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	<title>concime - Grano Italiano</title>
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	<description>Il giornale dei cerealicoltori</description>
	<lastBuildDate>Thu, 11 Jun 2026 05:23:29 +0000</lastBuildDate>
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	<title>concime - Grano Italiano</title>
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		<title>UREA, LA VERA ALTERNATIVA COSTA</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/urea-la-vera-alternativa-costa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 22:10:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fertilizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[bacino padano]]></category>
		<category><![CDATA[concime]]></category>
		<category><![CDATA[fertilizzante]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le soluzioni che possono ridurre l’impatto del blocco dell’urea nel Bacino Padano: Reyneri avverte, servono logistica, regole chiare e sostegni economici.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il divieto di utilizzo dell’urea nel Bacino Padano, previsto dal 1° gennaio 2028, ha aperto una discussione che non può essere liquidata con uno slogan. <strong>La cerealicoltura padana non può rinunciare all’azoto ureico. Può usarlo meglio, può ridurre le perdite, può adottare forme più efficienti. Ma deve poterlo fare con strumenti disponibili, regole chiare e costi sostenibili.</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-192" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2023/12/Amedeo_reyneri_frumento_grano-italiano-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />È questo il punto centrale dell’analisi del Prof. Amedeo Reyneri dell’Università di Torino (nella foto), già intervenuto su Grano Italiano nei mesi scorsi proprio sulle conseguenze del blocco dell’urea per i cereali del Nord Italia.</p>
<p><strong>«Non vi sono soluzioni agronomiche rivoluzionarie che possano aiutare gli agricoltori ad affrontare il bando dell’urea, se non alternative di cui conosciamo bene i vantaggi, confermati da anni nella letteratura tecnica e scientifica»</strong> ci dice Reyneri.</p>
<p>Il problema, quindi, non è la mancanza di conoscenze tecniche. È la capacità di tradurre quelle conoscenze in una filiera dell’azoto realmente applicabile dalle aziende agricole. Soprattutto in una fase in cui i fertilizzanti sono rincarati e la liquidità delle imprese è sotto pressione.</p>
<h2><strong>Urea inibita: la strada più immediata</strong></h2>
<p>La principale alternativa all’impiego dell’urea tradizionale è l’urea inibita o protetta. Si tratta di un prodotto in cui non varia il titolo del concime ma si rallentano i processi che portano alla volatilizzazione dell’ammoniaca, riducendo le perdite e migliorando l’efficienza d’uso dell’azoto.</p>
<p>Se guardiamo alle alternative previste in Italia, «ancora prima del blocco dello Stretto di Hormuz, il Governo aveva già introdotto degli emendamenti alla legge cosiddetta Coltiva Italia: uno riguardava proprio l’urea e rendeva possibile l’impiego delle uree inibite o protette».</p>
<p>Per Reyneri si tratta di un passaggio importante, perché allinea l’Italia a quanto già avviene in altri Paesi europei. La questione, infatti, non è difendere l’urea tal quale a prescindere ma evitare che il divieto colpisca anche le forme più efficienti e migliorative dal punto di vista ambientale.</p>
<p><strong>«L’emendamento ha aperto alla principale alternativa all’impiego dell’urea solida tal quale che, secondo i lavori scientifici, è in grado di ridurre di circa il 60% delle perdite in ammoniaca» ci dice. </strong>La strada, quindi, è tecnicamente credibile. Ma non è a costo zero.</p>
<h2><strong>Il nodo logistico: comprare <em>just in time</em></strong></h2>
<p>L’urea inibita costa di più. Secondo Reyneri, il differenziale può essere significativo e un aumento della domanda potrebbe accentuare la pressione sui prezzi. Ma, oltre al costo, c’è un tema meno visibile e, forse, ancora più complesso: la logistica.</p>
<p><strong>«L’urea inibita ha un valore sul mercato dall’8 al 15% superiore e un aumento della domanda potrebbe influenzarlo. Un altro elemento di complessità è legato al trattamento di inibizione che ha una scadenza breve e che può variare da 4 settimane a 1 mese e mezzo». Decisamente limitato.</strong></p>
