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	<title>Grano Italiano</title>
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	<description>Il giornale dei cerealicoltori</description>
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	<title>Grano Italiano</title>
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		<title>TENERO: QUALITA’ BUONA AL CENTRO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/prove-varietali-frumento-tenero-centro-2025-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 22:03:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Varietà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torniamo a parlare della Rete delle prove varietali del frumento tenero 2025/2026</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p class="yiv8171784792MsoNormal">Torniamo a illustrarvi i risultati della Rete delle prove varietali del frumento tenero 2025/2026 del Crea: la produzione media dell’areale Centro è stata di 6,64 t/ha, &#8211; 0,98 t/ha rispetto al 2025. Anche quest&#8217;anno al top vediamo Marche (8,41 t/ha),  Toscana (6,21 t/ha) e Lazio (4,38 t/ha). Le produzioni più elevate sono state ottenute dalla classe <b>FB</b> (6,94 t/ha) seguita da <b>FPS</b> (6,82 t/ha),  <b>FP</b> (6,79 t/ha) e <b>FF</b> (6,14 t/ha). Tra le 42 varietà valutate, le migliori performance produttive sono state conseguite da Carlotta (<b>FP</b>), seguita dai panificabili superiori RGT Toronto, con 7,33 t/ha, e KWS Peplum (7,31 t/ha) . Per quanto riguarda i frumenti di forza, la resa più elevata è stata conseguita dalla nuova varietà Galloway (6,63 t/ha). Tra le varietà biscottiere, la migliore è risultata Daribel (7,25 t/ha).</p>
<h2 data-path-to-node="10,0,0">Rese produttive e dati regionali del frumento tenero al Centro</h2>
</div>
<p class="yiv8171784792ydp3f055032yiv2465063963ydpfdfe27d0p1">Al Centro la spigatura delle varietà è avvenuta in media il 26 aprile, con un anticipo di due giorni rispetto alle prove del Nord. Dopo essere risultata la varietà più precoce negli ambienti del Nord Italia, <b>Forcola</b> (<b>FF</b>) ha fatto registrare il primato di precocità anche al Centro, raggiungendo la spigatura il 15 aprile. All&#8217;estremo opposto si è collocata <b>Brigitta</b> (<b>FP</b>), la più tardiva, con spigatura rilevata il 2 maggio.</p>
<h2>Le migliori varietà di frumento tenero per classe merceologica</h2>
<p class="yiv8171784792ydp3f055032yiv2465063963ydpfdfe27d0p1">Il peso ettolitrico ha evidenziato una qualità della granella complessivamente molto buona, con una media di 82,0 kg/hL e nessuna varietà scesa al di sotto della soglia di 75 kg/hL. Il peso dei 1000 semi ha fatto registrare un valore medio di 40,2 g, evidenziando una marcata variabilità tra le varietà in prova.  Per quanto riguarda il contenuto proteico, la media dell’areale Centro si è attestata al 12,6%. I valori più elevati sono stati rilevati nei frumenti di forza<b> (FF)</b>, che hanno raggiunto una media del 13,7%, seguiti dai frumenti panificabili superiori<b> (FPS</b><b>; </b>12,6%), dai frumenti panificabili<b> (FP</b><b>; </b>12,2%) e dai frumenti biscottieri<b> (FB</b><b>; </b>12,0%).</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-9960" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-scaled.jpg" alt="" width="882" height="2560" srcset="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-scaled.jpg 882w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-103x300.jpg 103w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-353x1024.jpg 353w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-768x2230.jpg 768w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-529x1536.jpg 529w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-370x1074.jpg 370w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-270x784.jpg 270w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-570x1655.jpg 570w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_centro2026-740x2149.jpg 740w" sizes="(max-width: 882px) 100vw, 882px" /></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-9940" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2.jpg" alt="tacella frumento tenero 