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	<title>maggiore - Grano Italiano</title>
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	<description>Il giornale dei cerealicoltori</description>
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		<title>LA RICERCA SUL GRANO TENERO PER MAGGIORE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jul 2024 22:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[maggiore]]></category>
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		<category><![CDATA[TEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'ultima parte dell'intervista esclusiva sulla storia del grano: il tenero ai giorni nostri</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/ricerca-tenero/">LA RICERCA SUL GRANO TENERO PER MAGGIORE</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con questo articolo termina il ciclo di interviste sulla storia del frumento in Italia con il Prof. Tommaso Maggiore, già Professore Ordinario di Agronomia Generale e Coltivazioni Erbacee e Accademico ordinario dei Georgofili, Firenze (nella foto). Arriviamo ai giorni nostri, con una considerazione del Professore sullo stato della ricerca sul grano tenero nel nostro paese e sulla necessità di comunicare più sulle micotossine e sfruttare l&#8217;opportunità delle TEA. (<a href="https://granoitaliano.eu/chimica-tenero/" target="_blank" rel="noopener">Leggi il racconto fino agli anni &#8217;80</a>).</p>
<h2><strong><img decoding="async" class="alignleft wp-image-2526" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/tommaso_maggiore5_granoitaliano.webp" alt="ricerca tenero" width="206" height="212" />Ci fa un cenno alla sua storia professionale?</strong></h2>
<p>Appena laureato, nel ‘62, sono stato assunto da Eridania Zuccherifici Nazionali per andare a Foggia ad impostare la coltivazione della bietola a semina autunnale, quando si stava costruendo lo stabilimento, insieme a due periti agrari. Fui molto fortunato e mi riuscì un’operazione brillante, utilizzando per la diffusione della coltura i contoterzisti romagnoli e emiliani che allora operavano le motoarature nel tavoliere Dauno. Realizzai, con l’aiuto del Prof. Manfredi (allora Ordinario di Meccanica Agraria della Facoltà di Agraria di Padova), un Centro di Meccanizzazione Bieticola per aiutare con l’esempio gli agricoltori a operare. Andai via da Eridania dopo 2 anni, avendo vinto un concorso come ricercatore al Ministero dell’Agricoltura che mi inviò alla Stazione chimico-agraria-sperimentale di Udine. Nel ’66, avendo vinto, primo in graduatoria, un concorso come Ispettore Agrario, ritornai a Piacenza dove avevo studiato.</p>
<p>Arrivato all’Ispettorato, fui assegnato all’azienda sperimentale Vittorio Tadini di Gariga di Podenzano che trasformai e avviai all&#8217;attività sperimentale. Poi, per diverse vicende, mi spostai con Bayer in Sicilia per attivare un Laboratorio atto a studiare l’eventuale fitotossicità degli antiparassitari in ambienti caldi. Finita questa esperienza, nel ’69 andai come ricercatore a Pontecagnano a costruire l’Istituto sperimentale  di orticoltura (Direttore Prof. Angelo Bianchi) e, poi, nel ’72, pur garantendo la mia saltuaria  presenza a Pontecagnano, mi spostai a Bergamo presso la Sezione dedicata alla maiscoltura dell’Istituto sperimentale per la Cerealicoltura (dove il Prof. Bianchi si era, nel frattempo, trasferito). In quel periodo, il sabato e la domenica mi sono occupato della Fondazione Morando Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano e di sistemare  alcune Sezioni da Bergamo a Sant’Angelo, da Foggia a Catania.</p>
<h2>Poi, negli anni &#8217;80&#8230;</h2>
<p>Nel 1981, pur continuando a seguire alcuni programmi a Bergamo, mi spostai come Direttore di Sezione all’Istituto sperimentale per le colture foraggere di Lodi. Nel 1973 fui chiamato a insegnare all’Università degli Studi di Milano per il Corso di laurea di Produzioni Animali presso la Facoltà di Medicina Veterinaria (1. Agronomia Generale, 2. Coltivazione e conservazione dei foraggi) fino al 1985, quando mi trasferii come Prof. Ord. di Agronomia Generale e Coltivazioni Erbacee alla Facoltà di Agraria, lasciando ovviamente tutti gli altri incarichi. Presso la Facoltà di Agraria sono stato anche Direttore dell’Istituto di Agronomia, Direttore del Dipartimento di Produzione Vegetale, Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze Agrarie del vecchio Ordinamento e Direttore dei Corsi di laurea triennale e magistrale di Produzioni Vegetali.</p>
<h2><strong>Tornando al grano tenero, quali iniziative più recenti delle istituzioni italiane sono degne di nota?</strong></h2>
<p>Un’azione interessante per il frumento tenero è stata quella svolta nel 2023, al Ministero dell’Agricoltura, festeggiando i 50 anni della Rete Nazionale delle prove varietali, prove che ad oggi sono puro volontariato… Dapprima le costruimmo sul frumento duro con Basilio Borghi, ma già nel &#8217;73 eravamo partiti col tenero. I primi tempi furono di grande cambiamento: ci attrezzammo con seminatrici da parcella, comprammo tutte le attrezzature e cominciammo a fare le prime prove di tipo territoriale, facendo un minimo di rete. Impostammo le prove sperimentali con un certo rigore, anche con l’obiettivo di analizzare la qualità. Cominciammo, quindi, a fare le analisi qualitative e, negli anni ’80, eravamo muniti di laboratori chimici e tecnologici adeguati.</p>
