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DURO, LA SFIDA DELLE PROTEINE

Rese elevate e contenuto proteico non sempre procedono insieme. ll ruolo della genetica e dell’azoto secondo Michele De Santis.

La campagna 2025-2026 ha confermato che il frumento duro italiano può raggiungere livelli produttivi elevati quando le condizioni climatiche sono favorevoli. Ma ha anche riportato al centro dell’attenzione una delle questioni più delicate per la cerealicoltura: mantenere un adeguato contenuto proteico della granella mentre aumentano le rese.

È su questo equilibrio che si concentrano le riflessioni di Michele De Santis, ricercatore dell’Università di Foggia, chiamato da Grano Italiano a commentare i risultati delle prove della Rete nazionale del frumento duro.

Il tema è particolarmente rilevante in una fase in cui gli agricoltori devono confrontarsi con costi dei mezzi tecnici elevati e margini economici ridotti, che possono condizionare le scelte di fertilizzazione.

Più resa, ma attenzione alle proteine

L’annata 2025-2026 è stata caratterizzata, nel complesso, da un andamento termo-pluviometrico favorevole, che ha consentito alla coltura di esprimere un elevato potenziale produttivo.

Nel Sud e nelle Isole, la resa media delle prove è stata di 5,43 t/ha, mentre nel Centro-Nord ha raggiunto 7,15 t/ha. Anche il confronto con le campagne precedenti conferma risultati generalmente positivi.

Il quadro qualitativo, tuttavia, è più articolato.

Nel Sud e nelle Isole il contenuto proteico medio si è attestato al 12,4%, con un valore particolarmente basso in Sardegna, pari al 9,6%. Nel Centro-Nord la media è stata del 13%, sostanzialmente in linea con quella dell’anno precedente ma inferiore di circa un punto percentuale rispetto alla media del quinquennio.

Dati che riportano l’attenzione sul cosiddetto effetto di diluizione dell’azoto: quando aumenta la produzione di granella, il contenuto proteico percentuale può diminuire se l’accumulo di azoto non cresce in misura proporzionale.

Una dinamica che rende più complesso conciliare le esigenze produttive dell’agricoltore con quelle qualitative della filiera molitoria e pastaria.

La genetica può fare la differenza

Secondo De Santis, la capacità di mantenere un buon contenuto proteico non dipende esclusivamente dalla disponibilità di azoto nel terreno o dalla quantità di fertilizzante distribuita.

«Vi sono varietà che sono più adatte ad accumulare azoto nella granella e a determinare un migliore contenuto proteico», osserva il ricercatore.

La scelta varietale può, quindi contribuire a contenere gli effetti della diluizione proteica, soprattutto nelle annate caratterizzate da produzioni elevate.

I risultati della Rete 2026 offrono alcune indicazioni interessanti.

Nel Sud e nelle Isole, RGT Aventadur e RGT Natur si sono distinte per il contenuto proteico, seguite da President, Marco Aurelio e Gregorio. In particolare, RGT Aventadur e Felsina hanno evidenziato un buon equilibrio tra resa e qualità.

Nel Centro-Nord, invece, Gregorio ha raggiunto un contenuto proteico medio del 14,1%, seguita da Marco Aurelio, Mameli e President. Marco Aurelio si è distinta anche per la capacità di combinare risultati produttivi e qualitativi favorevoli.

Questi dati confermano l’esistenza di differenze genetiche significative nella capacità di accumulare proteine, pur senza eliminare il ruolo determinante della gestione agronomica. Per l’agricoltore, la scelta della varietà deve quindi tenere conto non soltanto della resa attesa ma anche della destinazione commerciale del prodotto e degli obiettivi qualitativi richiesti.

Azoto: tra dilavamento e costi di produzione

Se la genetica rappresenta una componente importante, la disponibilità di azoto durante il ciclo colturale rimane decisiva per la formazione delle proteine.

De Santis richiama due criticità che possono accentuare l’effetto di diluizione nelle annate particolarmente produttive.

