriscano durante i trasferimenti nel fitto della vegetazione.</p>
<h2 class="p1" style="text-align: left;"><b>Il Battito dell&#8217;Agrosistema e la Rete Trofica</b></h2>
<p class="p1">Oltre ad essere un&#8217;efficace predatrice di invertebrati, la crocidura minore occupa una posizione snodo essenziale nella complessa rete trofica della campagna italiana. Essa rappresenta infatti una fonte alimentare di primaria importanza per un&#8217;ampia serie di predatori superiori che popolano i nostri ambienti rurali.</p>
<p class="p1">I rapaci notturni, in particolare il barbagianni (<i>Tyto alba</i>) e la civetta (<i>Athene noctua</i>), dipendono in grande misura dalla cattura dei piccoli mammiferi che si muovono nei campi aperti durante le ore di buio. Lo studio dei borra di borragione — i piccoli boli in digeriti rigurgitati dai rapaci — rivela spesso la presenza dei minuscoli crani ricurvi e dei denti candidi della crocidura, testimoniando la sua centralità nella dieta di questi splendidi volatili. Anche rapaci diurni come il ghiozzo e il gheppio, oltre a volpi, donnole, bisce e orbettini, trovano nella crocidura un nutrimento fondamentale.</p>
<p class="p1">Questa duplice veste di predatore vorace e di preda vitale trasforma la crocidura minore in un vero e proprio motore dell&#8217;agrosistema. Se la popolazione di crocidure crolla a causa della distruzione del loro habitat o dell&#8217;inquinamento da pesticidi a largo spettro, l&#8217;impatto si riflette cascata sull&#8217;intero ecosistema rurale: aumenta la pressione degli insetti nocivi sul grano e diminuisce la disponibilità di cibo per i rapaci e i carnivori utili alla campagna.</p>
<h2 class="p1"><b>Custodire la Biodiversità per Nutrire il Futuro</b></h2>
<p class="p1">La storia della crocidura minore tra le spighe di grano ci conduce inevitabilmente ad una riflessione più profonda sul significato dell&#8217;agricoltura moderna e sulla visione che guida la produzione del grano italiano. Il grano non è semplicemente una merce o una materia prima industriale; è il frutto di un dialogo millenario tra l&#8217;ingegno dell&#8217;uomo, la fertilità della terra e l&#8217;equilibrio della natura.</p>
<p class="p1">La tutela della biodiversità non è un elemento decorativo o un vincolo esterno all&#8217;attività agricola, ma rappresenta il fondamento stesso della sua resilienza. Pratiche agricole consapevoli — come il mantenimento delle siepi campestri, la creazione di fasce tampone inerbite, la riduzione delle lavorazioni profonde del terreno e l&#8217;adozione dell&#8217;agricoltura integrata o biologica — offrono a specie come <i>Crocidura suaveolens</i> la possibilità di continuare a vivere e lavorare al fianco degli agricoltori.</p>
<p class="p1">Quando portiamo in tavola il pane, la pasta o i prodotti da forno realizzati con 100% grano italiano coltivato nel rispetto dell&#8217;ambiente, stiamo scegliendo di sostenere molto più di un&#8217;eccellenza gastronomica. Stiamo premiando un modello territoriale che conserva il paesaggio rurale, garantisce la salute dei suoli e protegge un patrimonio di vita invisibile ma preziosissimo.</p>
<p class="p1">In ogni spiga che matura al sole d&#8217;Italia c&#8217;è il lavoro dell&#8217;agricoltore, la forza della terra e il contributo silenzioso di minuscoli custodi come la crocidura minore, che nell&#8217;ombra dei solchi continuano, giorno dopo giorno, a proteggere la ricchezza dei nostri campi.</p>
<p class="p1"><b>Scheda Biologico-Scientifica: </b><b><i>Crocidura suaveolens</i></b><b> (Pallas, 1811)</b></p>
<p class="p1"><b>Inquadramento Tassonomico e Distribuzione</b></p>
<p class="p1">La crocidura minore, scientificamente denominata <i>Crocidura suaveolens</i>, è un piccolo mammifero placentato appartenente all&#8217;ordine degli Eulipotiﬂi (<i>Eulipotyphla</i>) e alla famiglia dei Soricidi (<i>Soricidae</i>). All&#8217;interno di questa famiglia, la specie si colloca nella sottofamiglia delle Crocidurine (<i>Crocidurinae</i>), gruppo che raccoglie i cosiddetti chiroterii o crocidure a denti bianchi.</p>
<p class="p1">Dal punto di vista biogeografico, <i>Crocidura suaveolens</i> presenta una distribuzione prevalentemente paleartica. Il suo areale si estende attraverso l&#8217;Europa centrale e meridionale, arrivando fino al Vicino Oriente e a diverse regioni dell&#8217;Asia centrale. In Italia la specie è ampiamente diffusa lungo tutta la Penisola e presente nelle principali isole, popolando prevalentemente gli ambienti di pianura, collina e media montagna fino a circa 1.200 metri di altitudine.</p>
<p class="p1"><b>Caratteristiche Morfologiche e Adattamenti Fisiologici</b></p>
<p class="p1">Dal punto di vista biometrico, la crocidura minore si distingue per le sue dimensioni estremamente contenute. La lunghezza del corpo, misurata dalla punta del muso alla radice della coda, varia tra i 50 e i 75 millimetri, mentre la coda misura indicativamente tra i 25 e i 40 millimetri, rappresentando circa il 50-60% della lunghezza totale del corpo. Il peso medio di un individuo adulto si attesta tra i 4 e i 10 grammi.</p>
<p class="p1">Il mantello è composto da una pelliccia fitta e soffice, con una colorazione dorsale che spazia dal grigio-bruno al marrone cenerino, la quale sfuma in modo abbastanza netto verso tonalità grigio-biancastre sul ventre. Morfologicamente, la specie è caratterizzata da una testa allungata che termina con un muso agile e flessibile, riccamente dotato di vibrisse tattili indispensabili per l&#8217;orientamento negli spazi stretti e nel buio. A differenza di altri soricidi (come i componenti della sottofamiglia <i>Soricinae</i>), i padiglioni auricolari della crocidura minore sono chiaramente visibili all&#8217;esterno del mantello. Un altro elemento distintivo è la coda, ricoperta da una peluria sottile su cui s&#8217;innestano peli sensoriali più lunghi e isolati.</p>
<p class="p1">La dentatura comprende 28 denti con formula dentaria I 3/1, C 1/1, P 1/1, M 3/3. La caratteristica anatomica fondamentale del genere <i>Crocidura</i> risiede nelle corone dentarie completamente bianche, prive dei depositi di ossido di ferro che conferiscono il tipico colore rosso-brunastro ai denti delle specie appartenenti al genere <i>Sorex</i>.</p>
<p class="p1"><b>Ecologia, Regime Alimentare e Metabolismo</b></p>
<p class="p1"><i>Crocidura suaveolens</i> è una specie ad elevata ecletticità ecologica, che predilige ambienti aperti e semi-aperti caratterizzati da una buona copertura di vegetazione erbacea o arbustiva. Trova il suo habitat ideale nei margini dei campi coltivati, nelle siepi campestri, lungo le scarpate dei fossi, nei muretti a secco e nelle zone ruderali, dove può muoversi al riparo dai predatori.</p>
<p class="p1">Fisiologicamente, la crocidura minore possiede un tasso metabolico basale eccezionalmente alto, combinato con una superficie corporea elevata rispetto alla massa totale e una scarsissima capacità di accumulare riserve adipose. Per mantenere la temperatura corporea e sostenere le funzioni vitali, l&#8217;animale necessita di assumere quotidianamente una quantità di cibo pari all&#8217;80-100% del proprio peso corporeo.</p>
<p class="p1">Questa esigenza energetica condiziona direttamente il suo stile di vita: la crocidura presenta un ritmo di attività di tipo catemerale o polifasico, intervallando brevi cicli di caccia e alimentazione a rapidi periodi di riposo nell&#8217;arco delle 24 ore, con un incremento dei picchi di attività durante le fasi crepuscolari e notturne. La sua dieta è strettamente carnivora ed insettivora: predilige invertebrati epigei e del primo strato di suolo, tra cui coleotteri, ortotteri, larve d&#8217;insetto, gasteropodi terrestri, chilopodi e aracnidi.</p>
<p class="p1"><b>Biologia Riproduttiva e Dinamica Popolazionale</b></p>
<p class="p1">La stagione riproduttiva della crocidura minore si estende dall&#8217;inizio della primavera alla fine dell&#8217;autunno (indicativamente da marzo a ottobre). Dopo una gestazione che dura circa 27-30 giorni, la femmina dà alla luce una cucciolata composta mediamente da 3 a 6 piccoli, ciechi, privi di pelo e del tutto inetti. Durante l&#8217;anno una femmina adulta può portare a termine fino a 3 o 4 gravidanze.</p>
<p class="p1">I piccoli rimangono all&#8217;interno di un nido sferico intrecciato con fibre vegetali, muschio e foglie secche. Lo sviluppo ontogenetico è rapido: attorno ai 20-26 giorni dalla nascita viene completato lo svezzamento e i giovani raggiungono l&#8217;indipendenza. In questa fase è possibile osservare un comportamento sociale caratteristico noto come &#8220;carovana&#8221;: durante gli spostamenti al di fuori del nido, i cuccioli formano una catena coesa afferrando con i denti la base della coda del fratello o della madre che li precede, garantendo la compattezza del gruppo nei trasferimenti all&#8217;interno della vegetazione fitta.</p>
<p class="p1">L&#8217;aspettativa di vita in natura è ridotta e raramente supera i 12-18 mesi, a causa dell&#8217;intensa attività metabolica e dell&#8217;elevata pressione predatoria a cui la specie è sottoposta.</p>
<p class="p1"><b>Valore Agroecologico e Stato di Conservazione</b></p>
<p class="p1">All&#8217;interno degli agrosistemi, <i>Crocidura suaveolens</i> svolge un doppio ruolo ecologico di primaria importanza. Da un lato, agisce come agente naturale di controllo biologico, contenendo le popolazioni di insetti e invertebrati potenzialmente dannosi per le colture agricole (come i cereali e gli ortaggi). Dall&#8217;altro, rappresenta una risorsa trofica fondamentale per un gran numero di predatori apicali della campagna, tra cui rapaci notturni (in particolare il barbagianni, <i>Tyto alba</i>, e la civetta, <i>Athene noctua</i>), rapaci diurni, serpenti e piccoli carnivori come la donnola e la volpe.</p>
<p class="p1">Attualmente, la specie è classificata dalla IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) nella categoria <i>Least Concern</i> (A rischio minimo), sia a livello globale sia nazionale, grazie alla sua ampia distribuzione e alle popolazioni complessivamente stabili. Tuttavia, la specie risulta sensibile ad alcune dinamiche di alterazione del paesaggio rurale, tra cui l&#8217;eliminazione delle siepi e dei muretti a secco, la frammentazione degli habitat naturali e l&#8217;uso indiscriminato di insetticidi a largo spettro, che riducono direttamente la disponibilità delle sue prede elettive.</p>
<p class="p1"><b>BIBLIOGRAFIA</b></p>
<p class="p5">Mario Spagnesi e Anna Maria De Marinis,<i> Mammiferi D&#8217;Italia</i>, <i>Crocidura minore Crocidura suaveolens</i> (Pallas, 1811)<span class="Apple-converted-space">  </span>(2016) p.31</p>
<p class="p5">V. A. Gritsyshin, I. V. Artyushin, V. O. Burskaya, B. I. Sheftel, V. S. Lebedev &amp; A. A. Bannikova <i>Phylogeography of the White-Toothed Shrews Crocidura suaveolens and Crocidura sibirica: Searching for the Geographical Homeland </i>(2022) Volume 49 pp.1-13</p>
<p class="p5">Haring, V. C., et al. . <i>White-Toothed Shrews (Genus Crocidura): Potential Reservoirs for Zoonotic Pathogens</i>. (2023)</p>
<p class="p5">Giovanni Amori &amp; Riccardo Castiglia <i>Le specie presenti in Italia Crocidura suaveolens (Pallas, 1811) </i>pp.1-2</p>
<p class="p5">Giovanni Amori, Luigi Corsetti, Carmine Esposito <i>Mammiferi dei Monti Lepini</i> (2002) pp. 48-49</p>
<p class="p5">Progetto Fauna <i>Parco Regionale dei Colli Euganei Breve sintesi sulla bibliografia faunistica dei Colli Euganei</i><span class="Apple-converted-space">  </span>(2003) p.37</p>
<p class="p5">Mario Spagnesi <i>Uomo e Natura</i> <i>Crocidura suaveolens</i> (Pallas, 1811) (2018)</p>
<p><em>Autori:</em></p>
<p class="p2"><i>Alessio Stefanelli (naturalista) &amp; Paolo Bonivento (perito agrario laureato)</i></p>