<h2><strong>Negli anni ’80 iniziano ad arrivare i materiali esteri?</strong></h2>
<p>A metà degli anni ‘80 cominciano a introdursi i materiali esteri, in particolare francesi, ma anche tedeschi: perché Florimonde Desprez, KWS  e altre aziende ottengono materiali adatti al nostro paese, anche da varietà che non performavano nei loro ambienti. Altre società entrano per colture diverse ma, poi, si espandono anche sul frumento, sia tenero che duro.</p>
<h2><strong>Chi chiede alla ricerca di lavorare in quel periodo?</strong></h2>
<p>Le sementiere non avevano grandi mezzi e attrezzature per fare breeding. Il nostro lavoro di ricercatori creava le basi su cui le sementiere costruivano, si pensi al lavoro di Borghi, Boggini e altri che a Sant’Angelo, per esempio, hanno influenzato fortemente il mercato distinguendo le diverse qualità del frumento tenero: di forza, panificabile superiore, panificabile, biscottiero e zootecnico.<br />
Si cercava, almeno per il grano tenero da parte pubblica, di non costituire varietà, ma di stimolare i sementieri con materiali di base a costituire loro le varietà;  solo in pochi casi si è avuta risposta (Produttori Sementi di Bologna, SIS di Bologna, Apsov di Voghera), altri non rispondevano. Per il grano duro, invece, molto è stato costituito dal pubblico (si pensi alla serie Val, a Creso e Tito, per passare a Ofanto e finire con Simeto).</p>
<h2><strong>Che tipo di input o di indicazioni arrivavano da grandi gruppi come Barilla alla ricerca?</strong></h2>
<p>A differenza del frumento duro, sul tenero non si avevano stimoli dall’industria, al massimo potevano provenire da qualche mugnaio intelligente, magari stimolato dal cliente. Ad esempio, ad oggi, un certo tipo di GDO è in grado di acquistare in funzione della tipologia di pane che fa perché ha volumi importanti. Ancora oggi i  panettieri locali discriminano poco il prodotto in arrivo dai mulini. Per non parlare di quelli che a, <em>caccia dell’antico</em>, dicono di fare pane di grande qualità utilizzando San Pastore!!</p>
<h2><strong>Tirando le fila: adesso come è organizzata la ricerca sul tenero in Italia?</strong></h2>
<p>Adesso non c’è, in pratica… ci sono solo le prove sperimentali della Rete Nazionale, gestite dal CREA di Vercelli… Sant’Angelo Lodigiano è stato chiuso, non c’è nient&#8217;altro.</p>
<h2><strong>Questa scelta è legata al fatto che non abbiamo spazi di crescita come cerealicoltura del tenero sul mercato?</strong></h2>
<p>Anche se non ci fosse spazio di crescita, dovremmo avere un minimo di ricerca per capire almeno, se non altro, la qualità di cosa arriva in Italia. Altrimenti non siamo in grado di fare assolutamente nulla… Come miglioramento genetico, nel pubblico, c’è un ricercatore che afferisce al settore zootecnico del Crea che si trova a Lodi che si sta occupando di monococco, ma niente altro.<br />
Certamente, dal punto di vista agronomico, rispetto all’epoca Draghettiana, si è precisata meglio la concimazione azotata: quantitativi, modi di interventi, fino ad arrivare a come modificare il contenuto proteico per agire sulla qualità e la destinazione delle farine.</p>
<h2><strong>Quando si è iniziato a parlare di micotossine?</strong></h2>
<p>Si è iniziato a parlarne veramente negli anni ’90: i primi progetti fatti sono stati sul mais per cui c’era un maggiore interesse, soprattutto quando c’erano gli OGM che le escludevano; poi siamo passati al frumento. Ad oggi le analisi sul frumento sono meno strutturate rispetto a quelle per il mais, ma ce ne sono. Sarebbe un lavoro da sviluppare: queste sono le vere cose da dire al consumatore…<br />
Infine, speriamo di poter lavorare con le TEA  per migliorare non solo questi aspetti, ma anche quelli fungini e degli stress abiotici e che non si avveri il vecchio proverbio che “chi di speranza vive, disperato muore”!!</p>
<p><em>In alto, foto di archivio: laboratori del CREA di Foggia</em></p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>MAGGIORE RACCONTA IL TENERO FINO AGLI ANNI &#8217;80</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/chimica-tenero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jun 2024 22:03:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[cirillo maliani]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[maggiore]]></category>
		<category><![CDATA[sant'angelo lodigiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1935 agli ultimi anni del '900, prosegue il racconto del grano tenero</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Prosegue il ciclo di interviste sulla storia del frumento in Italia con il Prof. Tommaso Maggiore, già Professore Ordinario di Agronomia Generale e Coltivazioni Erbacee e Accademico ordinario dei Georgofili, Firenze (nella foto). In questo articolo ci racconta di cosa accadde dal periodo bellico in avanti, fino allo sviluppo dell&#8217;industria della chimica per l&#8217;agricoltura. (<a href="https://granoitaliano.eu/maggiore-racconta-la-battaglia-del-grano/" target="_blank" rel="noopener">Leggi l&#8217;intervista sulla Battaglia del grano</a>).</p>