2026" width="892" height="2449" srcset="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2.jpg 892w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-109x300.jpg 109w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-373x1024.jpg 373w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-768x2109.jpg 768w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-559x1536.jpg 559w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-746x2048.jpg 746w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-370x1016.jpg 370w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-270x741.jpg 270w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-570x1565.jpg 570w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Indici-produttivi_tenero-2026-2-740x2032.jpg 740w" sizes="(max-width: 892px) 100vw, 892px" /></p>
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		<title>TENERO: QUALITA’ IN BILICO AL SUD</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/prove-varietali-frumento-tenero-sud-2025-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 22:02:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Varietà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I risultati della Rete delle prove varietali del frumento tenero 2025/2026</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p class="yiv8171784792MsoNormal">Concludiamo la presentazione dei dati della Rete delle prove varietali del frumento tenero 2025/2026 del Crea con il Sud. La produzione media nell’areale Sud si è attestata a 5,15 t/ha (+ 0,11 t/ha rispetto al 2025).<span class="yiv8171784792ydp3f055032yiv2465063963ydpfdfe27d0s1"> </span>Il livello produttivo più elevato è stato rilevato nel campo di Foggia, dove la resa media ha raggiunto 7,39 t/ha. In Sicilia la produzione media si è attestata a 4,25 t/ha (5,04 t/ha lo scorso anno). Anche quest&#8217;anno, in Sicilia, diverse cultivar invernali hanno mostrato problemi di spigatura per insufficiente vernalizzazione, confermando le crescenti difficoltà di adattamento dei materiali a elevata esigenza in freddo negli ambienti meridionali.</p>
<h2>Produzione e rese medie del frumento tenero nel Sud Italia</h2>
</div>
<p class="yiv8171784792ydp3f055032yiv2465063963ydpfdfe27d0p1">Vediamo le classi e i loro risultati. Per la produzione: <b>FB</b> (5,60 t/ha) <b>FPS</b> (5,41 t/ha), <b>FP</b> (5,12 t/ha), ed <b>FF</b> (4,82 t/ha).  La spigatura è avvenuta in media il 27 aprile, in linea con quanto osservato negli altri due areali. Il peso ettolitrico medio è risultato soddisfacente, attestandosi a 78,2 kg/hL. Solo tre varietà (LG Armonk, SY Liam e RGT Annapolis) hanno presentato valori medi inferiori alla soglia di 75 kg/hL. I frumenti di forza (<b>FF</b>) hanno evidenziato, come atteso, la performance migliore, con una media di 80,0 kg/hL, seguiti molto da vicino dai panificabili superiori (<b>FPS) </b>con 79,7 kg/hL. Più contenuto il peso ettolitrico dei frumenti da biscotto (FB) e dei panificabili (FP), pari rispettivamente a 77,2 ed FP (76,5). Il peso medio dei 1000 semi è risultato piuttosto basso, pari a 31,6 g. Anche il contenuto proteico della granella si è mantenuto su livelli inferiori rispetto alla precedente campagna agraria, attestandosi in media al 12,8%, con una riduzione di circa un punto percentuale.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-9947" src="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-scaled.jpg" alt="" width="882" height="2560" srcset="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-scaled.jpg 882w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-103x300.jpg 103w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-353x1024.jpg 353w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-768x2230.jpg 768w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-529x1536.jpg 529w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-370x1074.jpg 370w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-270x784.jpg 270w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-570x1655.jpg 570w, https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/tenero_sud2026-740x2149.jpg 740w" sizes="(max-width: 882px) 100vw, 882px" /></p>