<p class="p2"><i><a href="https://www.xyz-lab.it/" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Studio Professionale dr. Paolo Bonivento</a> – Trieste/Brescia/Roma/Napoli</i></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
<p class="p7"><strong><em>Puoi seguirci anche sui social, siamo su <a href="https://www.facebook.com/granoitaliano1" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-vendor="19" data-cmp-ab="2">Facebook</a>, <a href="https://www.linkedin.com/company/granoitaliano" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-vendor="60" data-cmp-ab="2">Linkedin</a> e <a href="https://www.instagram.com/granoitaliano.eu/" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Instagram</a></em></strong></p>
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		<title>LA LEPRE CHE RASA IL GRANO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-lepre-che-rasa-il-grano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 04:52:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sole sorgeva lentamente sulle distese dorate della pianura, accarezzando le punte delle spighe di grano che oscillavano pigramente sotto la brezza mattutina. In quel mare di cereali, apparentemente immobile, viveva un fantasma. Non era un roditore qualunque, sebbene per secoli l’uomo lo avesse erroneamente scambiato per tale. Era la Lepus europaeus, la lepre comune: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Il sole sorgeva lentamente sulle distese dorate della pianura, accarezzando le punte delle spighe di grano che oscillavano pigramente sotto la brezza mattutina. In quel mare di cereali, apparentemente immobile, viveva un fantasma. Non era un roditore qualunque, sebbene per secoli l’uomo lo avesse erroneamente scambiato per tale. Era la <i>Lepus europaeus</i>, la lepre comune: un atleta della natura, un corridore da 70 km/h racchiuso in sette chili di muscoli e sensi affilati.</p>
<p class="p1">A differenza dei suoi cugini conigli, che preferiscono la sicurezza delle gallerie sotterranee, la lepre è una creatura dell’aperto. Il suo &#8220;rifugio&#8221; è una semplice depressione nel terreno, dove si accovaccia confidando in un mimetismo perfetto. Le sue lunghe orecchie, capaci di captare il minimo fruscio, e i suoi occhi posizionati lateralmente le offrono una visione panoramica del pericolo. Ma la lepre non è solo una preda; per chi coltiva la terra, essa rappresenta una sfida silenziosa e costante.</p>
<h2 class="p1"><b>Il flagello dei campi: il grano sotto attacco</b></h2>
<p class="p1">Se durante la primavera e l’estate la lepre si concede il lusso di scegliere tra erbe tenere, germogli e frutti, è con l&#8217;avanzare della stagione che il suo rapporto con l&#8217;agricoltura si fa conflittuale. Quando le risorse naturali scarseggiano, il suo sguardo si volge alle distese coltivate dall&#8217;uomo, e il grano diventa uno dei suoi obiettivi principali.</p>
<p class="p1">La nocività della lepre sulle colture cerealicole, in particolare sul grano, è un fenomeno che preoccupa gli agricoltori da generazioni. Non si tratta solo di ciò che mangia, ma di come lo fa. La lepre, dotata di incisivi a crescita continua (sei in totale, a differenza dei quattro dei roditori), ha bisogno di rodere costantemente. Nelle fasi iniziali della crescita del grano, le lepri possono letteralmente &#8220;rasare&#8221; ampie porzioni di campo, recidendo i giovani steli alla base. Questo comportamento non solo impedisce alla pianta di svilupparsi, ma può distruggere interi lotti prima ancora che abbiano la possibilità di maturare.</p>
<p class="p1">Nelle annate di particolare siccità, il danno si aggrava. La lepre cerca l&#8217;umidità necessaria alla sopravvivenza direttamente nelle piante succulente o addirittura mordendo gli impianti di irrigazione a goccia, compromettendo le infrastrutture agricole. Ma è nel cuore dell&#8217;inverno che la sua presenza diventa devastante: quando il manto nevoso copre le erbe basse, la lepre si sposta verso i frutteti e i giovani fusti di alberi, rosicchiando la corteccia e lasciando ferite profonde che espongono le piante a patogeni mortali.</p>
<h2 class="p1"><b>Una lotta di ingegno e barriere</b></h2>
<p class="p1">L&#8217;agricoltore, per proteggere il frutto del proprio lavoro, è costretto a una guerra di posizione. C&#8217;è chi si affida alla protezione meccanica, installando chilometri di reti a maglie esagonali, una soluzione efficace ma dal costo esorbitante. Altri tentano la via della chimica &#8220;naturale&#8221;, spargendo repellenti dall&#8217;odore acre, come miscugli di aglio e uova fermentate, sperando che il raffinato olfatto della lepre la spinga a cercare cibo altrove. Altri ancora provano la via della dissuasione, lasciando cumuli di scarti di frutta ai margini dei campi per deviare l&#8217;attenzione degli animali dalle preziose spighe di grano.</p>
<h2 class="p1"><b>Un equilibrio precario</b></h2>
<p class="p1">Nonostante la sua reputazione di &#8220;flagello&#8221;, la lepre europea sta vivendo un momento difficile. L&#8217;intensificazione delle pratiche agricole, la riduzione delle siepi naturali e la diffusione di malattie virali come l&#8217;EBHS (la sindrome della lepre bruna) hanno portato a un declino delle popolazioni in molte aree. Paradossalmente, proprio l&#8217;uomo che cerca di scacciarla dai campi è anche colui che ha alterato il suo habitat a tal punto da spingerla a diventare sempre più dipendente dalle colture intensive.</p>
<p class="p1">Mentre il giorno si fa pieno, la lepre rimane immobile tra le file di grano. È un equilibrio sottile tra natura e sopravvivenza umana. Per l&#8217;animale, quel campo è una risorsa vitale; per l&#8217;uomo, è il pane di domani. E così, tra mimetismo e fuga, la lepre continua la sua corsa millenaria, testimone silenziosa di un paesaggio agricolo che cambia, ma che non può fare a meno delle sue ombre veloci.</p>
<p class="p1">Il viaggio della lepre europea non è solo una questione di velocità, ma di un’efficienza biologica quasi implacabile. Se il danno alle colture di grano appare devastante, la ragione risiede in una macchina digestiva progettata per non sprecare nulla. La lepre pratica la cecotrofia: un processo che la costringe a ingerire le proprie &#8220;feci molli&#8221; per recuperare nutrienti essenziali dalla cellulosa. Questo significa che, per una lepre, ogni stelo di grano non è solo un pasto, ma una risorsa da processare due volte.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Quando il grano è ancora giovane, nel pieno della sua fase vegetativa, la lepre agisce con precisione chirurgica. Non si limita a brucare; essa recide il colletto della pianta, la parte più tenera e vitale. In una sola notte, un piccolo gruppo di lepri può ripulire interi filari, lasciando dietro di sé una distesa di germogli mozzati che non vedranno mai la spiga. Questo attacco precoce è il più temuto dagli agricoltori: se la pianta perde la sua spinta iniziale, la resa del raccolto crolla drasticamente, rendendo vani mesi di preparazione del terreno e semina.</p>
<h2 class="p1"><b>La danza della sopravvivenza e i combattimenti di primavera</b></h2>
<p class="p1">Mentre i campi di grano iniziano ad alzarsi, diventando un fitto nascondiglio verde, la vita sociale delle lepri – solitamente solitaria – subisce una trasformazione drammatica. Con l&#8217;arrivo della primavera, i maschi abbandonano la loro proverbiale prudenza per dare vita a spettacolari duelli. Si alzano sulle zampe posteriori e &#8220;boxano&#8221; con quelle anteriori, sferrando colpi potenti per conquistare il diritto all&#8217;accoppiamento.</p>
<p class="p1">In questo periodo, i danni al grano aumentano non solo per l&#8217;alimentazione, ma anche per il calpestio. Le lepri in amore corrono all&#8217;impazzata tra le colture, appiattendo le giovani piante in un momento in cui sono particolarmente fragili. Questi combattimenti le rendono vulnerabili ai predatori come la volpe o l&#8217;astore, ma la loro risposta evolutiva è la prolificità: una femmina può portare a termine fino a cinque parti all&#8217;anno. I piccoli, i leprotti, nascono &#8220;già pronti&#8221;: a differenza dei conigli, vengono alla luce con gli occhi aperti e il corpo ricoperto di pelo, capaci di correre e nascondersi tra le spighe di grano poche ore dopo la nascita. Il campo di cereali diventa così la loro nursery ideale, un labirinto dorato che offre protezione e cibo in abbondanza.</p>
<h2 class="p1"><b>L&#8217;invasione verso l&#8217;alto: il conflitto tra specie</b></h2>
<p class="p1">Ma il dominio della lepre europea non si ferma alle pianure. Spinta dal riscaldamento globale e dalle modifiche ambientali indotte dall&#8217;uomo, la <i>Lepus europaeus</i> sta risalendo i pendii delle montagne, invadendo territori che un tempo appartenevano esclusivamente alla lepre alpina (<i>Lepus timidus</i>).<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Sulle alture, dove i campi di grano lasciano il posto ai pascoli montani e alle piccole coltivazioni di segale, la lepre europea porta con sé la sua aggressività alimentare e la sua capacità di adattamento. Qui, la competizione diventa brutale: la lepre europea non solo sottrae risorse alimentari alla cugina alpina, ma rischia di diluirne l&#8217;identità genetica attraverso fenomeni di ibridazione. La lepre alpina, che in inverno diventa bianca per mimetizzarsi con la neve, si ritrova a combattere contro un&#8217;invasora più grande e vorace, che non teme di spingersi fino ai 1500 metri di altitudine per cercare nuovi pascoli e nuovi granai.</p>
<h2 class="p1"><b>La sfida del futuro</b></h2>
<p class="p1">L&#8217;agricoltura moderna si trova oggi a un bivio. Se da un lato la lepre è vista come un &#8220;nocivo&#8221; da contenere per proteggere la produzione di grano – base dell&#8217;alimentazione umana – dall&#8217;altro è un elemento fondamentale della biodiversità europea. Il declino delle siepi e dei bordi dei campi, eliminati per far spazio a macchinari sempre più grandi, ha ironicamente spinto la lepre a concentrarsi ancora di più nel cuore delle colture, dove i danni diventano più evidenti e localizzati.</p>
<p class="p1">La gestione di questo animale richiede dunque un equilibrio quasi impossibile. L&#8217;agricoltore che osserva le sue spighe di grano recise sa che la lepre non è mossa da malizia, ma da una necessità biologica antica quanto le steppe da cui proviene. Proteggere il grano significa comprendere i ritmi della lepre, accettare che la natura rivendichi la sua parte, e cercare soluzioni che permettano a questo straordinario corridore di continuare la sua danza tra le spighe, senza però trasformare un campo di pane in un deserto di steli spezzati.</p>
<p class="p1">La lepre europea rimane così, nel bene e nel male, il simbolo di una terra selvatica che resiste nel cuore del paesaggio antropizzato. Una sagoma scura che taglia l&#8217;orizzonte al crepuscolo, un fantasma che vive del nostro lavoro, ricordandoci che ogni chicco di grano ha un prezzo, e che la bellezza della natura ha spesso il sapore aspro di una sfida per la sopravvivenza.</p>
<p class="p1">Mentre le stagioni ruotano, il conflitto tra la lepre e l&#8217;agricoltore si sposta su un nuovo fronte: quello della maturazione. Se in inverno e all’inizio della primavera il danno è strutturale – con la recisione dei giovani fusti – è durante la fase di &#8220;levata&#8221; e &#8220;botticella&#8221; del grano che la presenza di <i>Lepus europaeus</i> assume contorni quasi drammatici per l&#8217;economia rurale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Quando lo stelo del grano inizia ad allungarsi verso il cielo, portando con sé la futura spiga, la lepre non smette di essere una minaccia. In questo stadio, l&#8217;animale non si limita a mangiare per sfamarsi, ma agisce spinto da un istinto di pulizia del proprio raggio visivo. Per una creatura che affida la propria vita alla capacità di avvistare un predatore da lontano, un campo di grano troppo fitto e alto è un muro pericoloso. Ecco allora che la lepre inizia a creare dei veri e propri &#8220;corridoi&#8221; o piazzole all&#8217;interno della coltura. Recide sistematicamente le piante mature, non per nutrirsi, ma per aprirsi varchi di fuga e zone di avvistamento. Per l&#8217;agricoltore, queste aree rappresentano &#8220;macchie&#8221; di raccolto perduto, dove il grano giace a terra, inutilizzabile per le mietitrebbiatrici.</p>
