agricoltura francese in crisi
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ANCHE I FRANCESI SOFFOCANO

Si parla addirittura di burn out climatico

L’ondata di caldo di fine giugno è terminata, ma l’agricoltura francese è entrata «in modalità crisi», secondo le parole usate mercoledì 1° luglio dalla ministra Annie Genevard. Lo racconta Le Monde che dedica ampio spazio alla sofferenza dell’agricoltura.  «Segno della gravità della situazione, il capo del governo, Sébastien Lecornu, ha presieduto venerdì 3 luglio alle 15:30 una riunione interministeriale sulle conseguenze della scia di calore per il settore».

Si corre

Le mietitrebbie lavorato a pieno regime per raccogliere l’orzo e il grano, «i cui rendimenti dovrebbero comunque essere penalizzati dalle scarse piogge di aprile e poi dall’ondata di caldo di fine maggio». Ma non è tutto: il clima sta cambiando il modo di lavorare, in peggio. «Quella che stiamo vivendo oggi sarà l’estate normale nel 2050, il che significa che siamo davanti a una catastrofe. Un’agricoltura a +2,5 °C non sappiamo come farla, e questo influisce pesantemente sul morale dei contadini», osserva Nicolas Fortin, segretario nazionale della Confédération paysanne, che parla del rischio di un vero e proprio «burn-out climatico». La rapidità del cambiamento non è sostenibile dalle aziende che vedono i raccolti bruciare. 

Il reportage

Un reportage dello stesso giornale francese ci racconta che «nelle grandi pianure cerealicole tra Vierzon (Cher) e Châteauroux (Indre), da diversi anni un dubbio tormenta chi pensava che la felicità risiedesse nel grano. «Oggi bisogna essere pazzi per fare quello che fanno loro», sbotta Chantal Philippon, la madre di Denis. In 35 anni Gérard, suo marito ed ex gestore dell’azienda agricola, non ha mai visto una cosa del genere. Contrariamente al luogo comune secondo cui i produttori di cereali francesi non hanno di che lamentarsi, i conti dell’azienda non tornano più. La fattoria dei Béliers fa tra l’altro parte delle grandi aziende agricole francesi: 350 ettari distribuiti su due comuni, dove si coltivano una decina di varietà vegetali, principalmente grano, a fronte di una media nazionale francese di 69 ettari.

Nell’ufficio della fattoria, Astrid Plisson sta completando online la richiesta di aiuti di Stato straordinari per compensare l’aumento del prezzo del gasolio agricolo (GNR), il carburante utilizzato per i mezzi agricoli. Dal blocco dello stretto di Hormuz, il prezzo è balzato da 0,70 centesimi al litro a 1,18 euro sull’ultima fattura. Lo scoppio della guerra in Iran è stato «la goccia che ha fatto traboccare il vaso» per il mondo dei cereali, riassume Benoît Piétrement, presidente di Intercéréales, l’organismo che riunisce i professionisti del settore. Oltre al costo del carburante, è esploso anche quello dei fertilizzanti azotati, arrivando a raddoppiare per alcuni e affossando ulteriormente un settore già duramente provato».

Gli aiuti non aiutano

«Sono quattro anni che lavoriamo in perdita» dichiara al quotidiano Eric Thirouin, presidente dell’Associazione generale dei produttori di grano. Nei bilanci, il margine operativo lordo si è dimezzato rispetto alla media dei tre anni precedenti. Per sostenere i cerealicoltori, lo Stato ha stanziato a fine gennaio un aiuto d’urgenza forfettario, ma «gli aiuti», ricorda Astrid Plisson, «non aiutano ad avere visibilità sul futuro». Molti vendono l’azienda, raccontano gli agricoltori transalpini.

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