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		<item>
		<title>TENERO: TUTTI I DATI DELLE PROVE</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/prove-varietali-frumento-tenero-2025-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 13:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Varietà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dati molto variabili dalla rete delle prove Crea: partiamo dal Nord...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="yiv4786597764ydpfdfe27d0p1">Il meteo ci ha messo lo zampino in tre prove su 25 ed una ha evidenziato variazioni superiori alla norma ma la Rete delle prove varietali del frumento tenero 2025/2026 ha comunque tagliato il nastro del suo 53° anno di attività e ci restituisce dati interessanti, come spiega la responsabile Patrizia Vaccino del Crea. «La campagna 2025-26 ha beneficiato di un andamento meteorologico generalmente favorevole: al Nord-Ovest temperature generalmente miti e precipitazioni ben distribuite hanno favorito lo sviluppo della coltura e anticipato la spigatura. Il caldo intenso e la scarsa piovosità di fine maggio hanno accelerato la maturazione, consentendo raccolte anticipate rispetto alla media. Nonostante l&#8217;andamento umido della prima parte del ciclo, l&#8217;incidenza delle malattie fungine è rimasta complessivamente contenuta» ci racconta.</p>
<h2>Andamento meteo ed eventi climatici nella campagna 2025-2026</h2>
<p class="yiv4786597764ydpfdfe27d0p1">Invece, il Nord-Est è stato caratterizzato da abbondanti precipitazioni, seguite in primavera da un&#8217;alternanza tra fasi siccitose e periodi piovosi. Le temperature, generalmente superiori alla media hanno favorito anche qui un anticipo della maturazione. Lievi manifestazioni di septoriosi.</p>
<h2>Risultati produttivi e rese medie del frumento tenero al Nord</h2>
<p class="yiv4786597764ydpfdfe27d0p1">Al Centro un meteo differenziato: favorevole nelle Marche, piogge eccessive nelle aree litoranee del versante tirrenico, seguite da periodi secchi, ventosi e con temperature miti e nelle aree interne, nello specifico Rieti, favorevole fino a pochi giorni dalla raccolta, «quando una violenta precipitazione accompagnata da grandine, verificatasi il 29 giugno, ha causato danni rilevanti alla prova, con una perdita stimata del 30-40% della granella» precisa la ricercatrice. Nell&#8217;areale meridionale, l&#8217;andamento climatico è stato nel complesso favorevole: le precipitazioni autunno-invernali che hanno garantito adeguate riserve idriche nonostante le temperature generalmente superiori alla media e la siccità nella parte finale del ciclo. A Libertinia septoriosi e ruggine nera, mentre a Ciminna si è confermata la migliore adattabilità delle varietà primaverili rispetto a quelle alternative e invernali, penalizzate dal mancato soddisfacimento del fabbisogno di vernalizzazione.</p>
<h2>Le varietà più performanti per classe merceologica</h2>
<p class="yiv4786597764ydpfdfe27d0p1">Ma vediamo i risultati, partendo dall’<b>Italia settentrionale. </b>Nell’areale Nord la produzione media ha raggiunto 7,79 t/ha (tabella 2), evidenziando una lieve flessione (- 0,32 t/ha) rispetto allo scorso anno.<span class="yiv4786597764ydpfdfe27d0s1"> </span>Le rese più elevate sono state ottenute in Emilia-Romagna, con 8,84 t/ha, seguita da Piemonte (7,87 t/ha), Lombardia (7,66 t/ha) e Veneto (7,45 t/ha). In Friuli-Venezia Giulia la produzione media si è attestata a 6,54 t/ha (grandine).</p>
<p class="yiv4786597764ydpfdfe27d0p1">La produzione media più elevata è stata registrata per la classe <b>FPS</b> (8,11 t/ha), seguita dalla classe <b>FP</b> (8,05 t/ha), mentre le classi <b>FB</b> ed <b>FF</b> hanno evidenziato valori medi rispettivamente pari a 7,77 e 7,10 t/ha. Tra le varietà in prova, la resa media più elevata è stata conseguita dal frumento panificabile superiore KWS Peplum, con 8,85 t/ha. La varietà ha evidenziato un indice medio di 117, distinguendosi per prestazioni superiori alla media in 10 dei 12 campi di prova. Seguono Carlotta (8,62 t/ha) e KWS Felice (8,58 t/ha), entrambe appartenenti alla classe dei frumenti panificabili.</p>