<h2><strong><img decoding="async" class="alignleft wp-image-2515" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/tommaso_maggiore4_granoitaliano.webp" alt="chimica tenero" width="200" height="206" />Cosa successe nel 1935?</strong></h2>
<p>Nazareno Strampelli ricevette per conto dell’Istituto di Genetica per la Cerealicoltura una donazione dalla contessa Lidia Caprara, vedova del Conte Giangiacomo Morando Bolognini  a Sant’Angelo Lodigiano, allora in provincia di Milano oggi di Lodi,  consistente nel Castello Visconteo (foto in alto) con i beni ivi contenuti e di circa 500 ettari di terra tutto intorno. La contessa, che continuava a villeggiare  nel castello, istituì una Fondazione con il nome del marito. Strampelli accettò la Fondazione e costituì in loco una Fitotecnica (così denominava le Sezioni periferiche), lasciando la gestione a un Amministratore e a uno sperimentatore con funzioni di Direttore. Durante la guerra il direttore fu  Cirillo Maliani che era anche direttore della Fitotecnica di Badia Polesine. Io stesso sono stato Direttore della Fondazione tra il ’72 e l’ ’80.</p>
<p>La Fitotecnica avviò, sin dalla sua costituzione, una vasta sperimentazione e l’attività di miglioramento genetico. Poi, nel ’42, Strampelli morì e bisogno attendere la fine della guerra per un nuovo direttore. Strampelli stimolò altri ricercatori al miglioramento genetico, direttamente e indirettamente suoi allievi quali per citare i più noti: Cirillo Maliani, Mario Bonvicini, Marco Michahelles, Alberto Trentin, Enrico Avanzi, Roberto Forlani, Alviero Dionigi, che con le loro costituzioni diedero una certa risonanza anche a livello mondiale.</p>
<h2><strong>Dagli anni ’50, quali altri risultati si ebbero in termini di ricerca varietale?</strong></h2>
<p><img decoding="async" class="alignleft wp-image-2502" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/il-frumento_maliani-210x300.jpg" alt="chimica tenero" width="125" height="179" srcset="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/il-frumento_maliani-210x300.jpg 210w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/il-frumento_maliani-370x529.jpg 370w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/il-frumento_maliani-270x386.jpg 270w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/il-frumento_maliani-570x815.jpg 570w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/il-frumento_maliani.jpg 637w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />A Sant’Angelo Lodigiano interessante fu il lavoro del Prof. Forlani, nominato da Carlo Jucci (primo vero genetista italiano) Commissario dell’Istituto di Genetica per la Cerealicoltura di Roma. Forlani, autore di  un interessante libro dal titolo “Il frumento” (nella foto), era noto a Jucci per i suoi lavori di miglioramento avviati a Parma nell’ambito dell’attività presso il Consorzio Agrario. Forlani era particolarmente interessato agli incroci interspecifici. Utilizzò <em>Aegylops ovata</em>, graminacea prativa molto vicina al frumento e dotata di grande resistenza al freddo, in incroci con frumento tenero. Per la  riproduzione dell’incrocio era necessario eseguire trattamenti con  colchicina e, una volta fatto, permise di creare una serie di linee tra le più resistenti al freddo (Forlani, San Marino…) che, però, non ebbero gran successo.</p>
<p>Purtroppo, nel 1953 Forlani morì, gli successe Rusmini che continuò il lavoro del predecessore, costituendo una serie di varietà che hanno avuto un loro periodo di interesse, come il Demar 4. Negli anni ’70 il crescente interesse per la qualità panificatoria fece avviare alla Sezione di Sant’Angelo Lodigiano dell’Istituto di Cerealicoltura (Direttore Dott. Basilio Borghi) un programma teso ad ottenere varietà di alta qualità, basandosi sulla selezione precoce e utilizzando test qualitativi su piccoli campioni di seme. Il risultato più evidente fu il rilascio della varietà Salmone avente caratteristiche qualitative simili al Manitoba e derivata dall’incrocio <em>Bezostaja 1 x Glutinoso S15.</em></p>
<h2><strong>Nel frattempo, ci saranno anche delle influenze estere…</strong></h2>
<p>No, non ancora…c’è una forte azione di Federconsorzi e un dominio dei Consorzi Agrari nella diffusione delle sementi. I singoli consorzi, ad esempio di Piacenza o Milano, avevano veri e propri piccoli stabilimenti di selezione sementiera ed erano attive società sempre appartenenti alla Federconsorzi come la SIS di Bologna e la Polesana Sementi di Badia Polesine o la Produttori Sementi della Cassa di Risparmio di Bologna, ma anche tanti privati  sementieri locali, come a Sant’Angelo, stimolato dalla Fitotecnica certo Roderi. Si pensi che la legge sementiera è del ’72. Ed  è sicuramente questa che ha stimolato metodi di conservazione in purezza e di riproduzione più attenti ed atti a garantire una migliore qualità della semente all’operatore agricolo.</p>
