L’Europa degli eventi meteo estremi non è più un’eccezione ma uno scenario strutturale con cui l’agricoltura deve fare i conti. I primi mesi del 2026 confermano una tendenza già evidente negli ultimi anni: alluvioni, ondate di gelo, piogge record e sbalzi termici mettono sotto pressione territori, infrastrutture e produzioni agricole. L’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche fotografa una situazione complessa, in cui abbondanza d’acqua e deficit strutturali convivono, evidenziando la fragilità del sistema idrogeologico italiano. Per il comparto cerealicolo, già alle prese con ritardi nelle semine e crescente instabilità produttiva, si tratta di un ulteriore campanello d’allarme.
L’Europa nella morsa degli eventi meteo estremi
Secondo quanto riportato dall’ANBI, l’inizio del 2026 è segnato da fenomeni meteorologici di rara intensità: alluvioni in Albania, Portogallo, Spagna e Canarie; gran parte della Francia in allerta rosso-arancione per 30 giorni consecutivi, con 81 dipartimenti e 154 fiumi sotto osservazione (fonte Copernicus); gelo estremo nell’Europa nord-orientale con punte di -40°C in Scandinavia.
Il quadro è chiaro nelle parole del presidente ANBI, Francesco Vincenzi: «di fronte al consolidarsi dell’estremizzazione degli eventi meteo sull’Europa, possiamo affermare che non si tratta più di eventi straordinari, bensì di una nuova normalità, cui arriviamo largamente impreparati. In attesa della mitigazione, l’adattamento passa attraverso 4 capisaldi: manutenzione del territorio, infrastrutture idrauliche, innovazione, cultura dell’acqua».
Una “nuova normalità” che, per l’agricoltura, significa pianificare in condizioni di incertezza crescente, rivedere calendari colturali e investire in strumenti di gestione del rischio.
Italia “hot spot” della crisi: il Mediterraneo sempre più caldo
L’Italia si conferma uno degli “hot spot” della crisi climatica europea. La posizione geografica della Penisola, tra correnti atlantiche fredde e un Mediterraneo ancora troppo caldo (fino a +3°C sopra la media nell’area orientale), alimenta fenomeni estremi sempre più frequenti.
Il Mezzogiorno è stato duramente colpito. In Calabria, dopo il medicane Harry con cumulate superiori ai 550 mm, il ciclone di San Valentino ha portato oltre 200 mm di pioggia aggiuntivi. Il fiume Crati ha tracimato, sommergendo campagne e centri abitati nella Piana di Sibari, con circa 200 sfollati. Il Savuto si è alzato di quasi 4 metri in 24 ore.
Accumuli oltre i 230 mm si sono registrati in numerosi comuni calabresi, con punte di 294 mm a Montalto Uffugo (fonte Centro Funzionale Multirischi Regione Calabria). Si tratta di eventi che incidono direttamente sulla fertilità dei suoli, sull’erosione e sulla perdita di sostanza organica, elementi centrali per le produzioni cerealicole.
Per il frumento duro nel Sud, già segnato negli ultimi anni da siccità e cali di resa, il rischio è quello di passare da deficit idrico a eccesso d’acqua in poche settimane, con conseguenze su accestimento, sviluppo radicale e qualità della granella.
Nord e Centro: tra surplus idrico e deficit nivale
Il report dell’Osservatorio ANBI evidenzia una situazione a macchia di leopardo. In Lombardia la riserva idrica è stimata in 2.434,5 milioni di metri cubi contro una media storica di 3.305,6 milioni (-26,4%; fonte ARPA Lombardia). L’indice SWE (Snow Water Equivalent) registra ancora un deficit di circa il 40%.
I grandi laghi mostrano valori differenziati: Verbano al 72%, Lario al 41,8%, Benaco all’87,1%, Sebino al 24,3%. Il fiume Po mantiene flussi superiori alla media, seppur in ridimensionamento rispetto alla settimana precedente.