<h2 class="p1"><b>L&#8217;impatto invisibile: la qualità del raccolto</b></h2>
<p class="p1">Oltre al danno quantitativo, esiste un impatto qualitativo spesso sottovalutato. Le ferite inflitte dai denti incisivi della lepre – quei sei strumenti di precisione che non smettono mai di crescere – sono porte aperte per le infezioni fungine. In un campo di grano compromesso dai morsi, l&#8217;umidità ristagna nelle fibre spezzate, favorendo lo sviluppo di miceti che possono contaminare anche le piante sane circostanti. Ciò che era iniziato come un semplice spuntino notturno di un lagomorfo si trasforma in un focolaio di patologie vegetali che possono deprezzare l&#8217;intero lotto di cereali.</p>
<p class="p1">Inoltre, il comportamento della lepre durante la ricerca del cibo è erratico. A differenza di altri animali che consumano una zona per volta, la lepre si sposta continuamente, assaggiando e scartando, moltiplicando così i punti di danno su tutta l&#8217;estensione del campo. Questo rende estremamente difficile per i periti agricoli stimare l&#8217;entità reale delle perdite, che spesso vengono scoperte solo al momento della mietitura, quando le macchine rivelano le ampie zone di &#8220;allettamento&#8221; causate dai morsi.</p>
<h2 class="p1"><b>Una minaccia che viene dall&#8217;ombra: la malattia e la gestione</b></h2>
<p class="p1">La gestione della nocività della lepre è ulteriormente complicata da fattori biologici che l&#8217;uomo fatica a controllare. La già citata Sindrome della Lepre Bruna Europea (EBHS) agisce come una spada di Damocle sulle popolazioni. Quando la malattia colpisce, le popolazioni crollano, dando un temporaneo sollievo alle colture. Tuttavia, questo sollievo è illusorio e pericoloso per l&#8217;equilibrio dell&#8217;ecosistema. Una popolazione di lepri decimata dalla malattia lascia un vuoto ecologico che viene spesso colmato da un&#8217;esplosione demografica di roditori più piccoli, i quali possono causare danni altrettanto gravi, sebbene meno visibili, alle radici del grano.</p>
<p class="p1">D&#8217;altro canto, nelle zone dove la pressione venatoria è ridotta e i predatori naturali come volpi e lupi sono scarsi, la lepre può raggiungere densità tali da rendere quasi impossibile la coltivazione del grano senza recinzioni integrali. In questi contesti, la lepre smette di essere un elemento della fauna selvatica per diventare, agli occhi di chi vive della terra, un competitore diretto per le risorse primarie.</p>
<h2 class="p1"><b>La convivenza nel paesaggio moderno</b></h2>
<p class="p1">Il futuro del rapporto tra la lepre europea e la coltivazione del grano risiede nella gestione integrata del territorio. Gli studi dimostrano che la creazione di &#8220;fasce inerbite&#8221; ai margini dei campi – zone seminate con essenze selvatiche di cui la lepre è ghiotta – può ridurre significativamente la pressione sulle colture di cereali. Se l&#8217;animale trova cibo appetibile e sicuro lungo i bordi, sarà meno propenso a inoltrarsi nel cuore del campo di grano per nutrirsi, limitando i danni da calpestio e recisione.</p>
<p class="p1">Tuttavia, queste soluzioni richiedono una collaborazione stretta tra agricoltori, cacciatori e ambientalisti. Non è facile chiedere a un produttore di rinunciare a preziosi metri quadrati di terra arabile per nutrire quello che considera un &#8220;nemico&#8221;. Ma la realtà biologica di <i>Lepus europaeus</i> non lascia spazio a soluzioni drastiche: l&#8217;eradicazione è impossibile e dannosa, mentre l&#8217;indifferenza porta alla rovina economica.</p>
<h2 class="p1"><b>Epilogo: Il fantasma dorato</b></h2>
<p class="p1">Quando le mietitrebbiatrici finalmente entrano in campo, sollevando nuvole di polvere dorata e interrompendo il silenzio della pianura, la lepre è già lontana. Ha percepito le vibrazioni del terreno ore prima, rifugiandosi nei boschetti residui o nei fossi asciutti. Dietro di sé lascia un mosaico di steli recisi, segni di morsi e corridoi scavati nel giallo del grano maturo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">È il segno tangibile di una creatura che appartiene a un&#8217;Europa antica, una terra dove il confine tra il selvatico e il coltivato è sempre stato poroso. La lepre europea, con la sua velocità incredibile e i suoi sensi ipersviluppati, rimane un paradosso vivente: un atleta della natura che ammiriamo per la sua grazia, ma un avversario temibile che temiamo per la sua voracità. Finché ci sarà grano a coprire le pianure, ci sarà una lepre pronta a sfidare l&#8217;uomo, correndo zigzagando tra le ombre e la luce di un mondo che non ha mai smesso di appartenerle.</p>
<p class="p5"><span class="Apple-converted-space">  </span><b><i>Scheda Tecnico-Scientifica: Lepus europaeus (Lepre Europea</i></b><span class="s1"><i>)</i></span></p>
<p class="p1"><b>1. Inquadramento Tassonomico e Sistematica</b></p>
<p class="p1">La lepre europea (<i>Lepus europaeus</i>, Pallas 1778) è un mammifero appartenente all’ordine dei <b>Lagomorfi</b> e alla famiglia dei Leporidi. Sebbene storicamente accomunata ai Roditori, se ne distingue per caratteristiche anatomiche uniche:</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1"><b>Dentatura:</b> Possiede sei incisivi (quattro superiori e due inferiori) a crescita continua, contro i quattro dei Roditori. È priva di canini.</li>
<li class="li1"><b>Fisiologia digestiva:</b> Pratica la <b>cecotrofia</b>, un processo che prevede l&#8217;ingestione delle &#8220;feci molli&#8221; per recuperare nutrienti essenziali (vitamine e proteine) derivanti dalla digestione della cellulosa, prima di produrre le feci dure finali.</li>
</ul>
<p class="p1"><b>2. Caratteristiche Morfo-Fisiologiche</b></p>
<p class="p1">È uno dei lagomorfi più grandi, con una lunghezza di circa <b>70 cm</b> e un peso che può raggiungere i <b>7 kg</b>. Si distingue dal coniglio selvatico per il corpo più slanciato, orecchie più lunghe e arti posteriori estremamente sviluppati. Queste caratteristiche le permettono di raggiungere velocità di <b>70 km/h</b>. Il mantello è fulvo-brunastro con funzioni mimetiche, ma presenta variazioni regionali: le popolazioni nordiche hanno pelo più folto, mentre quelle mediterranee hanno manti più radi per favorire la termodispersione.</p>
<p class="p1"><b>3. Distribuzione e Habitat</b></p>
<p class="p1">La specie è originaria di gran parte dell&#8217;Europa e introdotta in vari territori extraeuropei. In Italia è presente ovunque tranne in Sicilia (dove vive <i>L. corsicanus</i>) e Sardegna (sede di <i>L. mediterraneus</i>). Il suo habitat spazia dalle pianure alle zone montane fino a 1500 metri. Negli ultimi anni, a causa del riscaldamento globale, sta risalendo di quota, entrando in competizione e ibridazione con la lepre alpina (<i>L. timidus</i>).</p>
<p class="p1"><b>4. Biologia e Comportamento</b></p>
<p class="p1">A differenza dei conigli, la lepre è un animale <b>solitario</b> e non scava tane, ma si rifugia in piccole depressioni del terreno chiamate &#8220;covi&#8221;. Ha abitudini prevalentemente crepuscolari e notturne.</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1"><b>Alimentazione:</b> Erbivora generalista. In primavera/estate predilige erbe e germogli; in inverno si sposta su risorse più coriacee come cortecce, rami e arbusti, potendo causare danni alle colture (soprattutto meli e peri).</li>
<li class="li1"><b>Riproduzione:</b> Specie poligama con un tasso riproduttivo elevato (fino a 5 parti annui). La gestazione dura 6 settimane e i piccoli (leprotti) nascono, diversamente dai conigli, già ricoperti di pelo, con gli occhi aperti e capaci di muoversi autonomamente dopo poche ore.</li>
</ul>
<p class="p1"><b>5. Strategie di Sopravvivenza e Conservazione</b></p>
<p class="p1">La lepre è una specie preda con un&#8217;aspettativa di vita di circa 6 anni e un&#8217;altissima mortalità infantile (80%).</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1"><b>Difesa:</b> Utilizza l&#8217;udito finissimo, la vista laterale per il rilevamento dei movimenti e la fuga a zig-zag.</li>
<li class="li1"><b>Minacce:</b> Il declino delle popolazioni è causato dall&#8217;intensificazione agricola, dalla frammentazione dell&#8217;habitat, dalla pressione venatoria e da patologie virali come la <b>Sindrome della Lepre Bruna Europea (EBHS)</b>, che provoca elevata mortalità negli adulti.</li>
</ul>
<p class="p1"><b>6. Interazione con l&#8217;Uomo</b></p>
<p class="p1"><span class="s1"><i><span class="Apple-converted-space"> </span></i></span> Il rapporto con l&#8217;agricoltura è spesso conflittuale. Per limitare i danni ai frutteti, si adottano protezioni meccaniche (reti), chimiche (repellenti odorosi a base di aglio o uova) o dissuasive (distribuzione di cibo alternativo).</p>
<p class="p6"><b>BIBLIOGRAFIA</b></p>
<p class="p7">Alves, P. C., Hackländer, K., &amp; Schai-Braun, S. C. (2016). Lepus europaeus. In D. E. Wilson, T. E. Lacher, Jr., &amp; R. A. Mittermeier (A cura di), <i>Handbook of the Mammals of the World: Vol. 6. Lagomorphs and Rodents</i>, Lynx Edicions, pp. 141–142</p>
<p class="p7">Lado, S., Alves, P. C., Islam, M. Z., Brito, J. C., &amp; Melo-Ferreira, J. (2019). <i>The evolutionary history of the Cape hare </i>(<i>Lepus capensis sensu lato</i>). <i>Heredity</i>, 123(3), pp. 313–325.</p>
<p class="p7">Lopez A. (2012), <i>Tracce di animali</i>, Firenze-Milano, Giunti Editore. pp.62-63</p>
<p class="p7">Nadalin, G., Rucli, A., &amp; Zanetti, M. (2009). <i>La Lepre in Friuli-Venezia Giulia</i>. Direzione centrale risorse agricole, naturali e forestali, Servizio tutela ambienti naturali e fauna, Ufficio studi faunistici. Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Udine, pp.14-15-16-17</p>
<p class="p7">Santini L. (1979), Lagomorfi. In A. Boroli &amp; A. Boroli, editori. <i>Gli animali. Grande enciclopedia illustrata: Vol. 1 Mammiferi.</i> Novara: EDIPEM, p.208</p>
<p class="p7">Smith, R. K., Jennings, N. V., &amp; Harris, S. (2005). <i>Factors affecting the abundance of brown hares Lepus europaeus in agricultural landscapes</i>. Mammal Review, 35(1), 32–46</p>
<p class="p7">Sokos, C., Andreadis, K., &amp; Papageorgiou, N. (2015). <i>Diet adaptability by a generalist herbivore: the case of brown hare in a Mediterranean agroecosystem</i>. Zoological Studies, 54, Article 27</p>
<p class="p7">Thulin, C.-G. (2003). <i>The distribution of mountain hares Lepus timidus in Europe: a challenge from brown hares L. europaeus?</i> Mammal Review, 33(1), 29–45</p>
<p><em>Autori:</em></p>
<p class="p2"><i>Alessio Stefanelli (naturalista) &amp; Paolo Bonivento (perito agrario laureato)</i></p>
<p class="p2"><i><a href="https://www.xyz-lab.it/" target="_blank" rel="noopener">Studio Professionale dr. Paolo Bonivento</a> – Trieste/Brescia/Roma/Napoli</i></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
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		<title>LA SFIDA DELLA MOSCA GIALLA</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-sfida-della-mosca-gialla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 22:10:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[insetti dannosi]]></category>
		<category><![CDATA[insetti fitofagi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://granoitaliano.eu/?p=8416</guid>