La prima riguarda le precipitazioni intense, che possono provocare perdite di azoto per dilavamento, riducendo la quota di nutriente effettivamente disponibile per la coltura. La seconda è di natura economica: le difficoltà del mercato dei fertilizzanti possono spingere gli agricoltori a ridurre le unità di azoto distribuite, con possibili ripercussioni sulla qualità della granella.

Sono due fattori differenti, ma che possono concorrere allo stesso risultato: una disponibilità di azoto insufficiente rispetto al potenziale produttivo espresso dalla coltura.

La questione, quindi, non è semplicemente aumentare le dosi di concime. Occorre piuttosto migliorare la corrispondenza tra disponibilità del nutriente, fabbisogni della coltura e condizioni ambientali. Una strategia che richiede di valutare attentamente le caratteristiche del terreno, l’andamento meteorologico e la risposta delle diverse varietà.

Con margini economici ridotti, infatti, ogni intervento deve essere giustificato non soltanto dal possibile incremento produttivo o qualitativo, ma anche dalla sua convenienza economica.

Servono prove più vicine alle aziende

Proprio il rapporto tra varietà e gestione agronomica rappresenta, secondo De Santis, una delle principali direzioni verso cui dovrebbe evolvere la sperimentazione.

Il ricercatore sottolinea la necessità di affiancare al lavoro della Rete nazionale una maggiore interazione con il territorio, per valutare meglio la risposta varietale a differenti livelli di nutrizione e a diverse epoche di semina.

È un passaggio importante perché le prove varietali, pur fornendo informazioni indispensabili, non permettono sempre di prevedere come una cultivar risponderà a strategie agronomiche differenti da quelle adottate nella sperimentazione. Una varietà capace di raggiungere un elevato contenuto proteico in determinate condizioni potrebbe comportarsi diversamente con una disponibilità di azoto più limitata o con un diverso calendario di semina.

Approfondire queste interazioni consentirebbe di fornire indicazioni più direttamente applicabili nelle aziende agricole, aiutando i cerealicoltori a scegliere non soltanto quale varietà seminare ma anche come gestirla.

Dai dati della Rete ai modelli previsionali

Un’ulteriore prospettiva riguarda l’impiego dei modelli di simulazione colturale, i cosiddetti Crop Simulation Models (CSM).

Si tratta di strumenti basati su modelli matematici e probabilistici che permettono di simulare la risposta delle colture alle condizioni ambientali e alle scelte agronomiche, integrando informazioni relative al meteo, al terreno e alle caratteristiche della pianta.

De Santis evidenzia come i dati raccolti dalla Rete nazionale possano rappresentare una base preziosa per alimentare e validare questi modelli, contribuendo a migliorare la comprensione dei processi che determinano le prestazioni agronomiche del frumento duro.

I CSM sono inoltre alla base di numerosi sistemi di supporto alle decisioni, i DSS, utilizzati nell’agricoltura di precisione. La prospettiva è passare progressivamente dalla semplice osservazione dei risultati sperimentali alla possibilità di prevedere la risposta delle colture in scenari differenti.

Questo potrebbe aiutare a valutare, ad esempio, gli effetti di diverse strategie di fertilizzazione o epoche di semina, individuando le combinazioni più adatte ai singoli ambienti.

Prepararsi al clima che cambia

L’utilità di questi strumenti non si limita alla gestione delle colture attuali.

Secondo De Santis, i modelli potranno contribuire anche a individuare gli ideotipi, cioè i modelli ideali di pianta, più adatti agli scenari climatici futuri, orientando il miglioramento genetico verso caratteristiche capaci di garantire prestazioni soddisfacenti in condizioni ambientali differenti.

È una prospettiva che collega ricerca genetica, sperimentazione agronomica e strumenti digitali, con l’obiettivo di rendere la coltivazione del frumento duro più efficiente e meno esposta alla variabilità climatica.

Per gli agricoltori, la sfida resta concreta: ottenere produzioni economicamente sostenibili senza sacrificare la qualità della granella, utilizzando al meglio le risorse disponibili. La campagna 2026 dimostra che rese elevate sono possibili. Il passo successivo è comprendere come renderle compatibili, con maggiore regolarità, con gli standard proteici richiesti dalla filiera e con i costi che le aziende agricole possono effettivamente sostenere.

Autore: Azzurra Giorgio

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