In Emilia-Romagna Reno e Secchia registrano surplus rispettivamente del 117% e del 107% (fonte ARPAE). In Toscana gli ultimi 30 giorni hanno visto accumuli superiori a 200 mm su gran parte del territorio, con punte oltre 600 mm sulla Lucchesia (Stazzema oltre 680 mm). L’Arno a Pontedera segna una portata di 261 mc/s, circa +58% rispetto ai valori tipici del periodo.
Questi dati fotografano un paradosso sempre più frequente: abbondanza idrica in inverno e primavera, ma distribuzione irregolare e insufficiente nei momenti chiave per le colture.
Sud Italia: segnali di ripresa dopo la crisi idrica
Dopo due anni di grave siccità, il Sud mostra timidi segnali di recupero. In Basilicata, in 20 giorni oltre 100 milioni di metri cubi hanno rimpinguato gli invasi; Monte Cotugno e Pertusillo trattengono complessivamente 319,2 milioni di metri cubi, pur con un deficit del 31% rispetto al riempimento autorizzato.
In Puglia, l’invaso di Occhito ha raggiunto 82,58 milioni di metri cubi, oltre 32 milioni in più rispetto allo scorso anno, ma lontano dai 250 milioni di capacità potenziale. Altri bacini foggiani restano in sofferenza.
Anche la Sicilia registra un afflusso di 159,48 milioni di metri cubi nel primo mese del 2026. Come sottolinea Massimo Gargano, Direttore Generale ANBI: «Negli invasi siciliani mancano circa 300 milioni di metri cubi d’acqua– ma al momento sembra che la prossima stagione irrigua non debba risentire delle limitazioni imposte nei recenti anni siccitosi».
Per il frumento duro meridionale, questo potrebbe tradursi in una stagione irrigua meno penalizzante rispetto al recente passato, ma resta il nodo della gestione degli eventi estremi concentrati in brevi finestre temporali.
Frumento, rese e cambiamento climatico: quale strategia?
Come testimoniato sulle pagine di Grano Italiano nei mesi passati, gli effetti del cambiamento climatico si stanno facendo evidenti in termini di ritardi nelle semine autunnali per eccesso o carenza di piogge, difficoltà di emergenza e accestimento della coltura, maggiore pressione di patogeni in annate umide e riduzione delle rese medie in areali tradizionalmente vocati.
Il 2026 si apre con un’ulteriore conferma: l’alternanza tra siccità prolungata e precipitazioni estreme non è più episodica. Per il cerealicoltore questo significa ripensare la gestione agronomica: rotazioni più resilienti, lavorazioni conservative per migliorare la struttura del suolo, investimenti in sistemi di drenaggio e invasi aziendali, varietà più tolleranti agli stress idrici e termici. Ma anche maggiore flessibilità dal punto di vista della gestione organizzativa e commerciale dell’azienda agricola.
La “cultura dell’acqua” richiamata da Vincenzi non riguarda, inoltre, solo le infrastrutture, ma anche la gestione delle singole imprese agricole. In un contesto di eventi estremi, diventa centrale la capacità di trattenere l’acqua nei suoli quando è disponibile e di utilizzarla in modo efficiente nei momenti critici.
Prepararsi alla nuova normalità
L’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche consegna un messaggio inequivocabile: l’Italia si trova in una fase di transizione climatica strutturale. L’estremizzazione degli eventi non è più straordinaria, ma ordinaria. Per il comparto cerealicolo, che già affronta volatilità dei prezzi, costi crescenti e competizione internazionale, la sfida climatica si aggiunge come fattore determinante di sostenibilità economica.
Prepararsi alla nuova normalità significa investire in manutenzione del territorio, infrastrutture idrauliche, innovazione e formazione. Significa anche integrare le informazioni idrologiche e meteorologiche nelle decisioni aziendali quotidiane. Il 2026 potrebbe essere ricordato come un anno di svolta: non solo per l’intensità degli eventi, ma per la consapevolezza che la gestione dell’acqua – in eccesso o in difetto – sarà il vero discrimine tra aziende resilienti e aziende vulnerabili.
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