<p class="yiv4786597764ydpfdfe27d0p1">La produttività più elevata nell’ambito della classe <b>FF</b> è stata registrata per Ardes (7,73 t/ha). Nell&#8217;ambito dei frumenti biscottieri (<b>FB</b>), si è distinta Van Gogh, che ha raggiunto una produzione media di 8,05 t/ha. Non si sono riscontrate criticità legate al peso ettolitrico, che ha fatto registrare un valore medio elevato (81,0 kg/hL).<span class="yiv4786597764ydpfdfe27d0apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Qualità della granella: peso ettolitrico e contenuto proteico</h2>
<p class="yiv4786597764ydpfdfe27d0p1">Il peso dei 1000 semi si attestato ad una media di 41,9 g, in calo rispetto ai 43,5 g registrati lo scorso anno. Il contenuto proteico medio è risultato pari al 12,2%, valore da considerarsi buono, registrando un incremento di 0,5 punti percentuali rispetto alla campagna precedente. I valori più elevati sono stati rilevati, come atteso, nei frumenti di forza (FF), che hanno raggiunto il 13,1% in media, seguiti dai frumenti panificabili superiori (FPS) con il 12,1%, dai frumenti panificabili (FP) con l&#8217;11,8% e dai frumenti biscottieri (FB) con l&#8217;11,5%. Le attività sono state realizzate nell&#8217;ambito del progetto RETICER, finanziato dal MASAF. Leggi: <a href="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Varieta-a-confronto-nella-rete.pdf" target="_blank" rel="noopener">Varietà a confronto nella rete</a> e <a href="https://granoitaliano.eu/wp-content/uploads/2026/08/Autori-della-sperimentazione.pdf" target="_blank" rel="noopener">Autori della sperimentazione</a></p>
<p>Seguiranno i dati su Centro e Sud domani.</p>
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		<title>LA LEPRE CHE RASA IL GRANO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-lepre-che-rasa-il-grano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 04:52:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[lepre]]></category>
		<category><![CDATA[raccolto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sole sorgeva lentamente sulle distese dorate della pianura, accarezzando le punte delle spighe di grano che oscillavano pigramente sotto la brezza mattutina. In quel mare di cereali, apparentemente immobile, viveva un fantasma. Non era un roditore qualunque, sebbene per secoli l’uomo lo avesse erroneamente scambiato per tale. Era la Lepus europaeus, la lepre comune: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Il sole sorgeva lentamente sulle distese dorate della pianura, accarezzando le punte delle spighe di grano che oscillavano pigramente sotto la brezza mattutina. In quel mare di cereali, apparentemente immobile, viveva un fantasma. Non era un roditore qualunque, sebbene per secoli l’uomo lo avesse erroneamente scambiato per tale. Era la <i>Lepus europaeus</i>, la lepre comune: un atleta della natura, un corridore da 70 km/h racchiuso in sette chili di muscoli e sensi affilati.</p>
<p class="p1">A differenza dei suoi cugini conigli, che preferiscono la sicurezza delle gallerie sotterranee, la lepre è una creatura dell’aperto. Il suo &#8220;rifugio&#8221; è una semplice depressione nel terreno, dove si accovaccia confidando in un mimetismo perfetto. Le sue lunghe orecchie, capaci di captare il minimo fruscio, e i suoi occhi posizionati lateralmente le offrono una visione panoramica del pericolo. Ma la lepre non è solo una preda; per chi coltiva la terra, essa rappresenta una sfida silenziosa e costante.</p>
<h2 class="p1"><b>Il flagello dei campi: il grano sotto attacco</b></h2>
<p class="p1">Se durante la primavera e l’estate la lepre si concede il lusso di scegliere tra erbe tenere, germogli e frutti, è con l&#8217;avanzare della stagione che il suo rapporto con l&#8217;agricoltura si fa conflittuale. Quando le risorse naturali scarseggiano, il suo sguardo si volge alle distese coltivate dall&#8217;uomo, e il grano diventa uno dei suoi obiettivi principali.</p>