<h2><strong>C’erano varietà prese dall’estero e testate in Italia?</strong></h2>
<p>In quel momento non c’era nulla e non c’erano sementieri interessati ad entrare in Italia. I grani del sud della Francia avevano performance peggiori dei nostri, gli spagnoli non avevano nulla da offrire, i materiali dei tedeschi e degli inglesi non erano adattabili ai nostri ambienti. Poteva essere utilizzato  del germoplasma estero che serviva per fare incroci, questo sì. Abbiamo visto l’impiego del grano russo <em>Bezostaja 1. </em>Rusmini cominciò a fare una serie di varietà interessanti, sempre di bassa taglia, più resistenti al freddo, qualitativamente accettabili e migliori di San Pastore. Contemporaneamente Maliani, prima di andare a Roma a Federconsorzi, aveva convinto il vescovo di Vicenza a costruire a Lonigo l’Istituto di Genetica Nazareno Strampelli, dove si iniziò a impostare una sperimentazione con un minimo di statistica, fatta correttamente.</p>
<h2><strong>Cosa nacque da Lonigo?</strong></h2>
<p>A Lonigo ci si occupava di frumenti teneri: qui nacque la serie L ( Lonigo, <em>Leonardo</em>, <em>Leone</em>, Lepre, Lupo, <em>Lontra</em>, <em>Libellula</em>, Lince, Lama, <em>Lucciola</em>, in corsivo sono indicate quelle che hanno avuto maggiore fortuna) sotto la spinta di Trentin, giovane che aveva studiato con Todaro a Bologna  e che era stato responsabile della Fitotecnica di Montagnana (PD), in periodo bellico dove  lavorava sui frumenti teneri oltre che sull’erba medica e sulla soia. Trentin, inoltre, partecipò attivamente alla costruzione della legge sulle sementi, avendo acquisito anche esperienza da sementiere alla Polesana Sementi di Badia Polesine. I positivi risultati conseguiti solo qualche anno dopo la costituzione dell’Istituto si giustificano con il fatto che erano stati trasferiti programmi già avviati in altre sedi e, in particolare, nelle Fitotecniche di Montagnana e Badia Polesini e ciò vale non solo per il frumento, ma anche per l&#8217;erba medica (La rocca) o la soia</p>
<h2><strong>Quali sono i problemi principali del sistema di quegli anni?</strong></h2>
<p>Non c’era poi una grande evoluzione, poiché mancava connessione tra i diversi livelli della filiera così come la conoscenza da parte del grande pubblico; non c’erano soggetti che facevano prove di adattamento e resa e non si analizzavano i materiali con raffinatezza per determinare la destinazione produttiva. Questo comportava difficoltà per i mulini per creare le miscele e adattarle alle diverse tipologie di pane che erano molto specifiche, territorio per territorio. L’industria non faceva pressioni né dava indicazioni, non possedeva neanche dei laboratori per le analisi chimiche e reologiche dei materiali.</p>
<h2><strong>Cosa accadeva, invece, dal lato dell’industria chimica fornitrice di mezzi tecnici?</strong></h2>
<p>Richiederebbe molto tempo il soffermarsi sull’industria dei fertilizzanti e sulle azioni educative, e talora diseducative (ad es. consigliare l’impiego dei concimi complessi in copertura al frumento!); e, quindi, sorvoliamo. Il ruolo dell’industria chimica ebbe inizio con i diserbi già negli anni ’60: si iniziò con i prodotti per le infestanti a foglia larga, sparirono fiordalisi e papaveri dai campi, ma non c’erano ancora i graminicidi, quindi <em>lolium</em> e <em>alopecurus</em> o <em>avena fatua</em>, ad esempio, presero il sopravvento.<br />
Una vera azione coordinata dell’industria chimica sulla granicoltura si ha  tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ’80, quando con Bayer Italia fui alla guida del “progetto grano”. In quel momento Bayer iniziava ad avere più prodotti, non solo diserbanti, ma anche fungicidi, per difendere la coltura. Incrementando la concimazione azotata avevamo, infatti, maggiore pressione di alcuni patogeni come il  f<em>usarium</em>: controllarlo voleva dire incrementare la resa, quindi c’era interesse.</p>
<p>Bayer disponeva in tutto il Nord Italia di circa 100 tecnici fitoiatri molto esperti di orticole e frutta, che andavano accompagnati a lavorare sui cereali. Quindi, durante l’inverno, per più anni  avevo impostato un percorso di formazione a Sant’Angelo Lodigiano, poi con la primavera abbiamo iniziato una serie di attività e prove nei campi della Val Padana, dal Piemonte al Friuli comprendendo tutta la Valle Padana in circa 80 aziende in ognuna dei quali si disponava una superficie di 6-10 ettari, considerando gli ambiento come ripetizioni. L’operazione è proseguita per 3 anni di fila, nei primi anni &#8217;80, con risultati eccellenti in termini di incremento di resa e di qualità del prodotto.</p>
<h2><strong>Quali le acquisizioni principali?</strong></h2>