<p>Questo, infatti, cambia completamente il modo in cui l’agricoltore e il distributore devono organizzarsi. L’urea tradizionale può essere acquistata, stoccata e gestita con maggiore flessibilità. L’urea inibita, invece, richiede programmazione più stretta e acquisti prossimi al momento dell’impiego.</p>
<p>«Tutto l’aspetto logistico è messo a dura prova: non è possibile immagazzinare l’urea per mesi come viene fatto nelle ordinarie condizioni operative. È un lavoro difficile sia per l’industriale sia per l’azienda agricola, che deve comprarla sostanzialmente <em>just in time</em>, quindi poco prima dell’applicazione».</p>
<p><strong>Anche l’urea  cosiddetta “coated”, cioè i prodotti ricoperti, rappresentano una possibilità. Sono più efficienti e rilasciano l’azoto in modo graduale, vicino alle esigenze della pianta. Ma anche qui serve valutare caso per caso.</strong></p>
<p>«Si tratta di prodotti più cari ma, poiché sono più efficienti, è possibile ridurre le dosi applicate. Le riflessioni in merito vanno effettuate caso per caso» aggiunge Reyneri.</p>
<h2><strong>Digestato, la grande risorsa padana</strong></h2>
<p>Accanto alle uree protette, il secondo grande tema è il digestato. Nel Bacino Padano la presenza di allevamenti e impianti di biogas rende disponibile una risorsa potenzialmente importante per ridurre la dipendenza dai concimi azotati minerali. Ma oggi l’impiego del digestato resta legato a vincoli normativi e gestionali che ne limitano la piena valorizzazione.</p>
<p><strong>«Sia con gli emendamenti alla proposta Coltiva Italia, sia a livello europeo, c’è la volontà di porre mano alle normative sull’applicazione del digestato, allo scopo di creare un ambito di impiego che non sia vincolato, come lo è oggi, al refluo zootecnico. Questo creerebbe uno spazio di maggiore facilità di impiego».</strong></p>
<p>Per Reyneri, il digestato può essere una leva decisiva negli areali zootecnici, proprio perché permetterebbe di ridurre il ricorso all’urea. Ma, anche in questo caso, non basta dire “digestato”: servono standard, controlli e classificazioni, perché non tutti i digestati hanno le stesse caratteristiche.</p>
<p>«L’idea è creare una normativa a sé per il digestato, evidenziandone naturalmente le caratteristiche essenziali per definirlo e valutarlo nelle sue peculiarità. È fuori dubbio che abbiamo una grossa risorsa competitiva e molto disponibile nel Bacino Padano» aggiunge Reyneri.</p>
<p>Il tema si intreccia inevitabilmente con la Direttiva Nitrati. Le organizzazioni agricole europee chiedono maggiore flessibilità, almeno nelle fasi critiche, mentre le associazioni ambientaliste guardano con preoccupazione alla revisione dei vincoli.</p>
<h2><strong>La transizione va costruita prima del 2028</strong></h2>
<p>La conclusione è che il “dopo-urea” non può essere improvvisato. Le alternative ci sono: urea inibita, concimi ricoperti, digestato, maggiore efficienza della concimazione, distribuzioni più precise. Ma ognuna porta con sé costi, vincoli e necessità organizzative.</p>
<p>«Certamente quest’anno avremo molte esperienze sull’impiego dell’urea inibita: sono tante le associazioni e le cooperative che hanno preso in mano questa soluzione per verificarne puntualmente l’applicabilità» conclude Reyneri.</p>
<p>Il 2026, dunque, può diventare un anno di prova. Ma perché queste esperienze diventino una soluzione di sistema, occorre che politica, industria dei fertilizzanti, cooperative e aziende agricole lavorino sulla stessa traiettoria.</p>
<p><strong>Il blocco dell’urea nel Bacino Padano non deve trasformarsi in un taglio alla produttività dei cereali. Può diventare un’occasione per usare meglio l’azoto. Ma solo se la transizione sarà accompagnata da regole realistiche, sostegni economici e una logistica all’altezza della sfida.</strong></p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>FERTILIZZANTI, IL CONTO ESPLODE</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/fertilizzanti-il-conto-esplode/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 17:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fertilizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[ammoniaca]]></category>
		<category><![CDATA[bacino padano]]></category>