<p class="p1">La nocività della lepre sulle colture cerealicole, in particolare sul grano, è un fenomeno che preoccupa gli agricoltori da generazioni. Non si tratta solo di ciò che mangia, ma di come lo fa. La lepre, dotata di incisivi a crescita continua (sei in totale, a differenza dei quattro dei roditori), ha bisogno di rodere costantemente. Nelle fasi iniziali della crescita del grano, le lepri possono letteralmente &#8220;rasare&#8221; ampie porzioni di campo, recidendo i giovani steli alla base. Questo comportamento non solo impedisce alla pianta di svilupparsi, ma può distruggere interi lotti prima ancora che abbiano la possibilità di maturare.</p>
<p class="p1">Nelle annate di particolare siccità, il danno si aggrava. La lepre cerca l&#8217;umidità necessaria alla sopravvivenza direttamente nelle piante succulente o addirittura mordendo gli impianti di irrigazione a goccia, compromettendo le infrastrutture agricole. Ma è nel cuore dell&#8217;inverno che la sua presenza diventa devastante: quando il manto nevoso copre le erbe basse, la lepre si sposta verso i frutteti e i giovani fusti di alberi, rosicchiando la corteccia e lasciando ferite profonde che espongono le piante a patogeni mortali.</p>
<h2 class="p1"><b>Una lotta di ingegno e barriere</b></h2>
<p class="p1">L&#8217;agricoltore, per proteggere il frutto del proprio lavoro, è costretto a una guerra di posizione. C&#8217;è chi si affida alla protezione meccanica, installando chilometri di reti a maglie esagonali, una soluzione efficace ma dal costo esorbitante. Altri tentano la via della chimica &#8220;naturale&#8221;, spargendo repellenti dall&#8217;odore acre, come miscugli di aglio e uova fermentate, sperando che il raffinato olfatto della lepre la spinga a cercare cibo altrove. Altri ancora provano la via della dissuasione, lasciando cumuli di scarti di frutta ai margini dei campi per deviare l&#8217;attenzione degli animali dalle preziose spighe di grano.</p>
<h2 class="p1"><b>Un equilibrio precario</b></h2>
<p class="p1">Nonostante la sua reputazione di &#8220;flagello&#8221;, la lepre europea sta vivendo un momento difficile. L&#8217;intensificazione delle pratiche agricole, la riduzione delle siepi naturali e la diffusione di malattie virali come l&#8217;EBHS (la sindrome della lepre bruna) hanno portato a un declino delle popolazioni in molte aree. Paradossalmente, proprio l&#8217;uomo che cerca di scacciarla dai campi è anche colui che ha alterato il suo habitat a tal punto da spingerla a diventare sempre più dipendente dalle colture intensive.</p>
<p class="p1">Mentre il giorno si fa pieno, la lepre rimane immobile tra le file di grano. È un equilibrio sottile tra natura e sopravvivenza umana. Per l&#8217;animale, quel campo è una risorsa vitale; per l&#8217;uomo, è il pane di domani. E così, tra mimetismo e fuga, la lepre continua la sua corsa millenaria, testimone silenziosa di un paesaggio agricolo che cambia, ma che non può fare a meno delle sue ombre veloci.</p>
<p class="p1">Il viaggio della lepre europea non è solo una questione di velocità, ma di un’efficienza biologica quasi implacabile. Se il danno alle colture di grano appare devastante, la ragione risiede in una macchina digestiva progettata per non sprecare nulla. La lepre pratica la cecotrofia: un processo che la costringe a ingerire le proprie &#8220;feci molli&#8221; per recuperare nutrienti essenziali dalla cellulosa. Questo significa che, per una lepre, ogni stelo di grano non è solo un pasto, ma una risorsa da processare due volte.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Quando il grano è ancora giovane, nel pieno della sua fase vegetativa, la lepre agisce con precisione chirurgica. Non si limita a brucare; essa recide il colletto della pianta, la parte più tenera e vitale. In una sola notte, un piccolo gruppo di lepri può ripulire interi filari, lasciando dietro di sé una distesa di germogli mozzati che non vedranno mai la spiga. Questo attacco precoce è il più temuto dagli agricoltori: se la pianta perde la sua spinta iniziale, la resa del raccolto crolla drasticamente, rendendo vani mesi di preparazione del terreno e semina.</p>
<h2 class="p1"><b>La danza della sopravvivenza e i combattimenti di primavera</b></h2>
