In gran parte del Sud Italia, dove il sole è implacabile e il vento di scirocco si fa sentire sulle spighe di grano, si gioca ogni stagione uno sport silenzioso ed essenziale per le colture mediterranee. È una lotta che non ha grandi predatori né catastrofi audaci, ma piuttosto un giocatore quasi invisibile, una presenza permanente che risale alla storia del grano duro in queste terre. Il suo nome scientifico è Haplothrips tritici, ma nelle mani di coloro che lavorano la terra è semplicemente il tripide del grano — una minuscola creatura indigena che può rovinare il frutto di un’intera stagione di lavoro agricolo, se lasciata libera.
Di chi stiamo parlando?
Immaginare questo insetto richiede un’attenzione particolare ai piccoli dettagli, poiché è lungo solo pochi millimetri. È un membro della linea Thysanoptera, piccole creature con ali sottili e frangiate che possono essere trasportate dalle correnti d’aria sopra le colture. Con un colore nero lucido negli adulti e una forma giovanile rosso o arancione vibrante, meglio conosciuta per la loro pelle rosso o arancione di alta qualità, trovano casa nel clima caldo e secco del Sud.
In questo modo, il ciclo di vita di questo insetto, che è esattamente in sintonia con quello del grano, è un capolavoro di adattamento evolutivo. L’insetto si nasconde nel terreno, celato tra le foglie morte di una coltura precedente per i mesi freddi, in una sorta di paziente attesa. L’unico rilascio degli adulti dai loro rifugi sotterranei avviene in primavera, quando le temperature aumentano e le giornate si allungano, quando hanno più bisogno di colonizzare le piante.
Il tripide fa danni
Il ritmo dell’infestazione è altamente ritmico. Gli adulti generalmente arrivano quando il grano è ancora nella fase di allungamento del fusto o di botticella, salendo lungo il fusto fino all’ultima foglia e alla spiga ancora racchiusa nella guaina. È qui che inizia il lavoro dannoso, lento e costante. Haplothrips tritici possiede un apparato boccale perforante-succhiante che è una sorta di stiletto con cui lacera i tessuti vegetali per nutrirsi della linfa. Nella sua fase primaria, l’assalto prende di mira la guaina della foglia di bandiera, provocando argentatura, deformazioni e un indebolimento generale che sottovaluta la capacità fotosintetica della pianta in un momento in cui dovrebbe canalizzare tutta la sua energia nel ciclo riproduttivo.
Ma il danno più grave e insidioso avviene più tardi, quando le femmine depongono le uova all’interno delle spighe. Da quelle uova nascono le ninfe, quelle piccole larve rossastre che si insinuano tra le glume, nascoste tra le glumelle, al riparo e fuori dalle forze esterne. Si nutrono nella spiga dove si alimentano degli organi floreali e successivamente del caryopsis in formazione. L’azione trofica risultante, cioè il costante succhiare dei succhi cellulari al grano in sviluppo, ha un impatto diretto sulla produzione. Il danno quantitativo è abbastanza evidente al momento del raccolto: le spighe attaccate producono chicchi avvizziti, leggeri e deformati, che possono rappresentare una grande diminuzione del peso specifico e della resa per ettaro.
Danni alla qualità
Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante per l’agricoltura di qualità del Sud Italia, ed è il degrado qualitativo. Poiché l’insetto perfora, la struttura proteica del grano viene alterata, portando a un cosiddetto sbiancamento e cambiamento delle proprietà del glutine. Di conseguenza, questa semola degradata diventa meno resistente e adatta per fare la pasta; il che colpisce al cuore l’eccellenza della filiera del grano duro. Questo perché le micro-ferite lasciate dall’insetto sono porte aperte alle infezioni fungine che possono ulteriormente danneggiare lo stato di salute della coltura. Non contento di essere sottomesso di fronte a questa minaccia, l’agricoltore deve seguire un approccio integrato e ragionato alle difese – ben oltre un atteggiamento chimico-reazionista indiscriminato.
La difesa
La prevenzione sul campo inizia molto prima che la minaccia diventi evidente, attraverso metodi agronomici profilattici che spezzano il legame tra il parassita e la pianta che lo ospita. Uno dei più fondamentali è la rotazione delle colture: sostituire il grano con legumi o colture di rinnovo permette all’insetto di non trovare un ambiente ideale tutto l’anno e riduce notevolmente la popolazione di insetti svernanti nel suolo. La gestione dei residui colturali e la lavorazione del terreno dopo il raccolto sono anche cruciali per interrompere l’habitat invernale dei tripidi che è vulnerabile agli agenti atmosferici e ai loro predatori naturali. Ma man mano che la stagione avanza e il grano si prepara a crescere, l’osservazione diretta diventa l’unica arma utile.
Un passo chiave per mantenere la sostenibilità è il monitoraggio del campo. L’agricoltore o l’agronomo è tenuto a camminare nei campi, prendere campioni della spiga e ispezionarli attentamente per valutare la densità degli insetti. Per giustificare un trattamento, non basta vedere un tripide, ma è necessario un numero di individui che superi la soglia di intervento economico, che è una soglia critica in cui il costo del danno aumenta più del costo della difesa. Un intervento fitosanitario specifico viene utilizzato solo quando questa soglia viene superata. Il tempismo e la selezione del prodotto coinvolti nell’uso di insetticidi sono chirurgici.
Gestire gli equilibri naturali
È inutile trattare troppo presto una popolazione che non si è ancora formata, piuttosto che intervenire troppo tardi, quando il grano è già formato e danneggiato, è semplicemente inutile. L’azione di contenimento funziona meglio in un breve lasso di tempo tra la fine della spigatura e l’inizio della fioritura. La decisione spetta a ingredienti attivi autorizzati e selettivi, in grado di raggiungere l’obiettivo desiderato proteggendo, dove possibile, l’entomofauna preziosa. Infatti, la rete agricola del Sud Italia ospita alleati benefici come acari predatori e altri insetti come Aeolothrips, che si nutrono dei tripidi patogeni per inibirne la crescita. La battaglia contro Haplothrips tritici non è quindi inquadrata come una guerra di sterminio, ma come uno sforzo per gestire gli equilibri naturali.
È una storia di competenza e pazienza, tecnologia e chimica che consentono un metodo agronomico classico mantenendo quantità e qualità del prodotto che rappresentano il Mediterraneo. Questo preserva il valore del suo raccolto, assicurando che dai campi dorati del Sud continui a nascere quella pasta che rappresenta l’orgoglio e l’identità di un intero territorio, anche se sorge solo contro di te e una piccola minaccia è sempre nascosta in quelle spighe.
Autore: Paolo Bonivento (Trieste – Brescia – Roma – Napoli)
Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.
Immagine generata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
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