					<description><![CDATA[<p>Scopriamo le caratteristiche dell'Opomyza florum</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un momento magico, nelle campagne italiane, quando l&#8217;inverno cede il passo. La terra, fino a poco prima dura e silenziosa, inizia a respirare. Per chi vive di agricoltura, quello è il momento della verità: si cammina tra i filari di grano appena spuntati, stivali affondati nel terreno umido, cercando con lo sguardo quella distesa di verde uniforme che promette il pane di domani. Ma a volte, in quel tappeto di speranza, l&#8217;occhio cade su una nota stonata. Una macchia gialla, lì dove tutto dovrebbe essere smeraldo. Non è il sole, e non è ancora tempo di mietitura. È il segno che un ospite indesiderato si è svegliato prima di noi.</p>
<p>Questa è la storia della <b>Mosca gialla dei cereali</b>, o <i>Opomyza florum</i> per gli scienziati, una creatura minuta, autoctona delle nostre terre, che vive una vita segreta e parallela a quella del nostro grano.</p>
<p>La sua storia non inizia in primavera, ma molto prima, quando il sole è ancora alto e i campi sono stati appena trebbiati. È un insetto dall&#8217;aspetto quasi innocuo, una piccola mosca dal corpo snello color giallo-bruno, che vola indisturbata nelle estati italiane. Ma è una maestra della pazienza. A differenza di altri parassiti che attaccano con furia immediata, la mosca gialla pianifica.</p>
<p>Quando l&#8217;autunno tinge i paesaggi di rosso e le seminatrici hanno appena affidato i chicchi alla terra, le femmine di <i>Opomyza</i> entrano in azione. Silenziose, depongono le uova alla base delle piccolissime piantine di grano che stanno bucando il terreno, o addirittura nella terra circostante. E poi? Poi, nulla. Tutto si ferma. Le uova rimangono lì, dormienti, sotto la pioggia di novembre, sotto la brina di gennaio, resistendo al gelo come capsule del tempo programmate per aprirsi al primo tepore. È una strategia evolutiva perfetta: perché nascere quando fa freddo e c&#8217;è poco cibo, quando si può aspettare il banchetto primaverile?</p>
<p>Il dramma si consuma quando le giornate si allungano, verso marzo. Mentre l&#8217;agricoltore sorride vedendo il grano alzare la testa, sottoterra le uova si schiudono. Ne escono non mosche, ma larve: piccoli vermi bianchi e affamati. Il loro istinto è semplice e crudele: trovare riparo e nutrimento. Si insinuano tra le guaine delle foglie, scivolando verso il basso, verso il cuore pulsante della pianta, il culmo.</p>
<p>È un’invasione silenziosa. Da fuori, per giorni, non si vede nulla. Ma dentro, la larva sta divorando l&#8217;apice vegetativo, il centro di comando che dice alla pianta di crescere. Quando il danno diventa visibile, è spesso troppo tardi per quel singolo stelo. L&#8217;agricoltore lo nota subito: la foglia centrale, quella che dovrebbe guidare la crescita verso il cielo, improvvisamente avvizzisce, ingiallisce e muore. I vecchi contadini lo chiamano il &#8220;cuore morto&#8221;. Se provi a tirare quella fogliolina, ti resta in mano senza opporre resistenza, come un dente da latte ormai staccato, perché alla base è stata recisa.</p>
<p>La pianta, in un disperato tentativo di sopravvivenza, prova a reagire. Emette nuovi fusti laterali, cerca di accestire ancora, ma è uno sforzo che la debilita. Il risultato è un campo disordinato, con spighe che maturano in momenti diversi e, soprattutto, molto meno grano da portare al mulino.</p>
<p>Di fronte a questo nemico che colpisce dall&#8217;interno, come un cavallo di Troia biologico, cosa può fare l&#8217;uomo che coltiva la terra? La battaglia contro la Mosca gialla è una partita a scacchi che si gioca d&#8217;anticipo. Non si combatte con la forza bruta, ma con l&#8217;intelligenza.</p>
<p>La prima mossa è la memoria. L&#8217;agricoltore sa che se semina grano dove c&#8217;era grano l&#8217;anno prima, sta praticamente invitando la mosca a cena. Per questo pratica la rotazione: cambia coltura, disorienta il nemico, spezza il ciclo. Anche il tempo è un’arma: ritardare leggermente la semina autunnale, aspettando che il freddo scoraggi le femmine dal deporre le uova, può salvare intere porzioni di raccolto.</p>
<p>Certo, la chimica offre le sue armi, ma spruzzare insetticidi su un campo in primavera, quando la larva è già al sicuro dentro il fusto, è spesso come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. La difesa più raffinata oggi passa per la &#8220;concia&#8221; del seme: rivestire il chicco di grano, prima ancora di seminarlo, con una protezione che la pianta assorbirà crescendo. È come dare alla pianta uno scudo invisibile; quando la larva proverà il primo morso, troverà una difesa invalicabile.</p>
<p>Così, anno dopo anno, la sfida si ripete. Non è una guerra di sterminio, ma una continua ricerca di equilibrio. La <i>Opomyza florum</i> ci ricorda che in agricoltura non si è mai soli: si lavora con la terra, con il clima e con milioni di piccole vite che reclamano la loro parte. E sta alla saggezza dell&#8217;agricoltore difendere quel colore oro che, alla fine di giugno, ripagherà di tutte le fatiche.</p>
<p><em><a href="http://p.bonivento@xyz-lab.it" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Autore: Paolo Bonivento</a> (Trieste – Brescia – Roma – Napoli)</em></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
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		<title>LA MOSCA GRIGIA DEI CEREALI</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-mosca-grigia-dei-cereali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 22:10:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[insetti dannosi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bonivento illustra le strategie per contrastare questo insetto</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Era una di quelle mattine di fine febbraio in cui la Pianura Padana sembra trattenere il respiro. La nebbia si alzava pigra dai fossi, svelando lentamente le distese di terra scura e i primi accenni di verde smeraldo: il grano stava nascendo.</p>
<p>Giuseppe, agricoltore da tre generazioni, camminava lungo i bordi del suo appezzamento &#8220;al Prato&#8221;, quello più vicino al fiume. Si fermò, accigliato. Qualcosa non andava. Il tappeto verde, che da lontano sembrava uniforme, visto da vicino rivelava delle inquietanti macchie di vuoto, come se qualcuno avesse strappato via la vita a manciate.</p>
<p>Si chinò, le ginocchia che affondavano nella terra umida e fredda. Non c’erano segni di calpestio, né tracce di cinghiali. Prese tra le dita una piantina di grano che sembrava soffrire: le foglie esterne erano ancora verdi, ma quella centrale, la più giovane, era gialla, avvizzita, quasi trasparente. Tirò appena. La fogliolina centrale gli rimase in mano senza opporre resistenza, marcia alla base.</p>
<p>«Il cuore morto» mormorò Giuseppe, riconoscendo un vecchio nemico che suo padre gli aveva insegnato a temere. Non era il gelo, e non era la siccità. Era la <b>Mosca Grigia</b>.</p>
<p>La storia di quel danno era iniziata mesi prima, in un momento in cui nessuno pensava al grano. Era l&#8217;estate precedente. Mentre Giuseppe trebbiava o lasciava riposare quel pezzo di terra a maggese, piccole mosche grigie, invisibili agli occhi di chi non sa guardare, volavano rasoterra. La <i>Phorbia coarctata</i> non aveva bisogno della pianta per agire; le bastava la terra nuda. Lì, nel suolo secco e polveroso di luglio e agosto, le femmine avevano deposto le loro uova, lasciandole come mine inesplose.</p>
<p>Quelle uova avevano dormito per tutto l&#8217;autunno. Avevano resistito alle piogge di novembre e alle prime gelate di dicembre. Poi, quando Giuseppe aveva seminato il grano e i primi germogli avevano iniziato a spingere verso la luce, le uova si erano schiuse.</p>
<p>Sottoterra, nel buio, si era consumato il dramma. Piccole larve bianche, cieche e affamate, si erano risvegliate. Non cercavano il sole, cercavano la linfa. Una di queste aveva intercettato la giovane radice della piantina che Giuseppe ora teneva in mano. Era penetrata nel colletto, proprio sotto la superficie, e aveva iniziato a scavare una galleria verso l&#8217;alto, mangiando la pianta dall&#8217;interno. Aveva tagliato le vie di nutrimento della foglia centrale, uccidendo il futuro della spiga ancor prima che potesse nascere. E non contenta, quella stessa larva, sazia di una pianta, si era probabilmente già spostata a quella vicina, pronta a ricominciare.</p>
<p>Giuseppe si rialzò, pulendosi le mani sui pantaloni. Sapeva che ora, in quel momento, poteva fare ben poco. Non poteva spruzzare insetticidi a caso: la larva era ben protetta dentro il fusto, al sicuro come in un bunker. Spruzzare ora sarebbe stato solo uno spreco di soldi e un danno inutile per l&#8217;ambiente.</p>
<p>La battaglia, capì Giuseppe, l&#8217;aveva persa l&#8217;estate scorsa, ma poteva vincere la guerra per l&#8217;anno prossimo. La sua mente corse subito alle strategie di difesa per la stagione futura.</p>
<p>«Niente più terra nuda d&#8217;estate vicino alle semine precoci» pensò. La rotazione era la chiave. Se l&#8217;anno prossimo avesse messo soia o girasole, colture che coprono il terreno quando la mosca vuole deporre le uova, avrebbe interrotto il ciclo. Oppure, avrebbe dovuto giocare d&#8217;anticipo con la <b>concia del seme</b>.</p>
<p>Immaginò i semi dell&#8217;anno venturo ricoperti da quella patina protettiva, un&#8217;armatura invisibile. Se avesse usato sementi conciate, la larva, al primo morso, avrebbe trovato una brutta sorpresa e sarebbe morta prima di creare il &#8220;cuore morto&#8221;.</p>
<p>Giuseppe guardò ancora il suo campo ferito. Il grano, forte e tenace, avrebbe provato a reagire emettendo nuovi germogli laterali per compensare quelli persi, ma la lezione era stata servita. In agricoltura, ciò che vedi oggi è spesso il risultato di ciò che (non) hai fatto sei mesi prima. La Mosca Grigia gli aveva ricordato che la terra non dimentica mai, e che la vera difesa non si fa con la cura, ma con la previsione.</p>
<p>Risalì sul trattore, annotando mentalmente sul suo taccuino immaginario: <i>&#8220;Appezzamento al Prato: rischio Phorbia. Prossimo anno: rotazione stretta o seme conciato. Non ci caschiamo più.&#8221;</i><i></i></p>
<p><em><a href="http://p.bonivento@xyz-lab.it" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Autore: Paolo Bonivento</a> (Trieste – Brescia – Roma – Napoli)</em></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
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		<title>GRANDINE, IL DATO AIUTA LA PERIZIA</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/grandine-il-dato-aiuta-la-perizia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 22:10:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[assicurazioni]]></category>
		<category><![CDATA[danni]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[polizze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hypermeteo ricostruisce presenza, area e dimensione della grandine. Un supporto per periti e assicurazioni.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="221" data-end="504">I danni causati dalla grandine sono evidenti sulle colture ma difficil da misurare una volta terminato l’evento. I chicchi si sciolgono rapidamente, le segnalazioni al suolo sono discontinue e una stazione meteorologica può non intercettare una cella temporalesca passata a pochi chilometri di distanza.</p>
<p data-start="506" data-end="836">Su questo limite lavora <strong data-start="530" data-end="544">Hypermeteo</strong>, società del gruppo Radarmeteo specializzata nella produzione di dataset meteorologici e climatici ad alta risoluzione. La tecnologia è impiegata anche nel settore assicurativo agricolo e si inserisce nella <strong data-start="752" data-end="779">collaborazione con ANBI</strong> per attività di monitoraggio e supporto meteo-climatico.</p>
