Fra i temi che emergono dall’incontro del 1° aprile dell’Osservatorio Agrofarma, quello delle biotecnologie è probabilmente il più strategico in prospettiva. Per la cerealicoltura italiana, parlare di biotech oggi non significa fare esercizio teorico, ma ragionare su produttività, resilienza climatica, qualità della granella e riduzione degli input. Il report presentato a Verona prova a inquadrare proprio questo: un settore biotech italiano in crescita e un’area agroalimentare che ne rappresenta ormai la componente più rilevante.
Paolo Tassani, Presidente di Agrofarma-Federchimica, richiama il punto con nettezza: «i nuovi dati confermano la trasformazione strutturale dell’agricoltura italiana: innovazione digitale, agricoltura di precisione, biologico e biotecnologie non sono più traiettorie alternative, ma soluzioni concrete, mature e già disponibili per aumentare la produttività delle imprese agricole e sostenere il reddito degli agricoltori.» È una chiave di lettura che sposta il biotech fuori dal recinto del dibattito ideologico e lo riporta dentro la questione agricola vera: produrre meglio, con più stabilità e meno vulnerabilità.
Un settore da 53,4 miliardi
Secondo il report, nel 2024 il biotech italiano raggiunge 53,4 miliardi di euro di fatturato, in crescita del 5% sul 2023, con 102.565 addetti, in aumento del 4%. Le imprese censite sono 5.869, anche se i dati più recenti non sono pienamente confrontabili con quelli delle precedenti edizioni, per un cambiamento metodologico che ha ampliato il campione.
Il dato più rilevante, però, è la distribuzione per aree di attività. Agroalimentare e zootecnia rappresentano il 65% delle imprese biotech italiane e generano 27,1 miliardi di euro di fatturato nel 2024. In sostanza, il cuore del biotech nazionale batte soprattutto nel sistema agroalimentare.
Cosa significa biotech in agricoltura
Il report fa chiarezza sulla definizione di biotecnologie che vengono descritte come “tecnologie che utilizzano organismi viventi o loro parti per sviluppare prodotti e processi”. In agricoltura, gli obiettivi indicati sono molto concreti: maggiore resistenza alle malattie, miglioramento della produttività, maggiore resilienza ai cambiamenti climatici, qualità di interesse per il consumatore e migliori caratteristiche legate alla trasformazione. Fra gli strumenti citati compaiono le Tecniche di Evoluzione Assistita (o New Genomic Tecnicques), come cisgenesi e genome editing.
Per chi produce cereali, la traduzione pratica è immediata: varietà che reggano meglio caldo, siccità e nuove pressioni biotiche; piante più efficienti nell’uso di acqua e nutrienti; materiali che offrano qualità più stabili anche in annate difficili.
Dalle TEA al genoma del frumento duro
Su questo fronte, Grano Italiano ha già raccolto diverse posizioni che si inseriscono perfettamente nel quadro dell’Osservatorio. L’articolo “TEA E FUTURO DEI CEREALI VERNINI” mette a fuoco proprio il ruolo delle Tecnologie di Evoluzione Assistita nel rendere più rapido il miglioramento genetico delle colture cerealicole.
Allo stesso modo, nel recente “DAL GENOMA UN NUOVO FRUMENTO” viene illustrato come il lavoro di Luigi Cattivelli e del CREA sul genoma, sul pangenoma e sul genome editing possa trasformarsi in vantaggi molto concreti per i cerealicoltori: più resa, più stabilità, più resilienza, meno input e maggiore capacità di risposta agli stress climatici e fitosanitari.
Biotech e difesa non sono mondi separati
C’è, poi, un aspetto spesso sottovalutato: biotech e difesa non sono due universi separati. Una genetica più precisa e più avanzata può contribuire a ridurre la vulnerabilità della coltura e quindi a migliorare anche l’efficienza della protezione integrata. È una logica coerente con ciò che Grano Italiano racconta quando parla di agrofarmaci usati con maggiore precisione, di biocontrollo e di tecniche di difesa sempre più mirate (leggi anche SEPTORIA: PRIMAVERA AD ALTO RISCHIO).
Serve un quadro normativo coerente
Anche su questo fronte il tema delle regole resta centrale. Enrica Gentile, CEO e Founder di Aretè che collabora all’Osservatorio, lo segnala alla stampa, quando parla di un comparto che crede nelle soluzioni innovative ma si scontra con «un quadro regolatorio che necessiterebbe di semplificazioni, soprattutto in materia di sperimentazione». È un nodo decisivo anche per il biotech: senza norme chiare e tempi compatibili, il rischio è che la ricerca corra più veloce della capacità del sistema europeo di tradurla in innovazione disponibile per le imprese agricole.
Per i cerealicoltori il tema è già attuale
Il punto finale, dunque, è semplice: le biotecnologie non appartengono più a un futuro remoto. L’Osservatorio Agrofarma le descrive come una leva già strategica per produttività, qualità e sostenibilità, e il lavoro raccontato su Grano Italiano mostra che nel frumento questa traiettoria è già avviata. Per i cerealicoltori, il biotech significa soprattutto una promessa molto concreta: varietà più robuste, più efficienti e più adatte a un’agricoltura che deve produrre reddito in condizioni climatiche e di mercato sempre più difficili.
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