Il tema dell’impiego dei fanghi di depurazione in agricoltura è tornato al centro del dibattito tecnico e politico, anche grazie a un convegno promosso dall’Accademia dei Georgofili e da Chimica Verde-Bionet, che ha riunito mondo accademico, imprese, associazioni agricole e rappresentanti istituzionali. Il confronto ha messo in evidenza il potenziale di queste matrici per il recupero della fertilità dei suoli, ma anche le forti criticità normative che oggi ne limitano l’utilizzo nel settore agricolo.
Una risorsa abbondante per suoli sempre più fragili
Ogni anno in Italia si producono oltre 3,2 milioni di tonnellate di fanghi di depurazione civili, che salgono a circa 4 milioni considerando anche quelli di origine industriale. Una quota rilevante di questi materiali finisce ancora in discarica o viene trasferita su lunghe distanze, spesso verso altre regioni o all’estero, con evidenti costi ambientali ed energetici. Eppure, i dati dell’Osservatorio Europeo per il Suolo indicano che il 47% dei suoli italiani è in cattiva salute, soprattutto per erosione e carenza di carbonio organico. In un contesto segnato dalla scomparsa del letame come principale fonte di sostanza organica, i fanghi rappresentano una risorsa potenzialmente strategica per restituire carbonio, azoto, fosforo e microelementi ai terreni agricoli. A spiegarlo è Beppe Croce, Direttore di Chimica Verde-Bionet in una intervista a margine dell’evento.
Trattamenti indispensabili e garanzie di sicurezza
Occorre ricordare, però, che i fanghi derivano dal trattamento delle acque provenienti da scarichi civili e industriali e, se utilizzati tal quali, possono contenere microrganismi patogeni, metalli pesanti, idrocarburi, PFAS, microplastiche o altri composti indesiderabili. Per questo motivo devono essere sottoposti a caratterizzazione analitica e a processi di trattamento che li trasformino in matrici idonee all’uso agronomico. Essi prendono, infatti, la forma di compost, gessi di defecazione, digestati o altri prodotti recuperati che per caratteristiche tecniche possono essere impiegati in agricoltura.
Diverse esperienze industriali presentate al convegno dimostrano che è possibile ottenere fertilizzanti conformi alla normativa, riducendo al contempo l’impatto ambientale e valorizzando filiere locali. Ne è un esempio, nel distretto delle pelli in Toscana, l’iniziativa di Cuoiodepur che tratta fanghi conciari e da reflui civili per produrre fertilizzanti a norma di legge.
Una “giungla normativa” ancora irrisolta
Il principale ostacolo resta, però, il quadro legislativo, frammentato e spesso incoerente. L’utilizzo dei fanghi in agricoltura è regolato contemporaneamente dalla normativa specifica sui fanghi, dal codice ambientale che li classifica come rifiuti, dal decreto fertilizzanti e da regolamenti regionali molto diversi tra loro. A questo si aggiungono le preoccupazioni per l’introduzione di nuovi limiti ambientali ritenuti dagli operatori eccessivamente restrittivi, al punto da bloccare di fatto il recupero agronomico. Le potenzialità sono elevate, ma senza un quadro normativo chiaro, armonizzato e basato su solide evidenze scientifiche, il rischio è quello di continuare a sprecare una risorsa preziosa per i suoli agricoli.
Fonte: Accademia dei Gergofili, Chimica Verde-Bionet
Autore: Azzurra Giorgio
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