Il dibattito sulle importazioni di frumento rischia, spesso, di diventare ideologico. Per Andrea Galli (nella foto), presidente di Anacer, il punto da cui partire è, invece, molto concreto: l’Italia è strutturalmente deficitaria e deve importare, ma non può permettersi di indebolire oltre misura la propria base produttiva.
La vera questione, allora, è capire su quale qualità puntare e come costruire un rapporto più stabile tra agricoltori, stoccatori, commercianti e industria.
«Il consumo nazionale di grano è abbastanza stabile, intorno agli 8 milioni di tonnellate. Non siamo di fronte a un mercato particolarmente dinamico». A cambiare, più che la domanda complessiva, è il modo in cui produzione interna e importazioni si distribuiscono tra le diverse fasce qualitative.
«Siamo un Paese deficitario e, per questo, siamo obbligati a importare. Il tema non è azzerare le importazioni ma capire quali segmenti entrano in concorrenza diretta con il grano italiano e quali caratteristiche qualitative l’industria richiede».
Dove nasce la pressione sui prezzi
Secondo Galli, una parte delle difficoltà di prezzo nasce proprio dall’incontro tra una quota della produzione nazionale e le importazioni comunitarie di fascia bassa o media.
«Una parte del grano prodotto in Italia si confronta con origini europee di qualità bassa o intermedia che arrivano sul mercato a condizioni molto competitive. Diverso è il discorso per il grano di alta qualità importato dal Nord America, che ha specifiche particolari e risponde a esigenze industriali precise».
Inseguire quel modello, però, non è semplice.
«Il grano primaverile di alta qualità proveniente da Canada e Stati Uniti presenta caratteristiche difficili da replicare nelle nostre condizioni. In Italia è complesso produrre stabilmente frumenti con livelli proteici molto elevati. Allo stesso tempo non possiamo pensare di competere solo sulle rese più spinte, perché non abbiamo sempre i terreni e le condizioni per produzioni elevate, verso le 10 tonnellate per ettaro».
Il target possibile per l’Italia
La concorrenza più interessante, secondo Galli, è un’altra: quella con i frumenti invernali di qualità prodotti in Paesi vicini.
«L’Italia è circondata da produttori di grano tenero come Francia, Austria e Germania. Una parte di questi frumenti, soprattutto quelli di qualità medio-alta, si avvicina alle nostre produzioni. È su questa fascia che alcune aree italiane, come la bassa Lombardia e l’Emilia-Romagna, potrebbero costruire un posizionamento più solido».
La scelta varietale e agronomica, quindi, non può essere separata dal mercato.
«La domanda da porsi è se convenga puntare su produzioni generiche o lavorare su varietà che abbiano un riscontro qualitativo migliore, possibilmente in accordo con l’industria molitoria. Esistono già esperienze in cui l’industria si impegna a ritirare determinate varietà coltivate. A mio avviso, il futuro del grano tenero passa da una collaborazione molto stretta con gli utilizzatori».
Produzione locale e sicurezza
Il tema non è solo economico ma anche strategico. Galli richiama i rischi emersi negli ultimi anni, tra pandemia, guerre e criticità nei trasporti. «Con un consumo superiore a 8 milioni di tonnellate, ridurre eccessivamente la produzione nazionale espone il Paese a un rischio. Se si verificano problemi logistici a livello globale o si inaspriscono le tensioni geopolitiche, possiamo trovarci in difficoltà, soprattutto in alcune aree del territorio».
Per questo, secondo il presidente di Anacer, anche l’industria dovrebbe considerare la produzione locale come un elemento di sicurezza.
«L’industria dovrebbe rendersi conto che non è opportuno scendere sotto determinati livelli di produzione nazionale. È vero che in alcune aree del Nord la disponibilità di grano può apparire abbondante al momento del raccolto, ma guardare solo al breve periodo rischia di renderci miopi».
Il nodo degli stoccaggi
La riduzione degli stoccaggi rende il tema ancora più delicato.
«Il mercato è strutturato con scorte sempre più ridotte. Molte industrie non dispongono più di una capacità di stoccaggio significativa e, spesso, questo ruolo resta in capo agli agricoltori o agli operatori della filiera. In un contesto di emergenze sempre più frequenti, non valorizzare la prossimità della produzione significa aumentare la vulnerabilità del sistema».
Da qui l’esigenza di un rapporto più cooperativo: «serve aiutare i produttori a capire quale grano servirà, quali varietà seminare e quali parametri qualitativi saranno richiesti. È difficile, perché le importazioni sono preponderanti, ma proprio per questo occorre individuare un target realistico».
Non competere sul grano più debole
Per Galli, quel target non è il frumento più economico proveniente da aree a forte pressione competitiva.
«Competere con il grano moldavo o ucraino significa rischiare di svuotare il valore professionale dell’agricoltura italiana. Il confronto più utile dovrebbe riguardare invece quella fascia di grano tenero che oggi importiamo da Francia, Germania e Austria. È lì che agricoltori e industria dovrebbero concentrarsi».
Il modello francese
Il modello francese offre un esempio interessante.
«In Francia il grano acquistato dall’industria nazionale spunta valori più elevati rispetto a quello destinato all’esportazione. Si lavora con forniture annuali, prezzi e premi collegati ai mercati finanziari, oltre a capitolati molto stringenti, al di fuori dei quali si perde valore».
Dietro quel sistema c’è anche una forte organizzazione dello stoccaggio.
«Negli ultimi 25 anni il sistema cooperativo francese si è molto concentrato. La Francia dispone di infrastrutture di stoccaggio importanti, che consentono di selezionare il frumento, conservarlo durante l’anno e garantire forniture con qualità omogenea. È un modello che permette premi significativi ma richiede organizzazione e rispetto rigoroso dei parametri».
La conclusione di Galli è, quindi, netta: «non valorizzare i produttori di frumento vicini all’industria è una scelta poco lungimirante. Naturalmente, un sistema del genere necessitò di rapporti strutturati e organizzati lungo la filiera, su varietà, volumi e qualità ».
Cooperazione, organizzazione e programmazione: sembrano queste le parole chiave per uno sviluppo sostenibile del frumento nei territori italiani. Un salto di qualità da avviare e guidare lungo un percorso che, certamente, non pare di semplice realizzazione.
Autore: Azzurra Giorgio
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