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	<title>fertilizzante - Grano Italiano</title>
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	<description>Il giornale dei cerealicoltori</description>
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		<title>UREA, LA VERA ALTERNATIVA COSTA</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/urea-la-vera-alternativa-costa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 22:10:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fertilizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[bacino padano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le soluzioni che possono ridurre l’impatto del blocco dell’urea nel Bacino Padano: Reyneri avverte, servono logistica, regole chiare e sostegni economici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/urea-la-vera-alternativa-costa/">UREA, LA VERA ALTERNATIVA COSTA</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il divieto di utilizzo dell’urea nel Bacino Padano, previsto dal 1° gennaio 2028, ha aperto una discussione che non può essere liquidata con uno slogan. <strong>La cerealicoltura padana non può rinunciare all’azoto ureico. Può usarlo meglio, può ridurre le perdite, può adottare forme più efficienti. Ma deve poterlo fare con strumenti disponibili, regole chiare e costi sostenibili.</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-192" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2023/12/Amedeo_reyneri_frumento_grano-italiano-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />È questo il punto centrale dell’analisi del Prof. Amedeo Reyneri dell’Università di Torino (nella foto), già intervenuto su Grano Italiano nei mesi scorsi proprio sulle conseguenze del blocco dell’urea per i cereali del Nord Italia.</p>
<p><strong>«Non vi sono soluzioni agronomiche rivoluzionarie che possano aiutare gli agricoltori ad affrontare il bando dell’urea, se non alternative di cui conosciamo bene i vantaggi, confermati da anni nella letteratura tecnica e scientifica»</strong> ci dice Reyneri.</p>
<p>Il problema, quindi, non è la mancanza di conoscenze tecniche. È la capacità di tradurre quelle conoscenze in una filiera dell’azoto realmente applicabile dalle aziende agricole. Soprattutto in una fase in cui i fertilizzanti sono rincarati e la liquidità delle imprese è sotto pressione.</p>
<h2><strong>Urea inibita: la strada più immediata</strong></h2>
<p>La principale alternativa all’impiego dell’urea tradizionale è l’urea inibita o protetta. Si tratta di un prodotto in cui non varia il titolo del concime ma si rallentano i processi che portano alla volatilizzazione dell’ammoniaca, riducendo le perdite e migliorando l’efficienza d’uso dell’azoto.</p>
<p>Se guardiamo alle alternative previste in Italia, «ancora prima del blocco dello Stretto di Hormuz, il Governo aveva già introdotto degli emendamenti alla legge cosiddetta Coltiva Italia: uno riguardava proprio l’urea e rendeva possibile l’impiego delle uree inibite o protette».</p>
<p>Per Reyneri si tratta di un passaggio importante, perché allinea l’Italia a quanto già avviene in altri Paesi europei. La questione, infatti, non è difendere l’urea tal quale a prescindere ma evitare che il divieto colpisca anche le forme più efficienti e migliorative dal punto di vista ambientale.</p>
<p><strong>«L’emendamento ha aperto alla principale alternativa all’impiego dell’urea solida tal quale che, secondo i lavori scientifici, è in grado di ridurre di circa il 60% delle perdite in ammoniaca» ci dice. </strong>La strada, quindi, è tecnicamente credibile. Ma non è a costo zero.</p>
<h2><strong>Il nodo logistico: comprare <em>just in time</em></strong></h2>
<p>L’urea inibita costa di più. Secondo Reyneri, il differenziale può essere significativo e un aumento della domanda potrebbe accentuare la pressione sui prezzi. Ma, oltre al costo, c’è un tema meno visibile e, forse, ancora più complesso: la logistica.</p>