<p data-start="838" data-end="1291">A raccontarcene il funzionamento è <strong data-start="871" data-end="923">Gianluca Ferrari, co-founder e CTO di Hypermeteo</strong>, che ci ha illustrato come la società integri stazioni meteorologiche, radar, satelliti, reti di rilevamento dei fulmini e modelli atmosferici. La rianalisi permette di ricostruire ciò che è accaduto anche nei punti privi di un’osservazione diretta, organizzando le informazioni su griglie digitali con risoluzione di un chilometro.</p>
<h2 data-section-id="tf5v9y" data-start="1293" data-end="1333">Dal radar alla dimensione dei chicchi</h2>
<p data-start="1335" data-end="1486">Per la grandine, Hypermeteo ha sviluppato un algoritmo che non si limita a indicare la probabilità dell’evento ma stima anche il diametro dei chicchi.</p>
<p data-start="1488" data-end="1778">Il modello utilizza i profili verticali del mosaico radar nazionale e variabili atmosferiche come l’altezza dello zero termico, la quota alla quale la temperatura raggiunge -20 °C, il livello di equilibrio della cella temporalesca e altri parametri collegati alla formazione della grandine.</p>
<p data-start="1780" data-end="2240">L’algoritmo è stato addestrato utilizzando circa <strong data-start="1829" data-end="1887">3.000 eventi di grandine e 15.000 casi di non-grandine</strong>, associati a dati radar e modellistici. Il dataset copre il territorio italiano dall’agosto 2022, con risoluzione spaziale di un chilometro e intervalli temporali fino a cinque minuti.</p>
<p data-start="2881" data-end="3165">Le mappe, quindi, possono verificare la coerenza temporale e spaziale di una denuncia di danni da grandine, individuare le aree investite e orientare i sopralluoghi. Non misurano però automaticamente il <strong data-start="3136" data-end="3151">danno reale</strong> alla coltura, per il quale le competenze tecniche restano fondamentali.</p>
<h2 data-section-id="mtbsj4" data-start="3167" data-end="3201">Nel grano conta la fase colpita</h2>
<p data-start="3203" data-end="3489">Come in altre colture, anche nel frumento la perdita non dipende soltanto dal diametro dei chicchi. Contano quantità, durata, vento e soprattutto stadio fenologico. Una grandinata può provocare perdita di superficie fogliare, spezzatura dei culmi, allettamento, lesioni delle spighe e caduta delle cariossidi.</p>
<p data-start="3491" data-end="3683">Gli effetti diventano particolarmente rilevanti nelle fasi avanzate, quando la coltura ha ormai una limitata capacità di compensazione e il prodotto formato è direttamente esposto all’impatto.</p>
<p data-start="3685" data-end="4050">Hypermeteo ha sviluppato anche AGRIRISK, un indice che classifica la pericolosità meteo-climatica su una scala da zero a dieci, utilizzando trent’anni di rianalisi a risoluzione chilometrica. La componente grandine descrive la frequenza relativa del fenomeno: coltura, valore esposto e vulnerabilità sono fondamentali nelle valutazioni a livello locale.</p>
<p data-start="4052" data-end="4327" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Per arrivare alla definizione della perdita effettiva, quindi, servono dati meteorologici, informazioni agronomiche e rilievi in campo. La tecnologia non sostituisce il perito ma offre una base indipendente, spazializzata e verificabile con cui rendere la valutazione più mirata e difendibile.</p>
<p data-start="4052" data-end="4327" data-is-last-node="" data-is-only-node=""><strong><em>Puoi seguirci anche sui social, siamo su <a href="https://www.facebook.com/granoitaliano1" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-vendor="19">Facebook</a>, <a href="https://www.linkedin.com/company/granoitaliano" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-vendor="60">Linkedin</a> e <a href="https://www.instagram.com/granoitaliano.eu/" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Instagram</a></em></strong></p>
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		<item>
		<title>DRONI IN CAMPO: ANDIAMOCI PIANO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/droni-andiamoci-piano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 22:10:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[droni]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il decreto attuativo per l’uso sperimentale dei droni nei trattamenti fitosanitari non è ancora arrivato: il Prof. Paolo Gay invita alla prudenza.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per qualche giorno è sembrato che il via libera fosse ormai questione di ore. <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/decreto-attuativo-imminente-l-uso-sperimentale-droni-agricoltura-dettagli-e-ministeri-coinvolti" target="_blank" rel="noopener">Un articolo del <em>Sole 24 Ore</em></a> aveva annunciato come imminente il decreto attuativo per l’uso sperimentale dei droni in agricoltura, con particolare riferimento ai trattamenti fitosanitari. Il provvedimento al momento non si è ancora concretizzato. E, così, il settore resta in attesa, sospeso tra entusiasmo tecnologico, necessità operative e prudenza normativa.</p>
<p>La cornice generale c’è: la legge sulle semplificazioni ha aperto alla possibilità di una fase sperimentale ma, senza il decreto attuativo, mancano ancora le condizioni operative per partire davvero. Il tema è complesso  e non è soltanto agricolo. È anche autorizzativo, tecnico e regolatorio.</p>
<h2><strong>Prudenza necessaria</strong></h2>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-9488" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/06/Paolo-Gay_Unito-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" />A invitare alla cautela è Paolo Gay, professore ordinario di Meccanica agraria all’Università di Torino (nella foto), tra i tecnici che stanno lavorando alla sperimentazione dell’uso dei droni in agricoltura nell’ambito dei trattamenti fitosanitari.</p>
<p>«Il lavoro è ad oggi in mano ai ministeri, devono portare a termine un compito difficile. Dobbiamo ancora aspettare…», spiega Gay.</p>
<p>Il punto, però, non è solo quando arriverà il decreto. È anche che cosa succederà dopo. Perché la disponibilità dello strumento non coincide automaticamente con la maturità e la consapevolezza del suo utilizzo.</p>
<p>«È una tecnologia nuova, non c’è storico. Acquistare un drone è relativamente semplice e veloce, non richiede una spesa eccessiva ma, in Italia e in Europa, non abbiamo ancora un background e un’esperienza consolidata su questi trattamenti», osserva il professore.</p>
<p>Con le macchine convenzionali, il settore agricolo ha costruito nel tempo un patrimonio di conoscenze fatto di prove, tarature, regolazioni, errori corretti e competenze diffuse. Con i droni, invece, questa base è ancora in formazione. Se da un lato non dobbiamo arrestare il progresso, al giusto entusiasmo che si può ritrovare presso gli agricoltori va accompagnata la prudenza e l’attenzione di chi si affaccia ad una nuova tecnologia.</p>
<h2><strong>Vantaggi evidenti</strong></h2>
<p>Il potenziale, si intuisce, è indubbiamente grande. In alcune situazioni il vantaggio operativo è evidente, ci dice Gay: «pensiamo anche solo alla possibilità di evitare l’ingresso in risaia con mezzi pesanti, intervenire sul mais quando la coltura ha già raggiunto un’altezza importante, lavorare in vigneti in pendenza o in contesti dove la meccanizzazione tradizionale è difficile o non utilizzabile».</p>
<p>Ma il vantaggio operativo, da solo, non basta. L’obiettivo finale resta la protezione della coltura e della resa. Bisogna quindi capire se il trattamento funziona davvero, se la copertura è adeguata, se l’efficacia agronomica è comparabile alle soluzioni tradizionali, se ci sono benefici ambientali e se la sicurezza dell’operatore e dell’ambiente viene garantita.</p>
<p>«Siccome al momento lo storico è limitato sia nei dati, sia negli anni di sperimentazione, gli agricoltori e gli operatori dovranno procedere con particolare cautela, con un occhio molto attento ai risultati» conclude Gay.</p>
<h2><strong>Non basta comprare un drone</strong></h2>
<p>Il drone agricolo non è semplicemente una macchina che vola al di sopra di un campo. Il suo impiego comporta un sistema complesso di valutazioni, che richiedono competenze specifiche. Occorre impostare correttamente parametri di missione, valutare altezze e velocità di volo, dimensione delle gocce, volume distribuito, condizioni meteorologiche, deriva, sicurezza e vincoli dello spazio aereo.</p>
<p>«Qui entra in gioco la competenza di chi esegue le operazioni: bisogna saperlo fare», sottolinea Gay. «Sono competenze che si costruiranno con l’esperienza, che al momento è necessariamente ancora poca».</p>
<p>Oggi, ricorda il professore, i trattamenti fitosanitari con drone non sono praticabili. Le attività in corso avvengono solo all’interno di protocolli sperimentali autorizzati. Diverso è il caso di biostimolanti e fertilizzanti, che rappresentano ambiti d’uso differenti, non sovrapponibili alla distribuzione di agrofarmaci, ma che costituiscono una buona opportunità per confrontarsi con il problema ed acquisire esperienza e competenza.</p>
<h2><strong>Sperimentazioni limitate</strong></h2>
<p>Il nodo principale resta il track record. In Italia e in Europa le sperimentazioni sui trattamenti fitosanitari con droni sono ancora poche rispetto alla complessità del tema.</p>
<p>«Nel mondo dei trattamenti si stanno conducendo sperimentazioni per la distribuzione dei prodotti fitosanitari fatte con un particolare protocollo autorizzativo del Ministero della Salute e dell’Enac, sicuramente impegnativo», spiega Gay. «Sono poche al momento le istituzioni attive nella sperimentazione: tra questi alcuni enti di ricerca e centri di saggio, tra cui noi come Università di Torino, così come alcuni Servizi Fitosanitari Regionali, in particolare del Piemonte, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna».</p>
<p>È un passaggio decisivo. Prima di arrivare a trasformare una tecnologia promettente in una pratica diffusa alla portata di tutti, servono dati solidi. Servono prove ripetute, su più annualità, in condizioni differenti, su colture diverse, con prodotti specifici e con obiettivi agronomici chiari. Altrimenti, il rischio è di dare per scontato ciò che ancora deve essere dimostrato, con il rischio di andare incontro a delusioni e perdere la fiducia rispetto questa nuova tecnologia.</p>
<h2><strong>Vincoli reali</strong></h2>
<p>C’è, poi, un aspetto spesso sottovalutato: quello aeronautico. Un drone agricolo non è un giocattolo. Si tratta di una macchina volante, che può raggiungere dimensioni e peso importanti, e che si muove all’interno di uno spazio regolato.</p>
<p>«Non è un’attività su cui ci si può improvvisare: parliamo comunque di macchine volanti che possono superare i 150 kg, potenzialmente pericolose, soggette a numerosi vincoli, tra cui quelli giustamente legati al traffico aereo. Insomma, se da una parte le procedure hanno un ampio margine per essere semplificate per rendere più rapidi e snelli i percorsi autorizzativi, la maggior parte dei vincoli non potranno che rimanere attivi anche quando sarà tutto a regime».</p>
<p>Secondo Gay, il cambio culturale è ancora in gran parte da costruire, ma questo sforzo sarà ripagato dall’ aprirsi di molte nuove opportunità.</p>
<h2><strong>Professionisti in campo</strong></h2>
<p>Da qui nasce anche lo sviluppo del contoterzismo tecnologico. Si tratta non di semplici prestatori d’opera, ma di operatori specializzati, capaci di gestire l’insieme macchina, autorizzazioni, sicurezza, parametri operativi e agronomici, garantendo il raggiungimento degli obiettivi del trattamento.</p>
<p>Il confronto con altri Paesi europei,  compresa la Svizzera che gode di maggior autonomia in quanto extra-UE, mostra che il tema non è futuribile. In diversi contesti i droni agricoli stanno prendendo piede, e sono già utilizzati ampiamente. Accanto a norme di carattere comunitario, ogni Paese dovrà elaborare propri regolamenti attuativi, che valorizzino le proprie colture e paesaggi agrari, tenendo conto degli specifici vincoli operativi.</p>
