Il presidente di Italmopa, associazione dei mugnai, commentando l’esordio della CUN grano duro, ha tenuto a sottolineare come l’introduzione di due nuovi parametri mercuriali, ovvero il fino alto proteico con riferimento minimo di 15% di proteine ed il fino proteico riferimento minimo 14% di proteine, rispecchi un’esigenza dell’industria di trasformazione, come a voler sottolineare di come ci sia bisogno di far crescere ulteriormente, sotto il profilo qualitativo, ovvero secondo i loro parametri di riferimento, le produzioni italiche dal punto di vista proteico; affermazioni che a parer nostro non trovano riscontro nei fatti.
Dopo che per decenni , le nostre borse merci hanno quotato la massa critica richiesta dagli stessi industriali tra un minimo di 13% di proteine all’11% di proteine (commercializzate sul borsino di Altamura), si sostiene che gli industriali italiani hanno bisogno di granelle iperproteiche. Peccato che nei fatti non sia così. E lo dicono le scelte degli associati a Italmopa.
Vediamo i registri
Sui registri doganali italiani , ad oggi, si segnala che l’Ue ha importato 1.321.000 tonnellate e l Italia ne ha assorbito circa l’80%, ovvero 1.105.576 tonnellate.
Il maggior esportatore verso l’Europa con 800.000 tonnellate è il Canada, seguito dagli USA 203.000 tonnellate e dal Kazakhstan 202.000 tonnellate, seguito da Turchia. Se ci focalizziamo sulle granelle che arrivano dal Nord America e dal Kazakhstan – stesso periodo di semina, stesso clima, stesse tecniche di coltivazione, stessi problemi , in particolare sul raccolto nord americano , ovvero Canada/USA , dove le maggiori produzioni sono concentrate tra il confine delle due nazioni , nelle praterie del Saskatchewan per il Canada e nel Nord Dakota e Montana per la parte statunitense, e poi restiamo sul raccolto Canadese che ad oggi rappresenta il 60,5% dell import extra Ue, ovvero 800.000 tonnellate , è possibile renderci conto di che merce arrivi e con quali gradi qualitativi. Gli ultimi dati divulgati dal governo canadese aggiornati a gennaio 2026 , rivelano che verso l’Italia sono state spedite 604.000 tonnellate, (mancano i dati di febbraio e marzo in cui si è registrato un ottimo andamento di export dal Canada) così ripartiti secondo i certificati di esportazione:
-55.000 tonnellate di grado 1° ovvero riferimento listino PDQ 1CWAD 13,0% proteine-
–503.000tonnellate di grado 2° e 46.200 tonnellate di grado 3°-
Questi dati dicono che non importiamo granella iper proteica, ma massa critica tal quale a quella trattata in Italia, ovvero al nostro Fino/ buono mercantile/mercantile, poiché il 1°/ 2°/3° grado canadese equivalgono ad essi , (anzi sotto certi aspetti , vedasi i chicchi fusariati, i nostri grani a parità di grado sono superiori). Stesso discorso per il raccolto americano e Kazako. Questo non vuol dire che non importiamo partite di grano con contenuto iper proteico, che peraltro si trova anche in Italia, ma in produzioni di nicchia , per scambi ristretti , lontani dai volumi della massa critica che i nostri industriali trasformano e si scambiano sul mercato.
Quindi quando parliamo di grano iperproteico parliamo di contratti di filiera, che spesso proprio perché non danno i risultati sperati sono oggetto di critiche da parte degli stessi agricoltori; negli USA questa nicchia riguarda principalmente la produzione del Desert Durum , anch’essa gestita secondo contratti di conferimento , tant’è che non vi è alcun listino mercuriale che pubblichi le quotazioni del Desert Durum.
Un ircocervo
La CUN così come e nata è un ircocervo, cioè un animale mitologico che non esiste nella realtà; per questo, a nostro avviso, essa ha disatteso totalmente le aspettative dei produttori. Ora, al danno ci si aggiunge la beffa di dichiarazioni incomprensibili alla luce dei dati, rilasciate proprio mentre migliaia di cerealicoltori investono passione per garantire al consumatore un prodotto sano e qualitativamente adeguato alle sue esigenze.
La qualità delle nostre granelle è sempre stata un obbiettivo primario per le nostre imprese e i nostri trasformatori A fronte un fabbisogno di oltre 6.000.000 di tonnellate importano lo stretto necessario per integrare la produzione nazionale, ovvero il 30/35% del totale trasformato. Non sono disposti a pagare di più, ma ben si guardano dal rinunciare al durum italiano, a testimoniare che la massa critica del grano duro nazionale è in linea con le esigenze sia industriali che commerciali, anche se al 15% non si arriva così facilmente come il listino Cun vorrebbe far credere.
Il presidente di Italmopa farebbe bene – per il progresso della filiera nella sua interezza – a riconoscere questa qualità agli agricoltori che lavorano per rifornire le sue industrie di granella pulita da glifosate, l’erbicida utilizzato in pre-harvest proprio da quegli areali da dove importiamo massicciamente e sul quale è aperto un dibattito scientifico a livello mondiale sulla cancerogenicità di quel prodotto chimico. Si dovrebbe riconoscere anche che nel cereale italiano è molto bassa la presenza del DON, una micotossina che si sviluppa nelle granelle fortemente esposte all’umidita e che è presente negli areali da dove importiamo.
Voglio ricordare che la stessa Ue nel 2024 ha riformulato al ribasso per i termini di legge il suo contenuto nelle granelle per consumo umano: questi particolari avremmo voluti vederli in una griglia di valutazione del grano nella CUN come punti di forza del nostro grano, invece di introdurre con belle parole una classificazione che mira a deprezzare ulteriormente il nostro prodotto fissando standard irreali che neanche l’industria realmente richiede. (Foto creata dall’AI)
Autore: Domenico De Francesco, cerealicoltore di Atessa