<p class="p1">Mentre i campi di grano iniziano ad alzarsi, diventando un fitto nascondiglio verde, la vita sociale delle lepri – solitamente solitaria – subisce una trasformazione drammatica. Con l&#8217;arrivo della primavera, i maschi abbandonano la loro proverbiale prudenza per dare vita a spettacolari duelli. Si alzano sulle zampe posteriori e &#8220;boxano&#8221; con quelle anteriori, sferrando colpi potenti per conquistare il diritto all&#8217;accoppiamento.</p>
<p class="p1">In questo periodo, i danni al grano aumentano non solo per l&#8217;alimentazione, ma anche per il calpestio. Le lepri in amore corrono all&#8217;impazzata tra le colture, appiattendo le giovani piante in un momento in cui sono particolarmente fragili. Questi combattimenti le rendono vulnerabili ai predatori come la volpe o l&#8217;astore, ma la loro risposta evolutiva è la prolificità: una femmina può portare a termine fino a cinque parti all&#8217;anno. I piccoli, i leprotti, nascono &#8220;già pronti&#8221;: a differenza dei conigli, vengono alla luce con gli occhi aperti e il corpo ricoperto di pelo, capaci di correre e nascondersi tra le spighe di grano poche ore dopo la nascita. Il campo di cereali diventa così la loro nursery ideale, un labirinto dorato che offre protezione e cibo in abbondanza.</p>
<h2 class="p1"><b>L&#8217;invasione verso l&#8217;alto: il conflitto tra specie</b></h2>
<p class="p1">Ma il dominio della lepre europea non si ferma alle pianure. Spinta dal riscaldamento globale e dalle modifiche ambientali indotte dall&#8217;uomo, la <i>Lepus europaeus</i> sta risalendo i pendii delle montagne, invadendo territori che un tempo appartenevano esclusivamente alla lepre alpina (<i>Lepus timidus</i>).<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Sulle alture, dove i campi di grano lasciano il posto ai pascoli montani e alle piccole coltivazioni di segale, la lepre europea porta con sé la sua aggressività alimentare e la sua capacità di adattamento. Qui, la competizione diventa brutale: la lepre europea non solo sottrae risorse alimentari alla cugina alpina, ma rischia di diluirne l&#8217;identità genetica attraverso fenomeni di ibridazione. La lepre alpina, che in inverno diventa bianca per mimetizzarsi con la neve, si ritrova a combattere contro un&#8217;invasora più grande e vorace, che non teme di spingersi fino ai 1500 metri di altitudine per cercare nuovi pascoli e nuovi granai.</p>
<h2 class="p1"><b>La sfida del futuro</b></h2>
<p class="p1">L&#8217;agricoltura moderna si trova oggi a un bivio. Se da un lato la lepre è vista come un &#8220;nocivo&#8221; da contenere per proteggere la produzione di grano – base dell&#8217;alimentazione umana – dall&#8217;altro è un elemento fondamentale della biodiversità europea. Il declino delle siepi e dei bordi dei campi, eliminati per far spazio a macchinari sempre più grandi, ha ironicamente spinto la lepre a concentrarsi ancora di più nel cuore delle colture, dove i danni diventano più evidenti e localizzati.</p>
<p class="p1">La gestione di questo animale richiede dunque un equilibrio quasi impossibile. L&#8217;agricoltore che osserva le sue spighe di grano recise sa che la lepre non è mossa da malizia, ma da una necessità biologica antica quanto le steppe da cui proviene. Proteggere il grano significa comprendere i ritmi della lepre, accettare che la natura rivendichi la sua parte, e cercare soluzioni che permettano a questo straordinario corridore di continuare la sua danza tra le spighe, senza però trasformare un campo di pane in un deserto di steli spezzati.</p>
<p class="p1">La lepre europea rimane così, nel bene e nel male, il simbolo di una terra selvatica che resiste nel cuore del paesaggio antropizzato. Una sagoma scura che taglia l&#8217;orizzonte al crepuscolo, un fantasma che vive del nostro lavoro, ricordandoci che ogni chicco di grano ha un prezzo, e che la bellezza della natura ha spesso il sapore aspro di una sfida per la sopravvivenza.</p>