<p>Sostanzialmente: l’impiego corretto dei  fungicidi allora disponibili, ma usavamo anche il Cicocel per abbassare ulteriormente la taglia, visto che arrivavamo a concimazioni azotate di una certa consistenza. Partivamo sempre con 500 semi germinabili per m<sup>2</sup>, stimolavamo l’accestimento con l’azoto distribuendone circa 1/3 all’accestimento, gli altri 2/3 alla levata, con dose in funzione della produzione attesa. I risultati furono molto soddisfacenti. Facevamo visitare i campi prova a gruppi di agricoltori.</p>
<h2><strong>Quanto i cerealicoltori hanno seguito questo percorso?</strong></h2>
<p>Pian pianino si è proseguito perché nel Nord Italia altre società hanno fatto come Bayer. Si avevano risultati ottimi anche per l’introduzione di nuovi prodotti, si pensi, ad esempio, che avevamo iniziato ad avere gli afidicidi sistemici in quegli anni.</p>
<h2><strong>Cosa è rimasto?</strong></h2>
<p>I prodotti sono cambiati praticamente tutti: variazioni sono avvenute nelle malattie, anche come ceppi di patogeni, e allo stesso tempo si sono perfezionate le tecniche e i prodotti. Una serie di prodotti, poi, non è più autorizzata, con le difficoltà correlate. Dobbiamo poi pensare che i prezzi del prodotto finale, ovviamente, giustificavamo l’operazione, in termini di redditi per gli agricoltori.</p>
<p>L&#8217;esperienza con Bayer, comunque, fu un’operazione interessante, non tanto dal punto di vista scientifico, ma in termini di approccio al territorio: era servita, in primo luogo, a preparare 100 uomini che, poi, erano pronti e attivi sul tema grano. Inoltre, si sono creati mezzi e strumenti utili nella gestione e nell’assistenza agronomica, si sono diffuse nozioni fondamentali sulla concimazione e sul rilievo delle malattie.</p>
<p><em>Fonte immagini: Prof. Tommaso Maggiore</em></p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>IL PROF. MAGGIORE RACCONTA IL GRANO TENERO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/il-prof-maggiore-racconta-il-grano-tenero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 09:29:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un’intervista che ci racconta la storia del frumento tenero in Italia</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/il-prof-maggiore-racconta-il-grano-tenero/">IL PROF. MAGGIORE RACCONTA IL GRANO TENERO</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Continua il ciclo di interviste sulla storia del frumento in Italia con il Prof. Tommaso Maggiore, già Professore Ordinario di Agronomia Generale e Coltivazioni Erbacee e Accademico ordinario dei Georgofili, Firenze (nella foto). Proseguiamo con la storia del grano tenero, partendo dagli inizi del ‘900: gli articoli successivi arriveranno fino ai giorni nostri, passando per la Battaglia del grano e giungendo fino alle TEA.</p>
<h2><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-2057" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-292x300.jpg" alt="tenero strampelli" width="198" height="203" srcset="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-292x300.jpg 292w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-370x380.jpg 370w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-270x278.jpg 270w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-570x586.jpg 570w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 198px) 100vw, 198px" /> Siamo con il Prof. Maggiore, buon conoscitore  di grano e non solo. Parliamo di grano tenero a partire dal 1900. Perché?</strong></h2>
<p>In quell’anno non erano state avviate azioni specifiche di miglioramento e in Italia erano coltivate una quindicina di varietà di grano tenero, oltre ad una infinita quantità di popolazioni. Tra le varietà più note ai primi del ‘900 vi era  la  Rieti, molto alta, anche 180-190 cm., era ben considerata sia in Italia centrale che nel nord perché resistente alle ruggini, anche se tardiva. Tutte le varietà disponibili  erano sostanzialmente tardive. Al nord, per esempio, altra varietà molto coltivata specie in Veneto  era il Gentilrosso. Nel sud vi era un miscuglio di popolazioni coltivate, tutte aventi quello che, anche  per le agrotecniche di allora, era considerato un difetto, ovvero una altezza notevole che portava spesso ad avere allettamento. Questo significava faticare di più nella mietitura e, se avveniva precocemente, avere decurtazioni di resa non indifferenti.</p>
<p>Dunque, tutti questi grani erano tardivi e subivano le ruggini, tranne il Rieti; quindi, le produzioni che si conseguivano mediamente non superavano i 10-12 quintali per ettaro. A fine ’800–primo ‘900, in tutte le provincie si pensò di fare innovazione nell’assistenza tecnica agli agricoltori, non più in forma scritta, ma orale. Provincia per provincia, con gradualità diverse, man mano che si disponeva delle persone, si diffuse un modo nuovo per diffondere agrotecniche innovative. Le persone necessarie provenivano dalle principali Scuole Superiori di Agricoltura, ovvero Milano, Portici e anche Pisa.</p>
<h2><strong>Come avveniva concretamente?</strong></h2>
