Se il futuro dell’urea nel bacino padano è destinato a cambiare, la vera partita si gioca sulle alternative. Dalla scelta dei concimi alle tecniche agronomiche, fino alle criticità industriali e agli effetti del CBAM, il rischio è che il divieto produca costi e distorsioni difficili da governare. Il Prof. Amedeo Reyneri, Ordinario di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso il DISAFA dell’Università degli Studi di Torino (nella foto), analizza le opzioni sul tavolo e ci porta le esperienze di altri paesi europei.
Concimi alternativi: soluzioni possibili, ma più costose
Le alternative all’urea esistono, ma non sono indolori: «le più evidenti ed accessibili sono quelle di impiegare nitrato ammonico o solfato ammonico. Il problema è che hanno un costo per unità di fertilizzante (kg di azoto distribuito) del 27 e del 49% in più, considerando i listini del 2025». A questo si aggiunge un ulteriore fattore: «essendo il titolo di questi due fertilizzanti rispettivamente 26 e 21%, ben inferiore rispetto al 46% dell’urea, bisogna considerare un maggiore costo di trasporto e distribuzione».
L’urea protetta con inibitore dell’ureasi (NBPT) resta una delle opzioni più realistiche: «ha un costo superiore a quella non inibita intorno al 8-12%. Quindi, anche se nella forma protetta, l’urea resta un concime competitivo considerando l’unità di azoto ». Non è, però, una soluzione universale: «essendo l’urea già non a pronto effetto, quella ulteriormente protetta e quindi a più lento rilascio potrebbe non essere ideale in certe condizioni, allo scopo di sostenere una buona produzione invernale e primaverile del grano».
Efficienza agronomica prima di tutto
Con l’aumento dei costi, quindi, l’obiettivo diventa massimizzare l’efficienza, con effetti positivi anche sulle emissioni di gas serra: «l’obiettivo è sempre rendere più efficiente la concimazione». Tra le leve principali, vi è l’applicazione a rateo variabile dove necessario, il miglioramento della qualità della distribuzione, la scelta varietale e, ovviamente, l’impiego di dosaggi accurati. Soprattutto, è fondamentale considerare il fattore meteo: «distribuire il concime azotato in periodi in cui il suolo è in condizioni siccitose è, sostanzialmente, inutile. Conviene attendere un periodo in cui ci si avvicina alle precipitazioni». Si tratta di un principio semplice ma spesso disatteso: «l’acqua piovana mette in circolo l’azoto: lasciarlo all’aria comporta perdite per volatilizzazione certamente importanti».
Le pratiche adottate in Europa
Molti paesi europei hanno già affrontato il problema: «di gran lunga la soluzione più seguita è l’obbligo di impiego di urea protetta con inibitori dell’ureasi, perché ha un costo ancora accessibile e una buona efficacia nella riduzione dell’emissione di ammoniaca». Altre strade intraprese, poi, includono l’obbligo di interramento rapido: «molti paesi europei vincolano l’interramento in tempi brevi dell’urea: parliamo di 4-12 ore, massimo 24». Questa è una pratica efficace nel mais, più problematica su grano e riso, dove le possibilità meccaniche sono limitate alla strigliatura con la semina a file strette.
Industria impreparata e rischio CBAM
Sul fronte industriale, le criticità sono rilevanti: «Né in Italia, né in Europa vi è una capacità industriale sufficiente per produrre urea inibita nelle quantità necessarie per sostituire quella non protetta». E non è solo un problema di volumi ma di organizzazione logistica: «l’urea inibita deve essere impiegata “fresca”, ovvero deve passare poco tempo tra la sintesi del prodotto e l’applicazione in campo. Tutto il sistema produttivo dovrebbe essere, in qualche modo, riorganizzato».
A complicare il quadro arriva il meccanismo CBAM: «una stima della Rabo Bank indica che il CBAM possa influenzare dal 10 al 20% il costo dei concimi». Una stima che è sicuramente affinabile ma che ci fa comprendere la possibile portata del problema. Per questo motivo la Commissione al momento intende sospendere e modulare l’applicazione del meccanismo CBAM ai fertilizzanti.
Divieti o accompagnamento?
Il tema è certamente ancora aperto, con il piano di consultazioni con le associazioni dei produttori e di categoria ancora in corso. C’è, però, un rischio molto chiaro, ovvero che il lavoro svolto attraverso l’imposizione di nuove norme crei delle criticità concrete che, in definitiva, lo Stato deve correggere attraverso nuovi interventi.
Già la delibera del 20 giugno scorso, infatti, riconosce un maggior costo di circa 150 euro/ha per i cerealicoltori, in conseguenza al bando dell’urea, e la relativa necessità di compensazioni. La vera sfida, conclude Reyneri, è quindi evitare che siano imposti divieti “poco illuminati” per dover poi accompagnare il cambiamento con soluzioni tecniche e politiche coerenti.
Autore: Azzurra Giorgio
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