<p class="p1">Mentre le stagioni ruotano, il conflitto tra la lepre e l&#8217;agricoltore si sposta su un nuovo fronte: quello della maturazione. Se in inverno e all’inizio della primavera il danno è strutturale – con la recisione dei giovani fusti – è durante la fase di &#8220;levata&#8221; e &#8220;botticella&#8221; del grano che la presenza di <i>Lepus europaeus</i> assume contorni quasi drammatici per l&#8217;economia rurale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Quando lo stelo del grano inizia ad allungarsi verso il cielo, portando con sé la futura spiga, la lepre non smette di essere una minaccia. In questo stadio, l&#8217;animale non si limita a mangiare per sfamarsi, ma agisce spinto da un istinto di pulizia del proprio raggio visivo. Per una creatura che affida la propria vita alla capacità di avvistare un predatore da lontano, un campo di grano troppo fitto e alto è un muro pericoloso. Ecco allora che la lepre inizia a creare dei veri e propri &#8220;corridoi&#8221; o piazzole all&#8217;interno della coltura. Recide sistematicamente le piante mature, non per nutrirsi, ma per aprirsi varchi di fuga e zone di avvistamento. Per l&#8217;agricoltore, queste aree rappresentano &#8220;macchie&#8221; di raccolto perduto, dove il grano giace a terra, inutilizzabile per le mietitrebbiatrici.</p>
<h2 class="p1"><b>L&#8217;impatto invisibile: la qualità del raccolto</b></h2>
<p class="p1">Oltre al danno quantitativo, esiste un impatto qualitativo spesso sottovalutato. Le ferite inflitte dai denti incisivi della lepre – quei sei strumenti di precisione che non smettono mai di crescere – sono porte aperte per le infezioni fungine. In un campo di grano compromesso dai morsi, l&#8217;umidità ristagna nelle fibre spezzate, favorendo lo sviluppo di miceti che possono contaminare anche le piante sane circostanti. Ciò che era iniziato come un semplice spuntino notturno di un lagomorfo si trasforma in un focolaio di patologie vegetali che possono deprezzare l&#8217;intero lotto di cereali.</p>
<p class="p1">Inoltre, il comportamento della lepre durante la ricerca del cibo è erratico. A differenza di altri animali che consumano una zona per volta, la lepre si sposta continuamente, assaggiando e scartando, moltiplicando così i punti di danno su tutta l&#8217;estensione del campo. Questo rende estremamente difficile per i periti agricoli stimare l&#8217;entità reale delle perdite, che spesso vengono scoperte solo al momento della mietitura, quando le macchine rivelano le ampie zone di &#8220;allettamento&#8221; causate dai morsi.</p>
<h2 class="p1"><b>Una minaccia che viene dall&#8217;ombra: la malattia e la gestione</b></h2>
<p class="p1">La gestione della nocività della lepre è ulteriormente complicata da fattori biologici che l&#8217;uomo fatica a controllare. La già citata Sindrome della Lepre Bruna Europea (EBHS) agisce come una spada di Damocle sulle popolazioni. Quando la malattia colpisce, le popolazioni crollano, dando un temporaneo sollievo alle colture. Tuttavia, questo sollievo è illusorio e pericoloso per l&#8217;equilibrio dell&#8217;ecosistema. Una popolazione di lepri decimata dalla malattia lascia un vuoto ecologico che viene spesso colmato da un&#8217;esplosione demografica di roditori più piccoli, i quali possono causare danni altrettanto gravi, sebbene meno visibili, alle radici del grano.</p>
<p class="p1">D&#8217;altro canto, nelle zone dove la pressione venatoria è ridotta e i predatori naturali come volpi e lupi sono scarsi, la lepre può raggiungere densità tali da rendere quasi impossibile la coltivazione del grano senza recinzioni integrali. In questi contesti, la lepre smette di essere un elemento della fauna selvatica per diventare, agli occhi di chi vive della terra, un competitore diretto per le risorse primarie.</p>
<h2 class="p1"><b>La convivenza nel paesaggio moderno</b></h2>
<p class="p1">Il futuro del rapporto tra la lepre europea e la coltivazione del grano risiede nella gestione integrata del territorio. Gli studi dimostrano che la creazione di &#8220;fasce inerbite&#8221; ai margini dei campi – zone seminate con essenze selvatiche di cui la lepre è ghiotta – può ridurre significativamente la pressione sulle colture di cereali. Se l&#8217;animale trova cibo appetibile e sicuro lungo i bordi, sarà meno propenso a inoltrarsi nel cuore del campo di grano per nutrirsi, limitando i danni da calpestio e recisione.</p>