<h2><strong>Prima i dati</strong></h2>
<p>La conclusione, quindi, non è un freno ideologico all’innovazione, al contrario è piuttosto un invito a costruire l’innovazione su basi solide per coglierne al massimo i risultati. I droni possono aprire nuove modalità di trattamento, soprattutto nei contesti dove le macchine convenzionali hanno limiti evidenti, ma il rischio di rimanere delusi dai risultati, qualora la tecnica non sia sfruttata correttamente, è alto. I droni non saranno la soluzione unica e definitiva per i trattamenti fitosanitari ma un utile strumento che dovrà essere integrato con sapienza con quelli convenzionali, attualmente a disposizione. Ma, per volare alto, servirà tempo: parliamo di sperimentazioni, protocolli, risultati misurabili, formazione e linee guida. Servono agricoltori consapevoli e operatori preparati. Soprattutto, serve evitare l’idea che il drone sia una scorciatoia semplice.</p>
<p>La tecnologia è pronta a correre. Il sistema agricolo, normativo e operativo deve ancora imparare a guidarla a fondo.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<item>
		<title>LA POPILLIA JAPONICA DIVORA TUTTO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/popillia-japonica-danni-rimedi-agricoltura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 03:47:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[insetti fitofagi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://granoitaliano.eu/?p=9270</guid>

					<description><![CDATA[<p>Paolo Bonivento racconta l'invasione...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Durante le calde giornate estive, passeggiando tra i filari di una vigna o lungo i margini di un campo di cereali nella Valle del Ticino, è comune imbattersi in un piccolo coleottero dai riflessi metallici. A prima vista, questo insetto potrebbe apparire come un gioiello della natura, grazie al suo dorso verde smeraldo brillante abbinato a elitre di colore rame. Tuttavia, per gli agricoltori italiani, questo insetto rappresenta una minaccia significativa. Si tratta della <em>Popillia japonica</em>, comunemente conosciuta come <strong>coleottero giapponese</strong>, uno dei principali &#8220;nemici&#8221; della biodiversità e dell&#8217;economia agricola.</p>
<h2><strong>Un viaggio senza biglietto: l’arrivo in Italia</strong></h2>
<p>La storia della <em>Popillia japonica</em> in Italia è emblematicamente legata ai cambiamenti provocati dalla globalizzazione nel contesto ecologico. Originaria del Giappone, dove i suoi effetti sono controllati da predatori naturali e da un equilibrio ecologico consolidato nel tempo, questa specie ha iniziato la sua diffusione globale all&#8217;inizio del Novecento, arrivando prima negli Stati Uniti.</p>
<p>In Italia, la prima segnalazione ufficiale risale all&#8217;estate del 2014 in una zona tra Lombardia e Piemonte, nei pressi del Parco del Ticino. Ma come ha potuto percorrere migliaia di chilometri? La risposta si trova nel commercio internazionale. Si sospetta che le prime larve o esemplari adulti siano entrati nel nostro paese come clandestini all&#8217;interno di carichi di piante ornamentali o terriccio, oppure attraverso voli cargo diretti all’aeroporto di Malpensa. Trovando condizioni climatiche favorevoli e abbondanza di cibo — oltre alla mancanza dei suoi nemici naturali — la <em>Popillia</em> ha iniziato a espandersi rapidamente.</p>
<h2><strong>Identikit di un divoratore instancabile</strong></h2>
<p>Perché questo insetto suscita tanta preoccupazione? La ragione principale è la sua spiccata polifagia: la <em>Popillia japonica</em> si nutre di oltre 300 specie vegetali che spaziano dalle piante ornamentali agli alberi da frutto fino alle colture industriali.</p>
<p>Il ciclo vitale dell&#8217;insetto rappresenta un doppio attacco per l&#8217;agricoltura. Nella fase larvale vive sotto terra nutrendosi delle radici delle graminacee; successivamente emerge dal terreno e si sposta sulla parte aerea delle piante adulte. Gli esemplari adulti tendono a riunirsi in gruppi numerosi e danneggiano le foglie lasciando intatte solo le venature — un danno riconoscibile noto come &#8220;scheletrizzazione&#8221;.</p>
<h2><strong>Il rischio per il grano e le grandi colture</strong></h2>
<p>Sebbene sia nota per i danni inflitti a vite, mais e soia, la presenza della <em>Popillia</em> rappresenta anche una minaccia subdola per le coltivazioni di grano e cereali autunno-vernini.</p>
<p>Il rischio maggiore per il grano si verifica durante lo stadio larvale. Le larve svernano nel terreno e iniziano a nutrirsi non appena le temperature aumentano. In caso di infestazione massiccia in un campo di grano, ciò può danneggiare gravemente l&#8217;apparato radicale delle giovani piante causando ingiallimento precoce e crescita stentata; nei casi più severi può portare alla morte della pianta per incapacità di assorbire acqua e nutrienti. Questo comporta una riduzione drastica della resa per ettaro.</p>
<p>In aggiunta al danno radicolare causato dalle larve, gli adulti possono attaccare anche le spighe tenere (nella fase lattea), compromettendo la qualità del raccolto grazie ai danni alle cariossidi e favorendo l&#8217;insorgenza di funghi patogeni.</p>
<h2><strong>Prevenzione: la prima linea difensiva degli agricoltori  </strong></h2>
<p>Per contrastare un invasore così dinamico è essenziale adottare misure preventive efficaci. Il primo passo consiste nel monitoraggio costante:</p>
<ul>
<li><em>Monitoraggio visivo</em>: Osservare gli adulti sulle piante sentinella (come rose o vite selvatica) ai bordi dei campi.</li>
<li><em>Gestione del suolo</em>: Le lavorazioni meccaniche (arature o erpicature) effettuate in momenti strategici possono esporre le larve agli uccelli predatori o alle intemperie.</li>
<li><em>Rotazioni colturali</em>: Cambiare regolarmente il tipo di coltura può interrompere il ciclo vitale dell’insetto, rendendo il terreno meno adatto alla deposizione delle uova.</li>
</ul>
<p>È fondamentale evitare soluzioni fai-da-te con trappole a feromoni; se mal posizionate, possono attirare coleotteri da aree circostanti aumentando l&#8217;infestazione anziché risolverla.</p>
<h2><strong>Tecniche di disinfestazione: dall’agricoltore agli specialisti  </strong></h2>
<p>Quando la prevenzione non basta più, diventa necessario attuare strategie integrate contro l&#8217;infestazione. Qui entra in gioco la collaborazione fra agricoltori ed aziende specializzate nel controllo dei parassiti agricoli.</p>
<p><u>L&#8217;intervento dell&#8217;agricoltore</u></p>
<p>L&#8217;agricoltore stesso può utilizzare prodotti fitosanitari autorizzati privilegiando quelli a basso impatto ambientale per preservare gli insetti utili. Tuttavia, l&#8217;uso degli insetticidi chimici è sempre più normato al fine d&#8217;evitare fenomeni di resistenza ed effetti collaterali sull&#8217;ecosistema. Una tecnica efficace è l&#8217;impiego di prodotti basati su microrganismi come il <em>Bacillus thuringiensis</em> che agiscono contro le larve.</p>
<p><u>Il ruolo delle aziende specializzate</u></p>
<p>Le aziende specialistiche offrono soluzioni tecnologicamente avanzate che superano semplicemente l&#8217;applicazione superficiale:</p>
<ul>
<li><em>Lotta biologica con nematodi entomopatogeni</em>: Questi piccoli vermetti microscopici vengono distribuiti nel terreno per cercare attivamente ed eliminare le larve della <em>Popillia</em>.</li>
<li><em>Funghi entomopatogeni</em>: Applicando funghi come <em>Beauveria bassiana</em> o <em>Metarhizium anisopliae </em>si colpiscono sia le larve sia gli adulti attraverso infezioni naturali.</li>
<li><em>Lotta biotecnica ed autocidica</em>: Collaborando con enti regionali, queste aziende possono rilasciare parassitoidi naturali importati appositamente acclimatati.</li>
<li><em>Sistemi di cattura massale</em>: Possono essere installate reti impregnate d’insetticida o trappole ad alta capacità strategicamente piazzate per intrappolare gli adulti migratori prima che raggiungano le colture primarie.</li>
</ul>
<h2><strong>Una sfida collettiva</strong></h2>
<p>La battaglia contro la <em>Popillia japonica</em> non può essere vinta da singoli agricoltori isolatamente; essendo un insetto altamente mobile richiede una gestione territoriale coordinata coinvolgendo il Servizio Fitosanitario Nazionale, università ed aziende specialistiche nella disinfestazione.</p>
<p>Oggi non puntiamo più all&#8217;eradicazione totale — obiettivo ormai irrealistico data la diffusione dell’insetto — ma al contenimento sotto soglie economiche tollerabili. Solo attraverso vigilanza continua, tecniche biologiche innovative e pratiche agronomiche mirate possiamo proteggere i nostri campi da questo ospite sgradito ma affascinante.</p>
<p>La conoscenza rimane sempre uno strumento chiave: imparare a convivere con la <em>Popillia</em> significa anticiparsi agli eventi proteggendo tanto il raccolto futuro quanto l&#8217;equilibrio generale delle nostre campagne italiane.</p>
<p><em><a href="http://p.bonivento@xyz-lab.it/" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Autore: Paolo Bonivento</a> (Trieste – Brescia – Roma – Napoli)</em></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
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		<title>SENZA DIFESA NON HAI QUALITA&#8217;</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/senza-difesa-non-hai-qualita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Contini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 22:10:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[corteva]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[diserbo]]></category>
		<category><![CDATA[fertilizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[resistenze]]></category>
		<category><![CDATA[veneto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La difesa del grano in Veneto. Intervista con Arnaldo Bovolenta</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="41" data-end="360">Una resa di qualità passa da un’ottima gestione delle infestanti, delle fitopatie e della nutrizione. Ne parliamo con <strong data-start="159" data-end="180">Arnaldo Bovolenta</strong>, amministratore delegato di <strong data-start="209" data-end="246">PSP – Produttori Sementi Polesani</strong>, che opera tra Veneto ed Emilia-Romagna a supporto delle aziende agricole impegnate nella produzione cerealicola.</p>
<p data-start="362" data-end="722">«Sono originario della provincia di Rovigo, ma la mia attività spazia in tutto il Veneto fino all’Emilia-Romagna. Sono un professionista che lavora per una grande multinazionale, per cui il mio obiettivo è far produrre il più possibile le aziende agricole. Al tempo stesso devo aumentare la qualità delle farine prodotte, senza trascurare la sanità dei grani».</p>
<p data-start="724" data-end="856">Il tema sanitario è oggi centrale, soprattutto alla luce dell’attenzione crescente verso le micotossine e i nuovi limiti per il DON. «In questo momento il problema del DON è rilevante: bisogna affrontarlo soprattutto in questa fase, quando potrebbero riscontrarsi problemi di Fusarium sulle spighe».</p>
<h2 data-section-id="1vrfe9h" data-start="1025" data-end="1068">Rese buone, ma solo con tecnica corretta</h2>
<p data-start="1070" data-end="1209">Secondo Bovolenta, le aziende che hanno impostato correttamente la gestione agronomica possono guardare con fiducia alla campagna in corso.</p>
<p data-start="1211" data-end="1469">«Le aziende che seguo, che hanno eseguito correttamente tutti gli interventi tecnici necessari, dalle lavorazioni alle concimazioni, e che non hanno problemi di ristagni idrici, possono pensare di ottenere una buona resa sia qualitativa sia quantitativa».</p>
