Il 10 dicembre del 2025, a Nuova Delhi, l’Unesco, Agenzia delle Nazioni Unite, ha riconosciuto “La Cucina Italiana” come patrimonio immateriale dell’umanità. Un risultato importante che “istituzionalizza” qualora ce ne fosse stato bisogno, l’enogastronomia italiana come eccellenza da tutelare con il suo ricco patrimonio di storia, identità, biodiversità.
Un percorso importante, che rende orgogliosi tutti coloro che lavorano per fare del made in Italy agroalimentare un’eccellenza da celebrare a livello internazionale: contadini, pescatori, allevatori, artigiani, chef che ogni giorno con impegno e passione onorano al meglio il potenziale della nazione.
L’Unesco non basta
Nel 2024 l’export agroalimentare italiano ha raggiunto il record di 68 miliardi di euro e per i dati del 2025 ci si aspetta un ulteriore nuovo aumento non inferiore al 10%. Numeri significativi che segnano come l’agroalimentare resti un asset strategico per il paese. Eppure, nonostante i riconoscimenti internazionali e il made in Italy agroalimentare sempre più celebrato in ogni zona del pianeta, la parte primaria della filiera, ovvero l’agricoltura continua a soffrire in maniera importante.
Il settore dei cereali alla base di tante eccellenze del made in Italy agroalimentare vede un livello di sofferenza che sembra oramai cronico e privo di prospettive. Il grano duro alla base della pasta, vede le produzioni al minimo storico, i prezzi costantemente sotto i costi di produzione e l’import che raggiunge numeri record di anno in anno, per il grano tenero alla base dei prodotti da forno, l’import supera tranquillamente il 70% del fabbisogno, il Mais materia prima per le grandi DOP zootecniche vede il livello di approvvigionamento nazionale ruotare intorno al 45% mentre il riso, nonostante venga declinato come prodotto sensibile aumenta il suo livello di esposizione tra aree di libero scambio sempre più “generose”.
Serve una risposta organizzata
Aumento dei costi di produzione, cambiamenti climatici, bassi prezzi pagati agli agricoltori, tagli di contributi pubblici, misure ambientali sempre più restrittive, eccessi di burocrazia, import rilevante, stanno portando serie conseguenze al comparto primario e certo gli annunciati tagli alla politica agricola comune che dopo il 2027 rischiano di portare un colpo durissimo a un settore già in difficoltà.
Inevitabile quindi una risposta organizzata, di massa, forte, decisa, ai paventati tagli della PAC annunciati dalla Commissione.
Saremo in tanti quindi il prossimo 18 dicembre a Bruxelles, in occasione dell’ultima riunione del Consiglio Europeo per il 2025, per manifestare contro le sciagurate proposte della Commissione Europea per la nuova Politica agricola comune e un Quadro Finanziario Pluriennale totalmente inadeguato.
Previsti almeno 10. 000 agricoltori, 3000 trattori, delegazioni da tutti i 27 paesi comunitari organizzati dal Copa – Cogeca l’organizzazione dei produttori agricoli europei che rappresenta oltre 25 milioni di associati.
Cia – Agricoltori Italiani sarà presente con una nutrita delegazione di agricoltori con in testa il Presidente Nazionale, Cristiano Fini.
In un contesto di forte incertezza, con i costi di produzione alle stelle, le continue crisi di mercato, il contesto geopolitico, i dazi, il dramma della guerra che torna a condizionare la vita quotidiana di ognuno di noi, i tagli al settore agricolo è quanto di peggio ci si potesse aspettare dalle istituzioni europee.
Le critiche
Le critiche severe al quadro finanziario pluriennale e al taglio delle risorse per l’agricoltura non a caso arrivano dalla totalità del mondo agricolo ma anche dal Parlamento Europeo, unica istituzione elettiva in Europa e che minaccia la bocciatura senza mezzi termini della nefasta proposta della Commissione e che potrebbe portare ulteriori frizioni tra il farraginoso e già fragile meccanismo di funzionamento delle stesse istituzioni europee.
La dotazione finanziaria complessiva della futura PAC sarebbe destinata a perdere peso percentuale, scendendo da circa il 30% al 15% del bilancio totale dell’UE. Il taglio netto porterebbe una riduzione del 22,4% del budget agricolo comunitario “riservato” alla Pac, pari a 85 miliardi di euro in sette anni. Per l’Italia ciò significa circa un miliardo di euro in meno all’anno di sostegni all’agricoltura una contrazione che condizionerà inevitabilmente la programmazione per il settore agricolo.
Come Cia Agricoltori Italiani abbiamo ribadito con forza il totale respingimento al mittente delle misure avanzate in termini di taglio di risorse e della formulazione del fondo unico.
La proposta della Commissione introduce infatti un mutamento strutturale senza precedenti: l’eliminazione degli strumenti dedicati alla Politica agricola comune con i due distinti Fondi Feaga e Feasr, sostituiti da un Fondo Unico che accorperebbe risorse agricole, ma anche politiche di coesione e altri interventi. In aggiunta con le proposte si profila la ri- nazionalizzazione di una politica fondante dell’Unione e la perdita del carattere comune.
Percorso inaccettabile
Un percorso inaccettabile non solo per il mondo agricolo perchè la PAC (nonostante le enormi storture, sempre avversate e denunciate per altro da Cia) resta tra le più avanzate delle politiche comunitarie, uno strumento sicuramente migliorabile ma vitale per garantire un’Europa di benessere, pace, giustizia sociale e presidio delle aree rurali, interne, marginali sempre più in difficoltà.
Autore: Leonardo Moscaritolo, agricoltore lucano e presidente del gruppo di lavoro cereali di Cia – Agricoltori Italiani
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