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IL CLIMA CAMBIA LE INFESTANTI

Vediamo come, dal diserbo efficace alla pressione selettiva: intervista al Prof. Francesco Vidotto

Le resistenze agli erbicidi nel frumento non sono un fenomeno improvviso. Sono il risultato di una trasformazione tecnica e agronomica avvenuta negli ultimi decenni: erbicidi molto efficaci, sistemi colturali più semplici, rotazioni ridotte, maggiore dipendenza dal controllo chimico e ripetizione degli stessi meccanismi d’azione.

È questo il punto di partenza indicato da Francesco Vidotto (nella foto), Professore ordinario di Agronomia e malerbologo presso il DISAFA dell’Università degli Studi di Torino. Il tema riguarda direttamente cerealicoltori e tecnici: la flora infestante non resta ferma ma si adatta ai sistemi produttivi e alle pressioni di selezione esercitate anno dopo anno.

Come siamo arrivati alle resistenze

Se guardiamo all’evoluzione del diserbo nel frumento negli ultimi decenni, come si è arrivati alla situazione attuale sul fronte delle resistenze agli erbicidi?

«Il diserbo dei cereali autunno vernini ha subito negli ultimi decenni una evoluzione per certi versi simile a quella avvenuta in altre grandi colture erbacee. L’ampia disponibilità di erbicidi in grado di controllare la maggior parte delle infestanti presenti ha, di fatto, favorito la diffusione della monosuccessione, con una generalizzata semplificazione dei sistemi colturali».

Il passaggio è centrale: non è solo l’erbicida in sé a generare il problema, ma il sistema nel quale viene utilizzato. Quando la rotazione si restringe e la coltura torna spesso sullo stesso appezzamento, anche le infestanti trovano un ambiente più prevedibile.

«Questo fenomeno è avvenuto a discapito della rotazione colturale, contribuendo, da un lato, alla formazione di una flora infestante maggiormente specializzata e, dall’altro, mantenendo una costante pressione selettiva che, in alcuni casi, ha portato alla selezione di popolazioni resistenti».

Il ritorno del pre-emergenza

Per anni, nei cereali autunno-vernini, la gestione delle infestanti si è spostata progressivamente verso il post-emergenza. Questa impostazione ha dato risposte operative importanti ma ha anche concentrato la pressione selettiva su un numero limitato di soluzioni e meccanismi d’azione.

«Rispetto ad altre colture (basti pensare al mais), dove il diserbo di pre-emergenza ha sempre mantenuto un ruolo fondamentale, nei cereali autunno-vernini si è assistito nell’ultimo decennio ad un graduale passaggio ad una gestione prevalentemente in post-emergenza».

La comparsa delle resistenze e la riduzione delle sostanze attive disponibili hanno, però, modificato nuovamente l’approccio tecnico. Il pre-emergenza, oggi, non va letto come un ritorno al passato, ma come uno strumento per diversificare la pressione esercitata sulle infestanti.

«A seguito, poi, della comparsa di vari fenomeni di resistenza e alla riduzione del numero di meccanismi di azione utilizzabili in post-emergenza, conseguente alla revoca di alcune sostanze attive, negli ultimi anni sta nuovamente guadagnando importanza l’impiego di erbicidi residuali in pre-emergenza». Secondo Vidotto, il valore tecnico di questa scelta sta soprattutto nella diversificazione. «Il loro impiego permette di diversificare i meccanismi di azione e quindi di ridurre il rischio di comparsa di resistenza, permettendo di gestire le situazioni in cui la resistenza è già presente».

Lavorazioni, sodo e nuove infestanti

La composizione della flora infestante dipende anche dalla gestione del suolo. La riduzione delle lavorazioni e il ricorso alla semina su sodo possono modificare gli equilibri, favorendo alcune specie rispetto ad altre. Anche il periodo intercolturale, spesso considerato marginale, diventa invece decisivo.

«Un altro fenomeno che contribuisce a modificare le infestazioni presenti e, quindi, le modalità di gestione è la riduzione dell’intensità delle lavorazioni e il ricorso alla semina su sodo, che favoriscono la diffusione di specie perennanti».

In questo quadro rientra anche la gestione delle stoppie, soprattutto nei sistemi in rotazione con il mais.

«A questo si devono aggiungere gli effetti di lungo periodo del diserbo chimico delle stoppie, pratica considerata essenziale per un adeguato contenimento soprattutto di specie quali il Sorghum halepense nei sistemi colturali in cui è prevista la rotazione con il mais». Anche qui, il tema non è l’uso di una singola soluzione, ma la ripetizione nel tempo della stessa pressione. Vidotto cita il caso del glifosate e delle specie meno sensibili. «L’uso ripetuto del glifosate, ad esempio, ha favorito una maggiore presenza di specie meno sensibili a questo erbicida, come Malva, Erigeron spp. e Geranium spp.».

Il clima cambia la flora del frumento

L’aspetto più attuale riguarda il cambiamento climatico. L’aumento delle temperature medie invernali modifica i tempi di emergenza e può portare nei campi di frumento specie tradizionalmente più associate alla primavera avanzata o all’estate.

