La partita è complessa. L’IGC quantifica il raccolto di durum del 2026 pari a 37 mln t, a fronte di una domanda di 35,5 mln t, ma il tutto si gioca su tre fronti: Nord America (Canada), Nord Africa e Italia.
Canada: produzione record e mercato rallentato
Il Canada ha avuto il secondo raccolto più grande di sempre: una produzione tra i 7,2 e i 7,5 mln t. Ed è qui che, per effetto del raccolto europeo e nordafricano, si è creato il problema. Attualmente il mercato canadese è “spento”: dei cinque borsini di riferimento, da alcune settimane a quotare sono solo due, il borsino dell’Alberta con circa 178,00 euro/t all’agricoltore e il borsino del sud-ovest Sask. a circa 171,00 euro/t, sempre all’agricoltore. Questi prezzi si riferiscono al primo grado; per gradi inferiori e grandi volumi si quota anche meno. Va considerato che l’81% del raccolto canadese è compreso tra il primo e il terzo grado, quindi granella di qualità medio-alta.
L’export canadese per la campagna commerciale 2025/26 ammonterebbe a poco più di 5,5 mln t. Al 31 dicembre 2025 l’export canadese ammonta a 2,7 mln t, ovvero il 6% in meno dello scorso anno, e lo stock ammonta a 5,4 mln t, ovvero il 18% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Le esportazioni vanno al rilento e i canadesi rischiano di riportarsi sulla prossima campagna commerciale 2026/27 quasi 2 mln t. Questi dati, se da un lato sono preoccupanti per i produttori, dall’altro lato sono rassicuranti per gli importatori, ovvero per Paesi come l’Algeria e l’Italia, i principali importatori di duro al mondo, confortati anche dalle buone disponibilità interne, visto il buon raccolto algerino ed europeo. Le prime stime di semina per il futuro raccolto 2027 indicano un calo del 7% rispetto al 2025, pari a 180 mila ettari, ma comunque su 2,4 mln di ettari.
Attualmente, dai certificati di esportazione canadesi risulta che l’Italia ha acquistato dal Canada ben 553 kt, di cui 55 kt di primo grado, 432 kt di secondo grado e 46 kt di terzo grado.
Europa e Italia: disponibilità interna e ruolo nell’import extra-UE
Il raccolto italiano 2025 è valutato 3,5 mln t, ma in tutta Europa si è registrato un raccolto sopra la media, stimato in circa 8,5 mln t, a fronte di una domanda di circa 10 mln t. Questo fa sì che l’Italia, per la maggior parte dell’industria, si approvvigionerà dal raccolto europeo.
Dai certificati doganali si evince che ad oggi l’Europa ha importato circa 1 mln t di duro, nell’ordine: 600 kt dal Canada, 161 kt dal Kazakhstan, 132 kt dagli USA (qui occorre precisare che dai certificati di esportazione americani risultano partenze per l’Italia pari a 181 kt; evidentemente le nostre dogane non aggiornano ancora i dati), 50 KT dalla Turchia e 14 kt dall’Ucraina (su questa origine mi riservo qualche dubbio, vista l’incognita sul raccolto russo, il quale, da quanto gravato da dazi, si muove nell’ombra senza punti di riferimento, laddove l’Ucraina storicamente non è mai stata un importante produttore di grano duro).
La buona disponibilità europea e acquisti mirati da parte dell’Italia ci confermano che siamo il vero attore dell’import extra-UE di grano duro: su 1 mln di import, ben 833 kt sono arrivati in casa nostra e stiamo contribuendo a frenare l’export canadese.
Semine italiane e scelte agronomiche
L’Istat ha appena pubblicato le prime osservazioni sulle semine italiane a duro: ci sarebbe una contrazione dello 0,2% rispetto al 2025, quasi a testimoniare che gli agricoltori, pur insoddisfatti del prezzo attuale del duro, o per abitudine o per mancanza di alternative (molto più per il secondo motivo), continuano a investire su questa cultivar malgrado anche gli elevati costi dei mezzi tecnici.
Giova ricordare, su questo punto, che, visto il delicato contesto, anche se il costo dei fertilizzanti è aumentato, pur gestendo la concimazione con parsimonia, non ha molto senso risparmiare strenuamente su questo passaggio agronomico, essenziale per avere una granella di qualità, particolare che inciderà non poco per la definizione del prezzo del prossimo raccolto. Altro passaggio fondamentale è il diserbo in post-emergenza: fatto in modo mirato sia nei tempi sia nelle tecniche, evita la dispersione dei fertilizzanti in favore delle infestanti e migliora la qualità della granella. Insomma, i prezzi bassi si combattono con la produttività.