<p><strong>«L’urea inibita ha un valore sul mercato dall’8 al 15% superiore e un aumento della domanda potrebbe influenzarlo. Un altro elemento di complessità è legato al trattamento di inibizione che ha una scadenza breve e che può variare da 4 settimane a 1 mese e mezzo». Decisamente limitato.</strong></p>
<p>Questo, infatti, cambia completamente il modo in cui l’agricoltore e il distributore devono organizzarsi. L’urea tradizionale può essere acquistata, stoccata e gestita con maggiore flessibilità. L’urea inibita, invece, richiede programmazione più stretta e acquisti prossimi al momento dell’impiego.</p>
<p>«Tutto l’aspetto logistico è messo a dura prova: non è possibile immagazzinare l’urea per mesi come viene fatto nelle ordinarie condizioni operative. È un lavoro difficile sia per l’industriale sia per l’azienda agricola, che deve comprarla sostanzialmente <em>just in time</em>, quindi poco prima dell’applicazione».</p>
<p><strong>Anche l’urea  cosiddetta “coated”, cioè i prodotti ricoperti, rappresentano una possibilità. Sono più efficienti e rilasciano l’azoto in modo graduale, vicino alle esigenze della pianta. Ma anche qui serve valutare caso per caso.</strong></p>
<p>«Si tratta di prodotti più cari ma, poiché sono più efficienti, è possibile ridurre le dosi applicate. Le riflessioni in merito vanno effettuate caso per caso» aggiunge Reyneri.</p>
<h2><strong>Digestato, la grande risorsa padana</strong></h2>
<p>Accanto alle uree protette, il secondo grande tema è il digestato. Nel Bacino Padano la presenza di allevamenti e impianti di biogas rende disponibile una risorsa potenzialmente importante per ridurre la dipendenza dai concimi azotati minerali. Ma oggi l’impiego del digestato resta legato a vincoli normativi e gestionali che ne limitano la piena valorizzazione.</p>
<p><strong>«Sia con gli emendamenti alla proposta Coltiva Italia, sia a livello europeo, c’è la volontà di porre mano alle normative sull’applicazione del digestato, allo scopo di creare un ambito di impiego che non sia vincolato, come lo è oggi, al refluo zootecnico. Questo creerebbe uno spazio di maggiore facilità di impiego».</strong></p>
<p>Per Reyneri, il digestato può essere una leva decisiva negli areali zootecnici, proprio perché permetterebbe di ridurre il ricorso all’urea. Ma, anche in questo caso, non basta dire “digestato”: servono standard, controlli e classificazioni, perché non tutti i digestati hanno le stesse caratteristiche.</p>
<p>«L’idea è creare una normativa a sé per il digestato, evidenziandone naturalmente le caratteristiche essenziali per definirlo e valutarlo nelle sue peculiarità. È fuori dubbio che abbiamo una grossa risorsa competitiva e molto disponibile nel Bacino Padano» aggiunge Reyneri.</p>
<p>Il tema si intreccia inevitabilmente con la Direttiva Nitrati. Le organizzazioni agricole europee chiedono maggiore flessibilità, almeno nelle fasi critiche, mentre le associazioni ambientaliste guardano con preoccupazione alla revisione dei vincoli.</p>
<h2><strong>La transizione va costruita prima del 2028</strong></h2>
<p>La conclusione è che il “dopo-urea” non può essere improvvisato. Le alternative ci sono: urea inibita, concimi ricoperti, digestato, maggiore efficienza della concimazione, distribuzioni più precise. Ma ognuna porta con sé costi, vincoli e necessità organizzative.</p>
<p>«Certamente quest’anno avremo molte esperienze sull’impiego dell’urea inibita: sono tante le associazioni e le cooperative che hanno preso in mano questa soluzione per verificarne puntualmente l’applicabilità» conclude Reyneri.</p>
<p>Il 2026, dunque, può diventare un anno di prova. Ma perché queste esperienze diventino una soluzione di sistema, occorre che politica, industria dei fertilizzanti, cooperative e aziende agricole lavorino sulla stessa traiettoria.</p>
<p><strong>Il blocco dell’urea nel Bacino Padano non deve trasformarsi in un taglio alla produttività dei cereali. Può diventare un’occasione per usare meglio l’azoto. Ma solo se la transizione sarà accompagnata da regole realistiche, sostegni economici e una logistica all’altezza della sfida.</strong></p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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