<p data-start="1471" data-end="1658">Accanto al frumento, nell’areale veneto-emiliano trova spazio anche l’orzo da birra, coltura interessante anche per la possibilità di inserire successivamente la soia in secondo raccolto. «Oltre al frumento si coltiva molto anche orzo da birra. Questo ci permette poi di seminare soia per un secondo raccolto. Ultimamente si seminano varietà di orzo che sono in grado di produrre come il grano o anche di più».</p>
<p data-start="1991" data-end="2090">«Mediamente, in annate normali, si riescono a ottenere dai 70 ai 90 q/ha sia di orzo sia di grano» conclude Bovolenta.</p>
<h2 data-section-id="140czh5" data-start="2092" data-end="2126">Azoto liquido in fase di levata</h2>
<p data-start="2128" data-end="2308">La gestione della nutrizione resta uno degli aspetti più importanti per sostenere resa e qualità. Nelle aziende seguite da Bovolenta, le concimazioni azotate sono state completate.</p>
<p data-start="2310" data-end="2536">«In questo periodo le mie aziende hanno terminato le concimazioni azotate. Usano molto azoto liquido, che entra con più facilità nella pianta rispetto ad altre soluzioni, riuscendo ad ottenere risultati migliori».</p>
<p data-start="2538" data-end="2636">L’impiego dell’azoto liquido si concentra soprattutto in una fase delicata del ciclo del frumento: «utilizzano in particolare questa forma di azoto durante la fase di levata, nel periodo marzo-aprile».</p>
<h2 data-section-id="1cz8vup" data-start="2742" data-end="2768">Biostimolanti nel grano</h2>
<p data-start="2770" data-end="2928">Accanto alla nutrizione tradizionale, Bovolenta evidenzia anche il ruolo dei biostimolanti, utilizzati per sostenere la pianta nei momenti di maggiore stress. «Negli anni mi hanno permesso di ottenere ottimi risultati. Sono prodotti che favoriscono la radicazione e funzionano anche come acceleratori della fotosintesi clorofilliana».</p>
<p data-start="3160" data-end="3269">Secondo Bovolenta, il loro contributo può essere utile anche quando le condizioni climatiche non sono ideali: «espletano la loro funzione anche in condizioni climatiche sfavorevoli, come scarsa luminosità e basse temperature».</p>
<h2 data-section-id="ncg23n" data-start="3389" data-end="3423">Infestanti sempre più difficili</h2>
<p data-start="3425" data-end="3618">La gestione delle infestanti resta uno dei punti critici per la cerealicoltura dell’areale veneto-emiliano. Le problematiche riguardano sia le specie a foglia larga sia quelle a foglia stretta.</p>
<p data-start="3620" data-end="4027">«Le specie più importanti, in grado di causare ingenti perdite, sono il Polygonum aviculare fra le infestanti a foglia larga. Fra quelle a foglia stretta, invece, Alopecurus spp.; negli ultimi anni, poi, abbiamo cominciato a intravedere fenomeni di resistenza agli erbicidi su Lolium spp.».</p>
<p data-start="4029" data-end="4173">La resistenza agli erbicidi resta, quindi, un tema da monitorare con attenzione, perché può rendere più complessa la difesa del potenziale produttivo.</p>
<h2 data-section-id="7vqml2" data-start="4175" data-end="4222">Insetti: attenzione a cimice asiatica e lema</h2>
<p data-start="4224" data-end="4381">Negli ultimi anni, oltre alle infestanti, si è rafforzata anche la pressione degli insetti. In particolare, Bovolenta richiama l’attenzione su due fitofagi: «una problematica molto sentita negli ultimi anni nell’areale veneto-emiliano è quella degli insetti. La cimice asiatica e il lema sono in grado di causare danni importanti alle produzioni».</p>
<p data-start="4575" data-end="4695">Per questo motivo, la strategia di difesa viene impostata in anticipo, cercando di intervenire nella fase più opportuna: «anticipo l’intervento insetticida attorno alla metà di aprile, insieme al biostimolante».</p>
<p data-start="4807" data-end="4927">Nella gestione del diserbo in post-emergenza, Bovolenta sottolinea anche l’utilità delle soluzioni tecniche più recenti: «il nuovo Zypar Trio ha dato ottimi risultati per il diserbo in post-emergenza».</p>
<h2 data-section-id="msv4wv" data-start="5011" data-end="5054">Una filiera che non valorizza abbastanza</h2>
<p data-start="5056" data-end="5300">Se la tecnica agronomica è fondamentale per produrre bene, resta aperto il problema della valorizzazione commerciale. Secondo Bovolenta, i produttori italiani sono capaci di lavorare bene ma il sistema non sempre consente di vendere al meglio. «I produttori italiani lavorano molto bene, ma vendono male» ci dice.</p>
<p data-start="5302" data-end="5363">Una delle criticità principali riguarda le strutture di stoccaggio, considerate non adeguate rispetto a quelle presenti in altri Paesi europei: «in Italia non abbiamo strutture adeguate per lo stoccaggio del cereale, come avviene in altri Paesi, per esempio in Francia. Paesi come quest&#8217;ultimo sono in grado di presentare sul mercato prodotti di qualità superiore».</p>
<p data-start="5738" data-end="5883">Per competere meglio sui mercati internazionali, quindi, non basta produrre bene in campo: serve anche un salto di qualità nella fase successiva: «se vogliamo essere competitivi sul mercato internazionale dobbiamo fare un salto di qualità anche per quanto riguarda le strutture».</p>
<h2 data-section-id="1jqm2ka" data-start="6020" data-end="6063">Più potere contrattuale agli agricoltori</h2>
<p data-start="6065" data-end="6242">Un altro nodo riguarda il rapporto tra produzione agricola e industria di trasformazione. Secondo Bovolenta «bisognerebbe aumentare e rafforzare il potere contrattuale degli agricoltori. Gli agricoltori sono tanti sul mercato, mentre le agroindustrie che comprano il prodotto sono sempre meno:hanno più potere per poter “tirare” sul prezzo».</p>
<p data-start="6487" data-end="6601">La filiera con cui lavora Bovolenta riconosce un premio agli agricoltori, collegato anche a impegni ambientali. «la filiera con cui collaboro garantisce un premio che serve anche a salvaguardare l’ambiente, in quanto ogni contratto di semina stipulato obbliga l’agricoltore a seminare il 3% di essenze da fiore per favorire l’attività degli insetti impollinatori e, quindi, preservare la biodiversità».</p>
<p data-start="6893" data-end="7006">Il punto, conclude Bovolenta, è che la sostenibilità non può essere scaricata interamente sulle imprese agricole: «in questo senso dovrebbe agire di più e meglio l’Unione europea. Misure come il Green Deal sono misure deboli: non può l’azienda agricola tutelare l’ambiente a proprie spese».</p>
<p><em>Autore: Alessandro Contini</em></p>
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		<title>LA CECIDOMIA A SELLA</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-cecidomia-a-sella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 11:23:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[ditteri]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[insetti dannosi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bonivento illustra il dittero Haplodiplosis equestris</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle vaste distese cerealicole dell&#8217;Europa Meridionale, dove il sole scalda la terra già dalle prime luci di primavera, si consuma ogni anno una competizione silenziosa e invisibile agli occhi dei più inesperti. Non è fatta di grandi macchinari o di eventi meteorologici catastrofici, bensì si gioca su scala millimetrica, all&#8217;ombra delle guaine fogliari del grano. Il protagonista occulto di questa vicenda è un piccolo dittero, una presenza antica e autoctona di questi areali, noto alla scienza come <em>Haplodiplosis equestris</em>, ma che gli agricoltori hanno imparato a temere con il nome evocativo di Cecidomia a sella. La sua esistenza è un perfetto esempio di adattamento evolutivo, una strategia biologica che sfrutta la fisiologia stessa della pianta ospite per garantire la sopravvivenza della specie, a discapito, purtroppo, della produzione agricola.</p>
<h2>L&#8217;infestazione della cecidomia a sella</h2>
<p>La storia di questa infestazione inizia molto prima che il danno diventi visibile, nel buio del sottosuolo. Durante i mesi invernali, mentre i campi riposano o accolgono le prime fasi vegetative del grano, le larve dell&#8217;insetto giacciono dormienti nel terreno. Sono reduci dalla stagione precedente, testimoni di un ciclo che si ripete. Quando la primavera avanza, portando con sé l&#8217;umidità delle piogge di aprile e il tepore di maggio, il suolo diventa il teatro di una metamorfosi. Le larve si trasformano in pupe e poi, in una sincronia dettata dalle condizioni climatiche, emergono come adulti.</p>
<p>Questi piccoli moscerini, simili a fragili zanzare, hanno una vita effimera, dedicata quasi esclusivamente alla riproduzione. Le femmine, guidate da un istinto infallibile, cercano le piante di graminacee, prediligendo il grano e l&#8217;orzo, per deporre le loro uova sulla superficie delle foglie. È un momento critico e fugace, spesso ignorato se non si osserva il campo con estrema attenzione.</p>
<p>Ciò che accade dopo la schiusa delle uova è ciò che rende questo parassita particolarmente insidioso. Ne fuoriescono minuscole larve di un colore rosso acceso o aranciato, una tinta vivace che spicca contro il verde della vegetazione, seppur difficilmente visibile a occhio nudo senza una ricerca mirata. Queste larve non aggrediscono la pianta dall&#8217;esterno; intraprendono invece un viaggio verso il basso, scivolando lungo la lamina fogliare fino a insinuarsi tra la guaina e lo stelo vero e proprio, il culmo. Una volta raggiunta questa zona protetta, al sicuro da predatori e dagli agenti atmosferici, iniziano a nutrirsi.</p>
<p>Non divorano le foglie come farebbero dei bruchi, ma succhiano la linfa vitale della pianta. La reazione del vegetale a questa suzione continua e all&#8217;irritazione dei tessuti è la formazione di specifiche deformazioni. Lo stelo, nel punto in cui la larva si adagia, cede e si scava, creando una depressione concava che ricorda perfettamente la forma di una sella di cavallo. Da qui deriva il nome comune dell&#8217;insetto, un&#8217;etichetta che descrive visivamente la ferita inferta alla coltura.</p>
<h2>I danni della cecidomia a sella</h2>
<p>Le conseguenze di questa attività trofica nascosta si manifestano gradualmente ma inesorabilmente. La pianta di grano, costretta a convivere con queste escrescenze interne, vede compromesso il suo sistema di trasporto linfatico. Le &#8220;selle&#8221; agiscono come strozzature che impediscono ai nutrienti di risalire fluidamente verso la spiga in formazione. Il risultato agronomico è deprimente: le spighe, che dovrebbero riempirsi e dorarsi, rimangono spesso parzialmente vuote o producono cariossidi striminzite, leggere e di scarsa qualità molitoria. Ma il danno non si ferma alla perdita di peso del raccolto. La struttura stessa della pianta viene minata. In corrispondenza delle galle, la fibra dello stelo perde elasticità e resistenza.</p>
<p>Quando il vento soffia o quando il peso della spiga aumenta verso la maturazione, il culmo cede proprio in quei punti deboli, piegandosi o spezzandosi. Interi appezzamenti possono apparire disordinati, con il grano allettato al suolo in un groviglio inestricabile che rende la mietitura meccanica un&#8217;operazione lenta, complessa e foriera di ulteriori perdite.</p>
<h2>Strategia di difesa</h2>
<p>Di fronte a tale minaccia, l&#8217;agricoltore si trova a dover elaborare una strategia di difesa che non può basarsi sulla semplice reazione emotiva, ma deve fondarsi sulla conoscenza agronomica. La lotta contro la Cecidomia a sella è complessa proprio perché, una volta che la larva è penetrata sotto la guaina, diventa praticamente intoccabile. I comuni insetticidi di contatto non possono raggiungerla nel suo rifugio sicuro. Pertanto, la difesa deve essere preventiva e ragionata, spostando l&#8217;attenzione dalla cura del sintomo alla gestione dell&#8217;ambiente.</p>
