Tra gli spunti emersi dal convegno “Suoli, agricoltura rigenerativa e sviluppo rurale: un’integrazione possibile”, svoltosi il 20 febbraio a Bologna (foto in alto), per i cerealicoltori emerge con chiarezza la connessione tra pratiche rigenerative e qualità del frumento. In un mercato che premia proteine, peso specifico e sanità della granella, la domanda è inevitabile: l’agricoltura rigenerativa può generare un vantaggio competitivo concreto? Nel abbiamo parlato con Pierluigi Meriggi, Portfolio & Value Chain Manager di Horta Srl e Accademico Ordinario dell’Accademia Nazionale di Agricoltura.
Rotazioni e sostanza organica: effetti sulla qualità merceologica
Pierluigi Meriggi ha distinto tra qualità merceologica e sostenibilità ambientale, sottolineando la complessità del tema.
«La tematica è molto ampia e complessa e pure la risposta dovrebbe essere altrettanto articolata. Esistono aspetti legati alla qualità merceologica e aspetti legati alla sostenibilità ambientale».
Sul piano agronomico, alcune correlazioni sono evidenti.
«Tra i principi dell’agricoltura rigenerativa annoveriamo anche una corretta rotazione delle colture e l’inserimento nella stessa di specie leguminose, ciò comporta sicuramente una minor pressione delle malattie e in particolare di quelle che riguardano la spiga come la fusariosi, determinante nella contaminazione da micotossine». Ridurre la pressione della fusariosi significa intervenire direttamente su uno dei fattori più critici per la commerciabilità del grano.
Inoltre, ha aggiunto Meriggi, «l’aumento della sostanza organica nei terreni favorisce una migliore ritenzione idrica e una maggiore biodisponibilità di elementi nutritivi tra cui l’azoto; quindi, proteine e peso ettolitrico saranno favoriti». In un contesto di estati siccitose o primavere irregolari, migliorare la ritenzione idrica del suolo può tradursi in maggiore stabilità proteica e migliore riempimento della cariosside, in particolare in alcuni areali italiani.
Sul fronte della sostenibilità, invece, «l’interesse sull’agricoltura rigenerativa è di tutta la filiera, di cui le industrie pastarie e molitorie fanno parte, così come i produttori, stoccatori e i consumatori. L’agricoltura rigenerativa e la corretta gestione delle tecniche colturali sono le due azioni principali per creare i “crediti di carbonio” che rappresentano un valore aggiunto dell’attività agricola».
Crediti di carbonio: opportunità reale ma con orizzonte pluriennale
Il secondo grande fronte, infatti, è quello del carbon farming e dei crediti di carbonio. «Come è noto, la normativa è ancora abbastanza “fluida” sia a livello nazionale sia a livello comunitario. Purtuttavia possono essere avviati progetti di valorizzazione dell’aumento del carbonio nel suolo e la riduzione delle emissioni, con la implementazione di “crediti o unità di carbonio” da poter immettere sul mercato».
Il nodo centrale resta il tempo: «La generazione dei crediti ha orizzonti temporali di anni e, quindi, non riguarda solo i cereali autunno vernini ma l’intera successione colturale. Su agroecosistemi più stabili come quelli legati a colture perenni la misurazione o stima è meno complessa». Ne sono esempi i progetti di certificazione e immissione sul mercato di crediti di carbonio in contesti di viticoltura del nostro paese, come nell’area dei Colli Piacentini.
Per il frumento, quindi, non si tratta di una leva immediata su base annuale ma di una strategia di sistema, legata alla rotazione e alla continuità delle pratiche.
Adattare, non copiare: il nodo italiano
Infine, un richiamo importante riguarda il rischio di importare modelli esteri senza adattamento. Come ricorda Meriggi, «occorre assolutamente declinare i principi dell’agricoltura rigenerativa, non solo ai diversi sistemi colturali del Nord o del Sud ma anche a livello locale e aziendale. I modelli nati negli altri Paesi possono essere da stimolo per trovare nuove soluzioni ma non possono essere importati tal quali, rischiando la loro fattibilità e compromettendo il reddito dei produttori italiani».
La conclusione di Meriggi è, infine, un promemoria concreto per chi coltiva frumento: «è importante ricordare che le azioni di agricoltura rigenerativa hanno un costo (diretto e indiretto) per il produttore». La vera sfida, quindi, non è scegliere tra produzione e rigenerazione ma integrare tecniche agronomiche evolute in modo economicamente sostenibile. Nel frumento, la partita si gioca sulla qualità, sulla stabilità delle rese e sulla capacità di trasformare la gestione del suolo in valore riconosciuto lungo la filiera.
Autore: Azzurra Giorgio
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