Dal 1° gennaio il meccanismo europeo sul carbonio alle frontiere è pienamente operativo. Al centro del dibattito restano l’impatto sull’industria dei fertilizzanti, sulla competitività e la coerenza tra obiettivi climatici e sostenibilità economica. Ne abbiamo parlato in queste settimane: leggi l’articolo più recente.
Il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) è entrato nella fase definitiva nel 2026, con l’avvio degli obblighi economici per gli importatori. Il sistema collega le emissioni incorporate nei beni importati al prezzo europeo della CO₂, incidendo in particolare su prodotti energivori come i fertilizzanti. Per l’agricoltura italiana, la questione non è teorica: il costo dei mezzi tecnici è direttamente collegato alla redditività aziendale, considerato il peso del costo dei fertilizzanti minerali sul bilancio delle aziende agricole.
Applicazione operativa e nodo fertilizzanti
Con l’avvio della fase finanziaria, il CBAM impone l’acquisto di certificati legati alle emissioni incorporate nei prodotti importati. Nel caso dei fertilizzanti azotati, il tema è particolarmente sensibile: l’Europa è strutturalmente importatrice e il differenziale di costo energetico rispetto ad altri Paesi può tradursi in un aggravio di prezzo lungo l’intera filiera.
Il dibattito si concentra su tre punti critici. Primo: la complessità tecnica nella determinazione delle emissioni effettive. Secondo: il rischio di distorsioni concorrenziali nel breve periodo. Terzo: la coerenza tra obiettivi ambientali e tutela della competitività agricola. Il sistema nasce per evitare “carbon leakage”, ma la sua applicazione pratica incide direttamente sui costi di produzione delle colture cerealicole, già sotto pressione per volatilità dei mercati e margini ridotti.
Transizione climatica e competitività europea
Il CBAM si inserisce nel quadro più ampio del Green Deal e del sistema ETS europeo. L’obiettivo è uniformare il costo del carbonio tra produzione interna e importazioni. Tuttavia, per il comparto agricolo, il tema resta quello dell’equilibrio: sostenibilità ambientale e sostenibilità economica devono procedere insieme.
La fase 2026 rappresenta, dunque, un banco di prova. Se il meccanismo funzionerà come leva di decarbonizzazione senza compromettere la competitività, potrà rafforzare l’autonomia industriale europea. In caso contrario, il rischio è una compressione ulteriore dei margini a valle, con effetti indiretti sui prezzi agricoli e sulla pianificazione colturale.
L’analisi di Simone Mori su Nuova Energia
Sul tema è intervenuto anche Simone Mori, in un’analisi pubblicata su Nuova Energia (n.4/2025, da p.32), dove il CBAM viene letto come tassello strutturale della politica climatica europea e strettamente connesso al sistema ETS e agli equilibri energetici internazionali. Vent’anni dopo l’introduzione dell’Emission Trading System, ci si interroga sulla sua validità e sulla capacità di andare oltre i limiti già raggiunti, in particolare sull’incertezza che gli strumenti di decarbonizzazione messi in atto dall’Unione Europea possano continuare a sostenere le nostre imprese in ottica di concorrenza globale. Vuoi contattare Nuova Energia? Scrivi qui.
Autore: Azzurra Giorgio
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