A gennaio il ministro Lollobrigida ha annunciato trionfante che il Cbam sarebbe stato sospeso perché era stato raggiunto un accordo in tal senso. Ovviamente, la notizia è passata inosservata ai più: la gente non ha la minima idea di cosa sia il Cbam. Quindi nessuno si è insospettito per il silenzio che ne è seguito. A oltre un mese da quell’annuncio pare chiaro che non c’è nessuna sospensione in vista.
Che la decisione sia importante lo sappiamo tutti, visto che impatta sui costi dei fertilizzanti, voce di spesa che incide tra il 15% e il 30% nel budget delle aziende agricole e che, come ha ammesso il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, il costo dei medesimi oggi è maggiore del 60% rispetto al 2020. L’unica cosa certa è che il 16 dicembre scorso la Commissione Europea ha votato il CBAM, ma non l’emendamento per regolarne eventuali sospensioni (il 27/2). Anche volendo sospendere il CBAM, oggi non esistono strumenti normativi per farlo. Qualora l’emendamento dovesse essere votato, andrebbe poi investigato e bisognerebbe capire se, in base alla normativa vigente, esistano i presupposti per una sospensione del CBAM: per eccessivo aumento dei prezzi? se sì, in base a quale riferimento? e in base a quale nesso con la normativa?
Domande cui non è chiaro se sia possibile e soprattutto se si voglia dare una risposta… Giova ricordare che questa misura, nominalmente tesa a favorire l’evoluzione sostenibile della produzione chimica planetaria, impatta ferocemente sulle manifatture europee. Ossia, in un momento critico, con la globalizzazione a pezzi e alcune guerre ai nostri confini, noi europei imponiamo una tassa che è un dazio e un dazio che è una tassa perché vogliamo salvare il pianeta. E come conseguenza moltiplichiamo i costi della produzione europea che dipende proprio dalla importazioni di commodities tassate dal CBAM. Cosa succeda al settore dei fertilizzanti l’ha spiegato benissimo Mariano Alessio Vernì, vicepresidente di SILC Fertilizzanti, in questo articolo.
Parla l’importatore
Facciamo un passo avanti sentendo Aldo Giglioli, uno dei maggiori importatori di urea e nutrienti, il quale ci spiega che «l’effetto del Cbam non è trasversale ma colpisce solo i prodotti d’importazione, gravandoli del costo della CO2 rilasciata nell’atmosfera durante il processo produttivo. Peraltro, c’è gran confusione sui valori assegnati a ogni prodotto e ad ogni Paese, due fattori che intervengono nel calcolo di questo balzello attraverso una formula complicata, poiché tali valori vengono stabiliti “per legge” sulla base di stime fatte dalla UE; tuttavia, qualora si cerchi di utilizzare i dati forniti dai produttori esteri, la legge prevede in molti casi (ad esempio per l’urea) un aggravio rispetto al dato di default del Paese d’origine, nonostante la produzione di CO2 fornita dal produttore estero sia inferiore rispetto a quella stimata dalla UE; più che complicato, perverso».
In un ginepraio di regole e di formule che sembra pensato apposta per impedire qualsiasi sospensione, l’UE ha comunque messo balzelli sulla CO2 che graveranno anche sui suoi (pochi) produttori… e qui c’è una sorpresa. I grandi produttori europei di fertilizzanti sono favorendoli all’entrata a regime del meccanismo (che avverrà in modo completo nel 2034). La produzione interna all’Europa diviene così una specie di convitato di pietra in questa intricata vicenda: trarrebbe inizialmente beneficio da questa misura, subendone effetti concreti negativi solo a partire dai prossimi anni, ma avrebbe già preso le sue contromisure per evitare la sospensiva.
Come funziona
Ma vediamo come funziona questo dazio-tassa sulle importazioni di fertilizzanti. Quello che segue è lo schema di applicazione all’urea.

Cercando di semplificare, il CBAM in termini di euro a tonnellata è pari al costo della CO2 (che oggi vale 85 euro a tonnellata) moltiplicato per valore di default fissato dall’Ue per singolo Stato e per singolo prodotto (che ad esempio per l’urea e per l’Egitto vale circa 1,4) che viene ridotto del benchmark europeo per quel prodotto (per l’urea pari a circa 0,9) a sua volta ridotto di un coefficiente che oggi vale (100%-2,5%) ovvero 97,5% e che a tendere si annullerà entro il 2034: per l’urea si parla di circa 44 euro a tonnellata che l’importatore dovrà versare l’anno prossimo nelle casse dell’UE (tramite i nostri riscossori locali) sulle importazioni di quest’anno. Dove si troveranno questi 44 euro a tonnellata?
Logicamente nel prezzo dell’urea, a meno che i produttori europei di urea non siano in grado di mantenere prezzi bassi a sufficienza da mettere l’importazione in condizione di perdere (prelevando comunque il CBAM dalle proprie eventuali riserve).
Comunque vada, per come il CBAM è stato scritto ed approvato, dal 2034, ad ogni tonnellata di urea importata andrà aggiunto il costo di tutta la CO2 associata alla propria produzione: in sostanza, dando per buoni i valori dei default europei, nel 2034 il CBAM andrebbe a valere 85×1,4=120 eur/ton per l’urea egiziana; ma se parlassimo di urea cinese si andrebbe dagli odierni già proibitivi 85x(2,88-97,5%x0,9)=170 eur/ton agli 85×2,88=245 eur/ton. E tutto questo senza considerare che anche il valore della CO2 non è un valore fermo, ma si muove col mercato (e tanto più una cosa è richiesta dal mercato, tanto più il suo valore è destinato ad aumentare).
Non è finita qui
Il meccanismo del CBAM non finisce qui: se infatti si decide di utilizzare un valore di CO2 prodotta per unità di prodotto fornito direttamente dal produttore, (ad esempio 1,11, nel caso della Nigeria), la norma prevede di utilizzare come benchmark lo 0,053 di Column A, 17 volte inveriore allo 0,9 previsto da column B: questo rende svantaggioso utilizzare i valori reali forniti dalle fabbriche extra-europee, poiché il meccanismo in questo caso va ad eliminare gli effetti positivi di riduzione del CBAM grazie al BANCHMARK di Column B».

Peraltro, questa discrepanza tra column A e column B non si ha dappertutto. Anzi, per l’ammoniaca ad esempio si hanno gli stessi valori tra column A e column B: questo sembra suggerire che, siccome l’ammoniaca è una materia prima anche per l’industria europea, e quel settore sa difendersi, il CBAM sia artificiosamente direzionato con approccio protezionistico, così da ridurre l’impatto sulle materie prime, massacrando invece i prodotti finiti, qualora si cerchi di utilizzare valori diversi dai default imposti dalla stima Ue».
In questo momento, il CBAM incide non poco, ma in prospettiva potrebbe rendere proibitive le importazioni di fertilizzanti. «Se avessimo una produzione interna non deficitaria e realizzata da diversi player questa misura non comporterebbe necessariamente problema al sistema UE, ma, non essendo la produzione europea autosufficiente, si rischia non solo un aumento violento dei prezzi, ma anche una mancanza di prodotto per tutti con le conseguenze che ognuno può vedere sull’agricoltore» osserva Giglioli. Per il mercato dell’urea, che già oscilla intorno ai 600 euro a tonnellata c’è poco da star sereni.
Autore: Paolo Viana