		<category><![CDATA[concime]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[urea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rincaro dei concimi e il futuro blocco dell’urea mettono sotto pressione la cerealicoltura italiana: dialogo con il prof. Reyneri</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il tema dell’urea nel Bacino Padano non è più soltanto una questione ambientale o normativa. È diventato, nel giro di pochi mesi, uno dei nodi economici più delicati per la cerealicoltura italiana.</strong> Perché il possibile blocco dell’urea dal 2028, previsto nell’ambito del Piano nazionale per la qualità dell’aria, arriva mentre il prezzo dei fertilizzanti ha già messo in difficoltà le aziende agricole.</p>
<p>A fine maggio, il tema era chiaramente al centro del confronto politico e tecnico. Ancora oggi resta attualissimo: la campagna 2026 è ormai compromessa sul piano dei costi della nutrizione azotata, mentre le decisioni prese in queste settimane avranno effetti diretti sulle prossime semine.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-192" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2023/12/Amedeo_reyneri_frumento_grano-italiano-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />«Nelle ultime settimane sono emerse alcune novità, prevalentemente sul campo normativo» ci dice il Prof. Amedeo Reyneri del DISAFA, Università di Torino (nella foto). <strong>«Questo anche perchè il Governo italiano e le grandi filiere hanno potuto toccare con mano che la situazione è molto delicata. Si è avuto un rincaro di circa il 40% dei fertilizzanti dall’inizio del 2026 e questo ha messo in difficoltà non in modo secondario le aziende cerealicole europee, ed italiane in particolare»</strong>.</p>
<p>Il punto è semplice: chiedere agli agricoltori di smettere di impiegare l’urea, effettuare nuove scelte tecniche, logistiche e di calendario di distribuzione, proprio mentre i costi esplodono, rischia di trasformare una misura ambientale in una penalizzazione severa alla sostenibilità economica delle imprese.</p>
<p>«Pensare in questa fase di dovere caricare ulteriormente gli oneri delle aziende agricole per la concimazione è certamente ulteriormente problematico» aggiunge Reyneri.</p>
<h2><strong>Il credito d’imposta: aiuto utile, ma temporaneo</strong></h2>
<p>«<strong>Il Governo ha stanziato 40 milioni di euro da finanziare con il meccanismo del credito di imposta del 30% sugli acquisti di fertilizzanti.</strong> Si viene incontro ad una situazione contingente, una soluzione di brevissimo periodo».</p>
<p><strong>Per le aziende cerealicole, però, il problema è già entrato nei conti colturali.</strong> Nel frumento, come nel mais e negli altri seminativi ad alta richiesta di azoto, la concimazione rappresenta una delle voci decisive. Quando il prezzo dell’azoto cresce, il margine si assottiglia subito. E se i prezzi di mercato dei cereali restano instabili o deboli, la forbice diventa insostenibile.</p>
<p>«Ormai questa campagna si è conclusa: l’80-90% dell’urea che doveva essere acquistata ed impiegata, è stata effettivamente distribuita  tra aprile e l’inizio di giugno. La campagna 2026 è stata segnata da costi di azoto necessariamente più alti».</p>
<p>È qui che il tema diventa politico. L’agricoltore non contesta la necessità di ridurre le emissioni o di migliorare l’efficienza d’uso dell’azoto. Chiede, però, che la transizione non si trasformi in una sottrazione netta di competitività. Soprattutto in Pianura Padana, dove la cerealicoltura è già stretta tra costi, volatilità dei prezzi, vincoli ambientali e concorrenza internazionale.</p>
<h2><strong>L’Europa cerca autonomia sui concimi</strong></h2>
<p>Il 19 maggio, poi, la Commissione Europea ha presentato il Fertilizer Action Plan, un piano d’azione per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, migliorare l’accessibilità economica dei fertilizzanti e ridurre la dipendenza dall’estero. La direzione è corretta, ma il percorso sarà lungo.</p>
<p>«Il Fertilizer Action Plan della Commissione Europea si muove verso gli obiettivi di incrementare disponibilità e accessibilità economica dei concimi a livello comunitario nel breve periodo. Nel medio periodo, poi, mira a  rafforzare l’autonomia europea sui fertilizzanti che, ad oggi, è piuttosto bassa».</p>
<p><strong>La dipendenza dell’Europa dalle importazioni è il vero punto debole.</strong> Come ci spiega Reyneri, l’Unione dipende dall’estero per una quota importante dei fertilizzanti azotati, fosfatici e potassici che va dal 30 al 70%. Questo significa che ogni tensione geopolitica, energetica o commerciale si scarica rapidamente sui costi agricoli.</p>