Nord Africa e Maghreb: meno domanda di import
Ma vediamo cosa avviene in Nord Africa. Dopo anni di siccità le rese dei raccolti dell’area del Maghreb sono tornate a salire, allentando così la domanda verso l’import, per cui l’Algeria, che è il primo importatore di duro al mondo insieme all’Italia, ha allentato la pressione sul raccolto canadese contribuendo a rallentare quell’export.
Quindi sia il contesto europeo sia quello nordafricano hanno messo in difficoltà il raccolto di duro più grande al mondo, quello canadese, prevalentemente dedicato all’export. E se si ferma la domanda sul primo raccolto del mondo, tutto il mercato mondiale del duro ne risente: ecco spiegata la pressione ribassista su tutti i listini mondiali del duro.
Situazione prezzi e semine nei principali Paesi europei
Intanto in Spagna il prezzo medio del duro è 240,00 euro a tonnellata, con previsione di semine al ribasso del 15%, e in Francia il prezzo del duro partenza porto è 235,00 euro a tonnellata, con previsione delle semine al ribasso del 2%.
Situazione complessa in Grecia, con listini bassi (220/230,00 euro/t) e difficoltà del settore a investire sulla cultivar per mancanza di liquidità da parte degli agricoltori, visto il blocco dei fondi PAC per irregolarità interne. Difficile quantificare il volume prossimo delle semine.
Turchia: produzione inferiore alle attese e impatto sull’export
In Turchia attualmente, al cambio, il primo grado di durum turco vale circa 280,00 euro/t centro stoccaggio, ma il raccolto è stato inferiore al previsto, con 3,6 mln di tonnellate a fronte di una stima iniziale di 4,3 mln t. Questo fa sì che ci sia poca disponibilità per l’export.
Va ricordato che i turchi, dopo l’Italia, sono i secondi produttori di pasta al mondo e l’elevato costo del grano interno fa sì che molti industriali turchi integrino la disponibilità interna con miscela di grano tenero o di origine kazaka/russa per fare pasta e così liberare qualche partita verso l’Italia o il Maghreb.
Stati Uniti: produzione, export e politiche commerciali
La produzione di duro americano è di circa 2,3 mln t. Contano di esportarne circa 600 mila t, a fronte di un import di 1,4 mln t; ad oggi hanno esportato 480 kt, esportazioni più toniche rispetto all’anno precedente. Le politiche trumpiane devono far bene all’export americano; i prezzi sono in linea con quelli canadesi.
Desert Durum: una nicchia tra California e Arizona
Desert Durum. Questa produzione si ottiene nel deserto tra California e Arizona, essenzialmente in irrigazione. La produzione del 2025 è stata di 212.580 t, di cui 167.580 in Arizona e 45.000 in California. La produzione media per ettaro è stata di 7,5 t: una granella che per qualità è paragonabile al nostro “fino”, per caratteristiche alla produzione marchigiana in una stagione ottimale.
Trattasi di un prodotto di nicchia che i residenti hanno saputo valorizzare dandogli un loro marchio, appunto Desert Durum, trasformandolo in pane e pasta di qualità, del tutto insufficiente a soddisfare la domanda interna; per cui in Italia, quando arriva, se arriva, trattasi di quantità infime.
Quest’anno è previsto un aumento delle semine pari al 15%. Le condizioni di semina vengono prestabilite attraverso contratti di conferimento, poiché trattasi di una cultivar che va in rotazione con gli ortaggi o in alternativa al cotone. Il prezzo è leggermente superiore alle condizioni di mercato comune, ma non trattasi di cifre astronomiche.
Conclusioni e prospettive future
In definitiva, all’orizzonte non c’è nulla di edificante per il mercato del grano duro. Le semine, seppur in ribasso in tutti gli areali mondiali del durum, non fanno temere una débâcle produttiva e, salvo stravolgimenti climatici futuri, ad oggi le semine vernine godono di ottima salute. Il futuro potrebbe essere ancora più funesto; ovviamente c’è tanta strada da fare e, con il cambiamento climatico che viviamo, tra qualche mese potremmo parlare di scenari diversi.
Autore: Domenico De Francesco, cerealicoltore di Atessa
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