<p>Si crearono ad opera delle Province le Cattedre ambulanti di Agricoltura . I Cattedratici ( venivano chiamati professori) frequentavano minuziosamente tutta la provincia fermandosi nei luoghi di aggregazione come ad esempio  le osterie. Per contratto, il cattedratico aveva l’obbligo di fare non meno di 100 conferenze all’anno, parimenti  ai collaboratori di cui si circondava. Oltre alle conferenze, si mettevano in atto anche azioni dimostrative delle tecniche agronomiche da diffondere. Certamente le cattedre sono state incisive nel modificare il panorama tecnico italiano, molto di più di qualsiasi altra azione. Furono, poi, trasformate nel 1935 perché il fascismo volle orientare e uniformare  l’assistenza agli agricoltori  direttamente dal Ministero: si passò, quindi, agli Ispettorati agrari provinciali e regionali (compartimentali) alle dipendenze  del Ministero dell’Agricoltura.</p>
<p>Tornando alle “cattedre”, si pensi ad esempio che lo studio  e l’applicazione degli avvicendamenti colturali, territorio per territorio, è dovuto a loro. Anche l’introduzione della zootecnia, ad esempio nella provincia di Mantova, è frutto dell’impegno del capo della  cattedra ambulante che fra le tante cose fatte  costituì il Consorzio Agrario per l’acquisizione collettiva dei mezzi tecnici. Nello stesso  periodo,  venne stimolata la creazione delle cooperative: un esempio per tutte è la Soresinese che raggruppò 400 grosse aziende del cremonese per la lavorazione del latte. Anche l’impatto delle Cattedre sulla coltura del frumento fu forte, cosa che fu evidente poi con la cosiddetta Battaglia  o Vittoria del grano.</p>
<h2><strong>Tra i cattedratici ambulanti vi era anche un certo Nazareno Strampelli, giusto?</strong></h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-2531" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/Strampelli_e_la_moglie-300x281.jpg" alt="maggiore tenero" width="219" height="205" srcset="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/Strampelli_e_la_moglie-300x281.jpg 300w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/Strampelli_e_la_moglie-370x347.jpg 370w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/Strampelli_e_la_moglie-270x253.jpg 270w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/Strampelli_e_la_moglie-570x534.jpg 570w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/06/Strampelli_e_la_moglie.jpg 630w" sizes="auto, (max-width: 219px) 100vw, 219px" />Esatto: nel 1900 venne chiamato a Rieti per la cattedra ambulante un giovane marchigiano, Nazareno Strampelli. Non sapeva molto di genetica, inizialmente; erano gli anni della riscoperta delle leggi di Mendel ma le trattavano più i botanici che i tecnici operativi. A Rieti, Strampelli si rese conto che in tutta la pianura si coltivava appunto la varietà Rieti che aveva il difetto di essere soggetta ad allettamento, seppur resistente alle ruggini. Volendosi, quindi, focalizzare sul frumento, ottenne la disponibilità dell’azienda San Pastore e di  creare una Stazione Sperimentale di Granicoltura, divenendone il direttore. Iniziò subito a lavorare sugli incroci con il supporto della moglie Carlotta (nella foto, i due coniugi): quest’ultima lo aiutava soprattutto a demasculare e impollinare, poiché il nostro  non aveva una grande “vista”. Chiamò il primo grano costituito e derivato da incrocio e selezione Carlotta, in onore della moglie.</p>
<p>Si costituì anzitutto una collezione di germoplasma contenente materiali italiani e stranieri  per anzitutto studiarla  al fine di scegliere  quelli utili per effettuare il miglioramento genetico. Mi piace qui ricordare che il primo dei fratelli Ingegnoli  (che girava il mondo alla ricerca di piante non presenti in Italia)  gli fece avere del seme di una varietà giapponese particolarmente bassa, dal nome <em>Akagomughi</em>. Dall’Olanda, invece, gli arrivò il seme della <em>Wilhelmina Tarwe</em>, caratterizzata da alta produttività, ma tardiva.</p>
<h2><strong>Cosa voleva ottenere da questi incroci?</strong></h2>
<p>Strampelli iniziò a fare incroci di tutti i tipi, con la prima idea di abbassare la taglia e precocizzare i frumenti allo scopo di adattarli al meglio alle condizioni climatiche italiane, caratterizzate da carenza idrica  ad un certo punto della stagione primaverile. Obiettivo finale era l’incremento della produttività attraverso una ottimale densità di piante con spighe capaci di contenere un gran numero di cariossidi.</p>
<p>Utilizzò, quindi, materiali precoci, ne abbatté la taglia con A<em>kagomughi</em> e ottenne grani alti poco più di 1 m. Non mancavano le difficoltà ma iniziò a licenziare le prime varietà. Contrariamente a quanto si fa oggi, queste non erano perfettamente omozigoti: si lasciava un po’ di variabilità per la fretta di vederle in campo e misurarne le performance. Non aveva molto spazio per le parcelle di prova, doveva usare ambienti diversi, con il supporto degli amici, in giro per l’Italia. Di certo, apprese le leggi di Mendel,  dopo i suoi primi incroci fece un numero enorme di incroci e reincroci ( circa 1000)  e selezionò, conservando campioni di cariossidi man mano che procedeva nella selezione. Ancora oggi, nei corridoi della vecchia Stazione sperimentale di Rieti e in qualche  sala del Ministero dell’Agricoltura , si possono vedere  i barattoli di vetro con i campioni di frumento di  Strampelli.</p>