<p>L&#8217;arma più potente a disposizione non è chimica, ma colturale. La rotazione delle colture emerge come il baluardo fondamentale contro la proliferazione incontrollata del parassita. Poiché le larve svernano nel terreno dove sono cadute l&#8217;anno precedente, seminare nuovamente grano su un campo già infestato significa offrire alle nuove generazioni di insetti un banchetto pronto all&#8217;uso, amplificando l&#8217;infestazione in modo esponenziale. Interrompere questa catena, alternando il grano con colture non ospiti come le leguminose, il girasole o la colza, costringe la popolazione del parassita a ridursi drasticamente per mancanza di nutrimento, &#8220;bonificando&#8221; di fatto il terreno per le semine future. È una pratica di pazienza, che richiede una visione a lungo termine dell&#8217;azienda agricola.</p>
<p>Anche la gestione fisica del suolo gioca un ruolo, sebbene secondario. Le lavorazioni profonde, come l&#8217;aratura, possono contribuire a seppellire le larve a profondità tali da impedire agli adulti di raggiungere la superficie in primavera, sebbene questa pratica vada bilanciata con le moderne esigenze di conservazione della fertilità del suolo. Quando però la prevenzione agronomica non è sufficiente o non è stata attuata, l&#8217;agricoltore è costretto a considerare l&#8217;intervento chimico, che deve essere inteso come un&#8217;operazione di precisione chirurgica. Non serve irrorare i campi indiscriminatamente; è necessario monitorare il volo degli adulti o la comparsa delle primissime uova.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è colpire il parassita in quella brevissima finestra temporale in cui è vulnerabile, ovvero prima che le larve riescano a nascondersi sotto la guaina. Questo richiede una presenza costante in campo, un occhio esperto capace di cogliere i segnali di allarme e decidere se la soglia di danno economico è stata superata, giustificando così il costo e l&#8217;impatto ambientale di un trattamento.</p>
<p>In definitiva, la convivenza con <em>Haplodiplosis equestris</em> insegna che l&#8217;agricoltura moderna non è un dominio sulla natura, ma una comprensione dei suoi ritmi. La protezione del grano da questo minuscolo nemico rosso passa attraverso la sapienza antica dell&#8217;alternanza, unita alla moderna capacità di osservazione tecnica, ricordando che la salute di un campo si costruisce anno dopo anno, ben prima che la mietitrebbia entri in azione</p>
<p><em><a href="http://p.bonivento@xyz-lab.it" target="_blank" rel="noopener">Autore: Paolo Bonivento </a>(Trieste – Brescia – Roma – Napoli)</em></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all&#8217;entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/la-cecidomia-a-sella/">LA CECIDOMIA A SELLA</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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		<item>
		<title>SE IL CAMPO E&#8217; BEN STRIGLIATO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/se-il-campo-e-ben-strigliato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Contini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 23:10:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[cia]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Controllo infestanti in Lombardia: intervista a Carlo Murelli</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span data-olk-copy-source="MessageBody">Parliamo con il cerealicoltore Murelli delle pratiche agronomiche.</span></p>
<div dir="ltr" data-setdir="false">
<div>
<div data-olk-copy-source="MessageBody">La cerealicoltura pavese è divisa, come abbiamo visto in un precedente articolo (https://granoitaliano.eu/tenero-stabile-nel-pavese/), tra solide pratiche tradizionali e nuove esigenze legate alla sostenibilità ambientale e alla riduzione dei costi. Nonostante le difficoltà, il grano tenero continua a rappresentare una coltura strategica per questo territorio. Ce lo spiega Carlo Murelli, che coltiva frumento ed è iscritto alla Cia, secondo cui il grano tenero non è solo una coltura, ma un simbolo della capacità degli agricoltori di adattarsi senza perdere il legame con la propria storia.</div>
<div data-olk-copy-source="MessageBody"></div>
<h2><b>La gestione delle infestanti e delle malattie nel grano tenero: l’esperienza dell’ Oltrepò Pavese</b></h2>
</div>
</div>
<div>Negli ultimi anni il tema della gestione delle infestanti nella coltivazione del grano tenero è stato spesso al centro del dibattito agronomico, soprattutto in relazione alla sostenibilità economica e ambientale delle aziende agricole. Tuttavia, l’esperienza maturata nell’area dell’ Oltrepò Pavese mostra un quadro più equilibrato rispetto a quanto spesso si immagina: le infestanti, pur essendo presenti, non rappresentano oggi un fattore critico tale da compromettere in modo significativo le rese produttive.</div>
<div>Murelli agricoltore del distretto cerealicolo dell&#8217;Oltrepò Pavese iscritto a CIA Pavia, dice che « la situazione attuale consente agli agricoltori di affrontare il problema con strumenti tecnici efficaci e accessibili. Gli erbicidi disponibili sul mercato risultano generalmente validi e con costi ancora sostenibili, permettendo un controllo soddisfacente delle principali malerbe. Questo aspetto contribuisce a mantenere stabile la produttività delle colture, evitando perdite economiche rilevanti per le aziende cerealicole».</div>
<div></div>
<h2><b>Il ruolo delle pratiche agronomiche</b></h2>
<div>«Se nelle aziende convenzionali la difesa chimica svolge un ruolo importante, nelle realtà che operano in regime biologico la gestione delle infestanti si basa soprattutto sulle tecniche agronomiche preventive. Tra queste, la rotazione colturale rappresenta uno degli strumenti più efficaci. Alternare diverse colture nel tempo consente infatti di interrompere il ciclo biologico delle malerbe, riducendone naturalmente la pressione senza ricorrere a prodotti chimici.</div>
<div>Accanto alla rotazione, assume grande importanza la corretta preparazione del terreno prima della semina. Una lavorazione ben eseguita permette di favorire la germinazione anticipata delle infestanti, che possono poi essere eliminate prima dell’insediamento della coltura principale. Questo approccio, spesso definito “falsa semina”, consente di partire con un campo più pulito e competitivo.</div>
<div>Durante il ciclo colturale entra invece in gioco una pratica tradizionale ma tornata oggi di grande attualità: la strigliatura». Si tratta di un intervento meccanico effettuato generalmente tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, in corrispondenza della fase fenologica che va dal termine dell’accestimento all’inizio della levata del grano. L’operazione viene eseguita mediante un erpice strigliatore dotato di denti elastici, capace di lavorare superficialmente il terreno senza danneggiare la coltura.</div>
<div></div>
<h2><b>I benefici della strigliatura</b></h2>
<div>La strigliatura non ha un solo obiettivo, ma produce diversi effetti positivi sul sistema suolo–pianta. Innanzitutto contribuisce all’eliminazione delle infestanti nelle prime fasi di sviluppo, quando sono più vulnerabili e facilmente estirpabili. Questo permette di ridurre la competizione per acqua, luce e nutrienti, favorendo la crescita del grano.</div>
<div>Un secondo vantaggio riguarda la gestione dell’umidità del terreno. L’intervento rompe la crosta superficiale, limitando l’evaporazione e aiutando a conservare l’acqua disponibile, un fattore particolarmente importante nelle annate siccitose. Inoltre, l’arieggiamento dei primi centimetri di suolo migliora l’ossigenazione dell’apparato radicale, stimolando l’attività biologica e l’assorbimento dei nutrienti.</div>
<div>La strigliatura favorisce anche l’interramento dei concimi distribuiti, rendendoli più facilmente assimilabili dalla coltura e riducendo le perdite dovute alla lisciviazione. Questo aspetto assume grande rilevanza sia dal punto di vista economico, perché aumenta l’efficienza della fertilizzazione, sia da quello ambientale, limitando la dispersione di nutrienti nelle falde acquifere.</div>
<div></div>
<h2><b>Le fitopatie: una situazione sotto controllo</b></h2>
<div>«Oltre alle infestanti, un altro elemento determinante per la redditività del grano tenero è rappresentato dalle malattie fungine. Anche in questo caso, l’esperienza dell’Oltrepò Pavese evidenzia una situazione generalmente gestibile. La diffusione di varietà più tolleranti alle principali patologie ha contribuito notevolmente alla riduzione dei danni.</div>
<div>Tra le malattie più monitorate vi è il Fusarium, un fungo che può compromettere la qualità della granella e ridurre la produzione. I trattamenti fungicidi vengono programmati in funzione delle condizioni climatiche: annate umide e miti favoriscono lo sviluppo del patogeno e richiedono maggiore attenzione. In alcuni casi può rendersi necessario un intervento aggiuntivo, con conseguente aumento dei costi di produzione.</div>
<div>Questo aspetto rappresenta una criticità soprattutto in un contesto di prezzi del grano relativamente bassi. Anche piccoli incrementi delle spese colturali possono incidere sensibilmente sul margine economico finale, rendendo indispensabile una gestione tecnica precisa e tempestiva.» Conclude Murelli.</div>
<div></div>
<h2><b>Nuove problematiche: la presenza delle cimici</b></h2>
<div>«Negli ultimi anni si è riscontrata un&#8217;infestazione di cimici, insetti che possono danneggiare le spighe e ridurre la qualità del raccolto. Nonostante ciò, la situazione rimane sotto controllo grazie a strategie integrate di difesa.</div>
<div>Una soluzione efficace consiste nell’abbinare il trattamento insetticida a quello fungicida, effettuando un unico passaggio in campo. Questa scelta permette di contenere i costi operativi e ridurre il numero di interventi, limitando al tempo stesso il compattamento del suolo e il consumo di carburante» Questo è quello che ci dice Murelli.</div>
<div>L’approccio integrato dimostra come l’innovazione agronomica non coincida sempre con tecnologie complesse, ma spesso con una migliore organizzazione delle operazioni colturali.</div>
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<h2><b>Equilibrio tra sostenibilità ed economia</b></h2>
<div>L’esperienza pavese evidenzia come la gestione delle infestanti e delle malattie nel grano tenero debba basarsi su un equilibrio tra sostenibilità ambientale e sostenibilità economica. L’uso mirato dei prodotti fitosanitari, affiancato da pratiche agronomiche corrette, consente di ottenere risultati soddisfacenti senza eccessivi impatti sull’ambiente.</div>
<div>Le aziende biologiche dimostrano che è possibile controllare le malerbe anche senza chimica, purché si adottino strategie preventive e interventi meccanici tempestivi. Allo stesso tempo, le aziende convenzionali possono ridurre gli input grazie a tecniche agronomiche più attente, avvicinandosi progressivamente a modelli di agricoltura integrata.</div>
<div>Guardando al futuro, la gestione delle infestanti nel grano tenero sarà sempre più legata all’innovazione tecnica e alla conoscenza agronomica. L’introduzione di macchine più precise, l’uso dei dati climatici e lo sviluppo di varietà resistenti rappresentano strumenti fondamentali per affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici e dalla volatilità dei mercati agricoli.</div>
<div>In conclusione, l’esperienza dell’Oltrepò Pavese mostra che, con una gestione razionale e integrata, infestanti e malattie non devono essere necessariamente percepite come una minaccia grave. Piuttosto, costituiscono elementi da monitorare e gestire con competenza tecnica, combinando tradizione e innovazione. L’agricoltore moderno non si limita più a reagire ai problemi, ma li anticipa attraverso scelte agronomiche consapevoli, garantendo così produttività, qualità e sostenibilità nel tempo.</div>
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<p><em>Autore: Alessandro Contini</em></p>
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