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	<title>conti - Grano Italiano</title>
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	<description>Il giornale dei cerealicoltori</description>
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		<title>IL TAVOLIERE FA I CONTI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 22:10:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel Tavoliere il grano duro resta centrale ma costi, rese e prezzi mettono in discussione la redditività delle aziende.</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/il-tavoliere-fa-i-conti/">IL TAVOLIERE FA I CONTI</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La sostenibilità economica del grano duro nel Tavoliere delle Puglie è sempre più fragile. A metterlo in evidenza è un’analisi di Gaetano Locci, pubblicata su Georgofili.info, che fotografa una situazione ormai nota a molti cerealicoltori: la coltura resta strategica per il territorio e per la filiera della pasta, ma il rapporto tra costi di produzione e ricavi appare sempre più squilibrato.</p>
<p>Il Tavoliere è storicamente una delle aree più vocate alla produzione di grano duro di qualità. Proprio qui, però, l’aumento dei costi aziendali e la dinamica dei prezzi riconosciuti agli agricoltori stanno rendendo sempre più difficile garantire reddito alle imprese. Come ricorda l’articolo, il rischio è che una coltura simbolo del Mezzogiorno diventi economicamente poco sostenibile anche in territori dove ha radici profonde.</p>
<h2>Costi oltre le stime</h2>
<p>Uno dei punti centrali riguarda il costo reale di produzione. Le stime comunemente adottate per il comparto cerealicolo pugliese indicano un intervallo medio tra 1.150 e 1.300 euro per ettaro. Tuttavia, secondo l’analisi, nelle condizioni operative attuali il costo effettivo può arrivare a circa 1.500 euro per ettaro, soprattutto per effetto dell’aumento di carburanti, fertilizzanti e altri mezzi tecnici.</p>
<p>Questo dato cambia radicalmente la lettura della redditività. Con una resa media indicata intorno a 35 quintali per ettaro, i ricavi lordi risultano insufficienti nella maggior parte degli scenari di prezzo. A 20 euro al quintale, il ricavo è di 700 euro per ettaro; a 25 euro sale a 875 euro; a 28 euro arriva a 980 euro. Anche ipotizzando 40 euro al quintale, il ricavo lordo si ferma a 1.400 euro per ettaro, quindi ancora vicino o inferiore al costo effettivo indicato.</p>
<h2>Il pareggio è lontano</h2>
<p>La conseguenza è chiara: ai livelli medi di resa del Tavoliere, il prezzo necessario per coprire interamente i costi dovrebbe essere ben più alto, oppure dovrebbero crescere in modo stabile le rese produttive. Ma questa seconda condizione non è scontata. Locci osserva che rese di 40 quintali per ettaro sono più frequenti in alcune aree del Centro Italia mentre risultano più difficili da raggiungere con continuità nelle regioni meridionali, dove pesano maggiormente stress climatici e variabilità produttiva.</p>
<p>Qui emerge uno dei paradossi più rilevanti: proprio le condizioni pedoclimatiche del Sud, pur rendendo più incerta la produttività, contribuiscono a dare ai grani meridionali caratteristiche qualitative apprezzate dall’industria. Questo valore, però, secondo l’analisi, non viene sempre riconosciuto in modo adeguato dal mercato.</p>
<h2>Prezzi e costi scollegati</h2>
<p>Un altro nodo riguarda la formazione del prezzo. L’articolo richiama il ruolo della Commissione Unica Nazionale e segnala che tra i parametri utilizzati vi sono le elaborazioni Ismea sui costi di produzione. La criticità evidenziata dagli operatori è che le stime considerate farebbero riferimento alla parte più bassa del range, intorno a 1.150 euro per ettaro, senza rappresentare pienamente l’aumento dei costi sostenuti dalle aziende negli ultimi anni.</p>
<p>Da qui deriva una distanza crescente tra prezzo riconosciuto e struttura reale dei costi. Il risultato, scrive Locci, è una «progressiva erosione della redditività» delle imprese cerealicole.</p>
<h2>Qualità non sempre premiata</h2>
<p>La questione riguarda anche i contratti di filiera. Negli ultimi anni molti agricoltori hanno aderito a strumenti che prevedono premi legati al contenuto proteico del grano duro. Tuttavia, le condizioni climatiche della corrente campagna agraria hanno limitato l’accumulo di proteine nelle cariossidi. Di conseguenza, alcune aziende rischiano di non raggiungere le soglie previste dai disciplinari, pur avendo sostenuto costi aggiuntivi per la fertilizzazione azotata.</p>
<p>A questo si aggiunge un tema più ampio: il mancato riconoscimento economico delle garanzie qualitative e sanitarie del grano duro nazionale, che l’articolo indica come superiori rispetto a molte produzioni di importazione.</p>
<h2>Il rischio sostituzione</h2>
<p>Se il grano duro non remunera, le aziende iniziano a valutare alternative. Tra queste, l’orzo viene indicato come una coltura potenzialmente più interessante per costi inferiori, rese generalmente più elevate, minori costi del seme e minore esposizione alle oscillazioni del mercato del duro.</p>
<p>Il rischio, nel medio periodo, è una riduzione delle superfici coltivate a grano duro nel Mezzogiorno. Per evitarlo, secondo l’analisi pubblicata su Georgofili.info, servono rilevazioni più aggiornate dei costi, meccanismi di prezzo più aderenti alla realtà aziendale e una valorizzazione economica più forte della qualità del grano duro italiano. In caso contrario, la contrazione della produzione nazionale potrebbe diventare un problema non solo agricolo, ma anche economico e strategico per l’intera filiera della pasta.</p>
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