<h2><strong>Chi moltiplicava il seme, però?</strong></h2>
<p>Questa era una delle maggiori difficoltà: per risolverla, Strampelli creò abbastanza presto l’Associazione Rietina delle Sementi, ARS di Rieti, poi divenuta Associazione Riproduttori Sementi che rappresentava una prima base. A Bologna, poi, nacque la Produttori Sementi ad opera di Todaro nel 1911. La vera diffusione del materiale precoce di Strampelli si ebbe con l’inizio della cosiddetta Vittoria o Battaglia del grano che si avviò nel 1924, divenne concreta nel 1925 e andò avanti fino al 1938-40. Si pensi che in quel periodo l’Italia coltivava qualcosa come il 40% della SAU a frumento. Vi erano province o regioni come la Lombardia dove si avevano quote del 30% che, se si considera anche l’area montana presente in Regione era una superficie enorme, lo stesso dicasi del  Piemonte. In Centro Italia si aveva anche il 40-50% della SAU coltivata a frumento tenero.</p>
<p>La produzione nazionale, tra tenero e duro, era 55 milioni  di quintali. A 10 anni dall’inizio della Battaglia, si era a 75 milioni  di quintali, senza grande aumento di superfici, ma solo grazie al miglioramento genetico e all’adeguamento delle agrotecniche.</p>
<p><a href="https://granoitaliano.eu/maggiore-grano-duro/" target="_blank" rel="noopener">Leggi anche il racconto del grano duro in Italia del Prof. Maggiore</a></p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>IL DURO NEL DOPO-GUERRA: IL RACCONTO DI MAGGIORE</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/duro-tecnologie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 May 2024 22:03:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[casaccia]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[maggiore]]></category>
		<category><![CDATA[norin 10]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://granoitaliano.eu/?p=2135</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ricerca e sviluppo varietale sul grano duro con le nuove tecnologie</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-2057" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-292x300.jpg" alt="grano duro nord" width="158" height="162" srcset="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-292x300.jpg 292w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-370x380.jpg 370w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-270x278.jpg 270w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1-570x586.jpg 570w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/tommaso_maggiore1_granoitaliano-1.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 158px) 100vw, 158px" />Prosegue il ciclo di interviste sulla storia del frumento in Italia con il Prof. Tommaso Maggiore, già Professore Ordinario di Agronomia Generale e Coltivazioni Erbacee e Accademico ordinario dei Georgofili, Firenze (nella foto a lato). In questo articolo chiudiamo il racconto sull&#8217;evoluzione del grano duro, parlando del ruolo delle nuove tecnologie nell&#8217;evoluzione varietale a partire dagli anni &#8217;60.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Cosa stava accadendo, negli anni ’60, nella ricerca varietale sul grano duro?</strong></h2>
<p>Da un lato c’era Ugo De Cillis Direttore Dell’Istituto di Genetica per la Cerealicoltura, che non credeva di poter ottenere vantaggi produttivi con l’abbassamento della taglia,  e altri ricercatori dello stesso Istituto che quasi lavoravano “di nascosto” non rispettando quanto sostenuto dal lor direttore ( Pierino Jannelli a Foggia e Bruno Resmini a Sant’Angelo Lodigiano), dall’altro era giunto in Italia José Vallega, della FAO, che introdusse il Norin 10. Nei suoi programmi con la grande e fattiva collaborazione  di Giuseppina Zitelli, riuscì a introdurre il fattore della taglia bassa, combinandolo con la resistenza alle patologie (ad esempio, alle ruggini). Senatore Cappelli era ritenuta la varietà migliore e veniva utilizzata come genitore ricorrente.</p>
<p>Si lavorava nelle serre innovative localizzate a Roma, le prime con un gruppo frigo per riuscire a mantenere temperatura e umidità costanti. Da questo programma vennero  fuori tutta una serie di varietà, alcune di qualità discutibile, ma di taglia bassa: Valgiorgio, Valgerardo, Valaniene, Valfiora… La storia proseguì: molti materiali vennero poi impiegati per programmi di miglioramento genetico, ad esempio,  in Sicilia  Calcagno (Direttore dell’Istituto di Granicoltura di Caltagirone) utilizzò Valnova per realizzare Simeto.</p>
<p>Un altro gruppo attivo in quegli anni era in Sicilia, l’Istituto di Agronomia di Palermo (Direttore Gianpietro Ballatore) che operava nell’az. sperimentale Sparacia realizzò Trinacria. Anche in Sardegna Raffaele Barbieri e i suoi collaboratori costituirono  Maristella. Tra il ‘70 e il ’75, dal nucleo della Casaccia vennero fuori due linee, il Tito e il Creso, che segnarono una nuova era. A Bari un altro allievo di Strampelli, Dionigi, costituì ISA1 e Appulo.</p>