<p>«L’UE è ancora fortemente dipendente dalle importazioni, con tutto quello che ne consegue per la debolezza della struttura agricola. Il nuovo piano per ora è sicuramente pieno di buone intenzioni, tra cui quella di mobilizzare delle riserve della Pac: vedremo quale sarà l’interpretazione che verrà messa in atto, in particolare con l’avvio della nuova Politica Agricola dal 2027».</p>
<p>Nel frattempo, l’UE ha scelto anche la strada della sospensione temporanea dei dazi sui fertilizzanti importati (con l’eccezione di Russia e Bielorussia). Un intervento che può aiutare, ma solo in parte.</p>
<p>«È una decisione temporanea, quella di sospendere i dazi, ma le stime ci dicono che può influenzare il 4-6% dei costi globali che le aziende devono affrontare».</p>
<h2><strong>Una crisi che non finisce con questa campagna</strong></h2>
<p>La fotografia, dunque, è chiara. <strong>La campagna 2026 ha già incorporato l’aumento dei costi. I</strong>l credito d’imposta potrà alleggerire una parte del conto, ma non cambierà la sostanza. Il vero banco di prova sarà la capacità di costruire, prima del 2028, un sistema alternativo all’urea tradizionale che sia tecnicamente praticabile, economicamente sostenibile e logisticamente gestibile.</p>
<p>«Capisco l’intervento del Governo che vuole lavorare su strumenti come il credito d’imposta che, a posteriori, alleggerisce un po’ l’azienda. Sono, tuttavia, soluzioni temporanee, come quelle per il gasolio agricolo» chiude Reyneri.</p>
<p>Per la cerealicoltura italiana il rischio è evidente: sommare crisi dei prezzi, rincaro dei mezzi tecnici e nuovi vincoli normativi significa spingere molte aziende verso una riduzione degli investimenti, delle rese attese o delle superfici coltivate. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe per difendere i seminativi italiani.</p>
<p>La transizione dell’azoto, quindi, non può essere affrontata come un semplice divieto. Deve diventare una strategia industriale, agronomica e di filiera. Altrimenti il costo finale non sarà solo nelle fatture dei fertilizzanti, ma nella tenuta produttiva dei cereali nazionali.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>GRANO CHE SI CONCIMA DA SOLO?</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/grano-che-si-concima-da-solo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 22:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fertilizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[azoto]]></category>
		<category><![CDATA[concime]]></category>
		<category><![CDATA[fertilizzanti]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[urea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La genetica lavora a frumenti capaci di sfruttare meglio l’azoto atmosferico grazie ai microrganismi del suolo. Una frontiera ancora lontana dal campo, ma già al centro della ricerca internazionale.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="344" data-end="626">Tra gli spunti emersi al <strong data-start="369" data-end="405">Food&amp;Science Festival di Mantova 2026</strong>, uno dei più interessanti per la cerealicoltura riguarda l’azoto. Non solo perché è un elemento decisivo per resa e proteine, ma perché rappresenta anche una delle voci più pesanti nei costi di coltivazione del frumento.</p>
<p data-start="628" data-end="950">Il grano, infatti, ha bisogno di azoto per costruire biomassa, sostenere il riempimento della granella e raggiungere i parametri qualitativi richiesti dalla filiera. Ma l’azoto è anche un input complesso da gestire: costa, può essere perso nell’ambiente e non sempre viene assorbito dalla pianta con la massima efficienza.</p>
<p data-start="952" data-end="1110">Da qui nasce una domanda che sembra quasi fantascienza agronomica: sarà mai possibile avere una varietà di frumento capace di procurarsi almeno una parte dell’azoto da solo?</p>
<h2 data-section-id="1sgevls" data-start="1112" data-end="1142">Il modello delle leguminose</h2>
<p data-start="1144" data-end="1450">In natura il riferimento è noto. Le leguminose, grazie alla simbiosi con batteri azotofissatori, riescono a trasformare l’azoto atmosferico in forme utilizzabili dalla pianta. Per questo colture come favino, soia, pisello o erba medica hanno un ruolo importante nelle rotazioni e nella fertilità dei suoli.</p>
<p data-start="1452" data-end="1685">Il frumento, però, non funziona così. Non forma noduli radicali come le leguminose. Assorbe l’azoto dal terreno e dipende, quindi, dalla fertilità naturale del suolo, dalla mineralizzazione della sostanza organica e dagli apporti esterni.</p>