«Un ulteriore elemento non direttamente sotto il controllo dell’agricoltore e che condiziona le comunità di malerbe è il cambiamento climatico». È un elemento che rende la gestione meno prevedibile. Non basta più ragionare solo sulla flora storicamente presente in un areale: occorre monitorare l’evoluzione concreta del campo.

«L’aumento della temperatura media registrata nei mesi invernali determina, infatti, un anticipo della comparsa di specie a germinazione primaverile e diventa sempre più frequente osservare specie più tipicamente estive all’interno dei campi di frumento».

I casi più rilevanti nel frumento

Quali sono oggi, nel frumento tenero e duro, le infestanti e i casi di resistenza più rilevanti dal punto di vista agronomico, e con quali conseguenze pratiche per la gestione del campo?

Il quadro nazionale indicato da Vidotto riguarda soprattutto due gruppi di erbicidi: gli inibitori dell’ACC-asi e gli inibitori dell’ALS. Sono meccanismi d’azione fondamentali nella storia recente del diserbo dei cereali ma, proprio per questo, sottoposti a forte pressione selettiva.

«Attualmente, sul territorio nazionale sono segnalati casi di resistenza principalmente nei confronti degli inibitori dell’ACC-asi (gruppo HRAC 1) e degli inibitori dell’ALS (gruppo HRAC 2). I primi sono rappresentati sostanzialmente dai cosiddetti “graminicidi specifici”, mentre i secondi comprendono sia erbicidi attivi prevalentemente sulle dicotiledoni, sia altri maggiormente efficaci sulle graminacee».

Il fenomeno non è episodico. Coinvolge più specie e più areali, con un peso particolare per alcune graminacee difficili da controllare.

«Nel primo caso, il sito GIRE (Gruppo Italiano Resistenza Erbicidi) indica che questo fenomeno è diffuso in oltre 120 comuni italiani in 14 regioni e coinvolge Alopecurus myosuroides e diverse specie dei generi Avena, Lolium e Phalaris. La resistenza agli inibitori dell’ALS è segnalata in 86 comuni su 10 regioni e riguarda, tra le graminacee, specie dei generi Lolium e Avena e, tra le dicotiledoni, papavero e senape».

Il problema delle resistenze multiple

Il livello di complessità aumenta quando la resistenza non riguarda un solo meccanismo d’azione. Le resistenze multiple riducono le alternative operative e rendono più difficile costruire strategie efficaci.

«Oltre a casi di resistenza “semplice”, ovvero ad un solo meccanismo di azione, sono anche diffusi più preoccupanti casi di resistenza “multipla” a più meccanismi di azione. Tra i casi più diffusi vi sono la resistenza multipla proprio ai due meccanismi di azione già citati (inibitori ACC-asi e inibitori ALS) in specie dei generi Avena e Lolium».

Il messaggio tecnico è chiaro: più un meccanismo d’azione viene ripetuto, più aumenta la probabilità di selezionare popolazioni resistenti. Ma non tutti i meccanismi hanno lo stesso comportamento.

«L’elevata diffusione di casi di resistenza a questi due meccanismi di azione non stupisce, se si considera che a livello mondiale sono tra quelli che annoverano il maggior numero di specie infestanti nelle quali sono state selezionate popolazioni resistenti».

«La probabilità che si sviluppi resistenza in campo dipende sicuramente dalla frequenza con la quale un certo meccanismo di azione viene utilizzato. Le evidenze suggeriscono, però, che alcuni meccanismi d’azione selezionano più facilmente popolazioni resistenti».

Resistenza o ridotta efficacia?

Per l’agricoltore, una delle difficoltà principali è riconoscere il problema in tempo. La resistenza può iniziare in modo poco evidente e diventare percepibile solo quando la popolazione resistente è già presente in misura significativa.

«A complicare la gestione della resistenza si aggiunge il fatto che la resistenza può passare inosservata quando è all’inizio».

Il dato indicato da Vidotto è particolarmente utile per comprendere perché la prevenzione sia più efficace della reazione tardiva. «Si stima che essa sia “percepita” dall’agricoltore quando il 5% delle piante di una certe specie è in realtà già resistente».

Prima di parlare di resistenza accertata, tuttavia, serve cautela. Un trattamento può fallire per molte ragioni: condizioni ambientali, stadio delle infestanti, epoca di intervento, distribuzione, dose, miscela o altri fattori agronomici. «Quando si sospetta la presenza di resistenza è opportuno effettuare le opportune verifiche per escludere che non si tratti semplicemente di un caso di ridotta efficacia, che può essere dovuto a moltissimi fattori».

Dalla diagnosi alla strategia

Il primo punto, quindi, è distinguere tra insuccesso tecnico e resistenza vera. Il secondo è leggere il campo all’interno la sua storia agronomica: colture precedenti, erbicidi utilizzati, lavorazioni, gestione delle stoppie, rotazioni, infestanti sopravvissute e loro distribuzione.

Nel frumento, la resistenza agli erbicidi non è solo un problema di prodotto. È il segnale che il sistema colturale ha esercitato per troppo tempo una pressione prevedibile. Per ridurre il rischio, la parola chiave diventa diversificazione: delle colture, dei meccanismi d’azione, delle epoche di intervento e degli strumenti di controllo.

Autore: Azzurra Giorgio

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