<p>Per leggere in modo corretto senza servirsi solo dei ricordi racccomando di leggere un recentissimo libro edito da Chirotti e scritto da Gaetano Boggini, Andra Brandolini e Alfio Spina dal titolo “Storia dei frumenti, origine, evoluzione e genetica&#8221;.</p>
<h2><strong>Cosa faceva e come nacque la Casaccia?</strong></h2>
<p>Nacque alla fine negli anni ‘50 per l’impiego di energia nucleare in agricoltura; si trattava di una tecnologia per ottenere effetti mutageni attraverso trattamenti specifici. Questi erano necessari per poter generare variabilità da impiegare nei programmi di miglioramento genetico, come già avveniva per numerose specie vegetali all’epoca. Nel cosiddetto “campo gamma” si fecero diversi trattamenti su Senatore Cappelli che diedero luogo alle varietà Casteldemonte e Castelporziano. Nel frattempo, i ricercatori di Scarascia Mugnozza avevano portato in Italia materiale innovativo trovato in giro per il mondo: fu anche con il contributo di queste fonti che si crearono le linee di Tito e Creso, laddove quest’ultimo poi fu vincente. Possiamo, quindi, affermare che la battaglia per la taglia bassa è stata vinta più per selezione con Norin 10 che con i raggi gamma&#8230; questo perché si erano impiegati, come genitori ricorrenti, Casteldemonte e Castelporziano che derivavano da Senatore Cappelli.</p>
<h2><strong>Perché allora si è data tanta importanza ai raggi gamma?</strong></h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-2137" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/creso_granoitaliano-300x207.jpg" alt="" width="259" height="179" srcset="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/creso_granoitaliano-300x207.jpg 300w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/creso_granoitaliano-370x255.jpg 370w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/creso_granoitaliano-270x186.jpg 270w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/creso_granoitaliano-435x300.jpg 435w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2024/05/creso_granoitaliano.jpg 457w" sizes="auto, (max-width: 259px) 100vw, 259px" />Erano il motivo fondamentale per cui esisteva la stazione di ricerca, quindi andava promosso. Bisogna comunque pensare che la varietà Creso funzionava benissimo: ha occupato fino al 55-60% della superficie coltivata a grano duro in Italia. In termini produttivi e qualitativi, specialmente nelle condizioni più a Nord &#8211; come nelle Marche, in Emilia e nel Lazio &#8211; dava ottimi risultati. Un po’ meno in Sicilia, perché è una varietà più tardiva rispetto ad altre: in questa regione il lavoro di ricerca fatto dalla Stazione di Granicoltura di Caltagirone, ad esempio con il Simeto, è stato particolarmente proficuo perché ha fornito , fra l’altro, materiale precoce. Pensiamo che il Simeto ha una sua rilevanza ancora adesso in molte aree mediterranee.</p>
<h2><strong>Ci racconta della sua esperienza a Foggia, oggi sede del CREA e punto di riferimento per il grano duro?</strong></h2>
<p>In effetti il mio contributo è stato solo quello “costruttivo” dell’attuale sede  di ricerca. L’azienda Manfredini, estesa, se non ricordo male, per circa  200 ettari, era nata ai primi del ‘900 ed era gestita inizialmente  da  Grifoni che fu trasferito da Rieti a Foggia da  Nazareno Strampelli. La sua masseria dell’zienda , attaccata alla città, era strategica per la possibilità ci reperimento  della manodopera allora necessaria in grande quantità per realizzare i campi sperimentali. Strampelli, non riuscendo ad acquistarla, la fece  espropriare in tempi di (15 giorni). Nel dopoguerra, in pensione Grifoni, vi fu collocato  un ricercatore, Pierino Iannelli, che molto lavoro sul grano duro e poi, trasferitosi alla confinante azienda  della Capitanata (assegnata all’Istituto sperimentale per le colture foraggere),su diverse  colture foraggere. Con la riforma della sperimentazione agraria la Fitotecnica ( cosi’ Strampelli denominava le sedi periferiche) di Foggia viene assegnata all’Istituto sperimentale per la Cerealicoltura di Roma come sezione.</p>
<p>Nel 1973 l’Istituto decide  di cambiare la sede, collocando una parte della foresteria nella masseria e creando un moderno istituto di ricerca: nuove strutture per le moderne pratiche di miglioramento genetico e di agronomia. Il Consiglio di Amministrazione desiderava realizzare un progetto che si era definito nel 1938 . Il Presidente ( Prof. Paolo Albertario) e il Direttore ( Prof. Angelo Bianchi)  mi incaricarono di far mantenere la parte esterna del detto progetto e, a parità di spesa di ristrutturare gli interni. Così nacque il moderno istituto di Foggia, che ristrutturato potò ricevere  il  nuovo Direttore:  il Prof. Wittmer.</p>
<p>Leggi <a href="https://granoitaliano.eu/grano-duro-nord/" target="_blank" rel="noopener">la storia dell&#8217;arrivo del grano duro al Nord Italia</a> e <a href="https://granoitaliano.eu/maggiore-grano-duro/" target="_blank" rel="noopener">il racconto delle origini dello sviluppo varietale</a> del Prof. Maggiore.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio<br />
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