<p data-start="1687" data-end="1895">La sfida della genetica è provare ad aprire una terza strada. Non trasformare semplicemente il frumento in una leguminosa, ma renderlo più capace di dialogare con i microrganismi presenti attorno alle radici.</p>
<h2 data-section-id="u7qk9c" data-start="1897" data-end="1940">Una ricerca che arriva dagli Stati Uniti</h2>
<p data-start="1942" data-end="2475">Un esempio interessante arriva dall’Università della California, Davis. Un gruppo di ricerca ha lavorato su piante di frumento capaci di stimolare nel suolo la produzione di azoto utilizzabile dalla coltura. Il meccanismo si basa sull’uso di tecniche di miglioramento genetico (CRISPR) per indurre il grano a produrre in maggiore quantità un composto naturale. Una volta rilasciato nella rizosfera, questo composto aiuta alcuni batteri a convertire l’azoto atmosferico in forme disponibili per la pianta (<a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.70289" target="_blank" rel="noopener">https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.70289</a>).</p>
<p data-start="2477" data-end="2753">Non si tratta, almeno per ora, di un grano che “fissa l’azoto” come una leguminosa. La differenza è importante. La pianta non diventa una soia o un favino. Piuttosto, diventa più capace di creare attorno alle radici un ambiente favorevole alla fissazione biologica dell’azoto.</p>
<p data-start="2755" data-end="3069">È una prospettiva interessante perché sposta l’attenzione dal solo patrimonio genetico della pianta al rapporto tra pianta, suolo e microbioma. In altre parole, il futuro del grano potrebbe non dipendere solo da varietà più produttive, ma anche da piante capaci di valorizzare meglio la vita microbica del terreno.</p>
<h2 data-section-id="ts13e5" data-start="3071" data-end="3104">Meno concime, non zero concime</h2>
<p data-start="3106" data-end="3260">Per l’agricoltore, è bene essere chiari: non siamo davanti a varietà commerciali già disponibili, nè prevediamo la fine della concimazione azotata.</p>
<p data-start="3262" data-end="3587">Anche nella migliore delle ipotesi, un grano più efficiente nel rapporto con i batteri azotofissatori dovrà essere inserito in una gestione agronomica completa ed integrata. Serviranno suoli vitali, rotazioni corrette, sostanza organica, attenzione alla struttura del terreno e una nutrizione calibrata sui fabbisogni reali della coltura.</p>
<p data-start="3589" data-end="3803">Il punto, quindi, non è immaginare un grano coltivato senza concimi. Il punto è arrivare a un grano che usi meglio l’azoto, che ne sprechi meno e che possa ridurre, almeno in parte, la dipendenza dagli input esterni.</p>
<h2 data-section-id="2wrrdc" data-start="3805" data-end="3838">Una frontiera anche ambientale</h2>
<p data-start="3840" data-end="4062">Il tema è rilevante anche sul piano ambientale. L’azoto non utilizzato dalla pianta può essere perso per lisciviazione, volatilizzazione o emissione di protossido di azoto. Per questo ogni punto di efficienza in più conta.</p>
<p data-start="4064" data-end="4350">La ricerca internazionale sulle simbiosi tra colture e microbioma del suolo va proprio in questa direzione: rafforzare le relazioni utili tra piante e microrganismi per costruire sistemi agricoli più sostenibili. Non è una scorciatoia ma una nuova frontiera del miglioramento genetico.</p>
<p data-start="4352" data-end="4688">Il miglioramento genetico, quindi, non sostituirà l’agronomia ma potrà darle strumenti nuovi. Dopo decenni in cui l&#8217;evoluzione genetica ha puntato soprattutto a resa, qualità e resistenza alle malattie, la prossima fase potrebbe includere anche la capacità della pianta di collaborare meglio con il suolo.</p>
<p data-start="4690" data-end="4889">E in un contesto in cui produrre frumento significa fare i conti con margini stretti, clima instabile e input costosi, un frumento più efficiente nell’uso dell’azoto sarebbe già una piccola rivoluzione.</p>
<p data-start="4690" data-end="4889"><strong><em>Puoi seguirci anche sui social, siamo su <a href="https://www.facebook.com/granoitaliano1" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-vendor="19">Facebook</a>, <a href="https://www.linkedin.com/company/granoitaliano" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-vendor="60">Linkedin</a> e <a href="https://www.instagram.com/granoitaliano.eu/" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Instagram</a></em></strong></p>
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