<p class="p1">Tuttavia, queste soluzioni richiedono una collaborazione stretta tra agricoltori, cacciatori e ambientalisti. Non è facile chiedere a un produttore di rinunciare a preziosi metri quadrati di terra arabile per nutrire quello che considera un &#8220;nemico&#8221;. Ma la realtà biologica di <i>Lepus europaeus</i> non lascia spazio a soluzioni drastiche: l&#8217;eradicazione è impossibile e dannosa, mentre l&#8217;indifferenza porta alla rovina economica.</p>
<h2 class="p1"><b>Epilogo: Il fantasma dorato</b></h2>
<p class="p1">Quando le mietitrebbiatrici finalmente entrano in campo, sollevando nuvole di polvere dorata e interrompendo il silenzio della pianura, la lepre è già lontana. Ha percepito le vibrazioni del terreno ore prima, rifugiandosi nei boschetti residui o nei fossi asciutti. Dietro di sé lascia un mosaico di steli recisi, segni di morsi e corridoi scavati nel giallo del grano maturo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">È il segno tangibile di una creatura che appartiene a un&#8217;Europa antica, una terra dove il confine tra il selvatico e il coltivato è sempre stato poroso. La lepre europea, con la sua velocità incredibile e i suoi sensi ipersviluppati, rimane un paradosso vivente: un atleta della natura che ammiriamo per la sua grazia, ma un avversario temibile che temiamo per la sua voracità. Finché ci sarà grano a coprire le pianure, ci sarà una lepre pronta a sfidare l&#8217;uomo, correndo zigzagando tra le ombre e la luce di un mondo che non ha mai smesso di appartenerle.</p>
<p class="p5"><span class="Apple-converted-space">  </span><b><i>Scheda Tecnico-Scientifica: Lepus europaeus (Lepre Europea</i></b><span class="s1"><i>)</i></span></p>
<p class="p1"><b>1. Inquadramento Tassonomico e Sistematica</b></p>
<p class="p1">La lepre europea (<i>Lepus europaeus</i>, Pallas 1778) è un mammifero appartenente all’ordine dei <b>Lagomorfi</b> e alla famiglia dei Leporidi. Sebbene storicamente accomunata ai Roditori, se ne distingue per caratteristiche anatomiche uniche:</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1"><b>Dentatura:</b> Possiede sei incisivi (quattro superiori e due inferiori) a crescita continua, contro i quattro dei Roditori. È priva di canini.</li>
<li class="li1"><b>Fisiologia digestiva:</b> Pratica la <b>cecotrofia</b>, un processo che prevede l&#8217;ingestione delle &#8220;feci molli&#8221; per recuperare nutrienti essenziali (vitamine e proteine) derivanti dalla digestione della cellulosa, prima di produrre le feci dure finali.</li>
</ul>
<p class="p1"><b>2. Caratteristiche Morfo-Fisiologiche</b></p>
<p class="p1">È uno dei lagomorfi più grandi, con una lunghezza di circa <b>70 cm</b> e un peso che può raggiungere i <b>7 kg</b>. Si distingue dal coniglio selvatico per il corpo più slanciato, orecchie più lunghe e arti posteriori estremamente sviluppati. Queste caratteristiche le permettono di raggiungere velocità di <b>70 km/h</b>. Il mantello è fulvo-brunastro con funzioni mimetiche, ma presenta variazioni regionali: le popolazioni nordiche hanno pelo più folto, mentre quelle mediterranee hanno manti più radi per favorire la termodispersione.</p>
<p class="p1"><b>3. Distribuzione e Habitat</b></p>
<p class="p1">La specie è originaria di gran parte dell&#8217;Europa e introdotta in vari territori extraeuropei. In Italia è presente ovunque tranne in Sicilia (dove vive <i>L. corsicanus</i>) e Sardegna (sede di <i>L. mediterraneus</i>). Il suo habitat spazia dalle pianure alle zone montane fino a 1500 metri. Negli ultimi anni, a causa del riscaldamento globale, sta risalendo di quota, entrando in competizione e ibridazione con la lepre alpina (<i>L. timidus</i>).</p>
<p class="p1"><b>4. Biologia e Comportamento</b></p>
<p class="p1">A differenza dei conigli, la lepre è un animale <b>solitario</b> e non scava tane, ma si rifugia in piccole depressioni del terreno chiamate &#8220;covi&#8221;. Ha abitudini prevalentemente crepuscolari e notturne.</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1"><b>Alimentazione:</b> Erbivora generalista. In primavera/estate predilige erbe e germogli; in inverno si sposta su risorse più coriacee come cortecce, rami e arbusti, potendo causare danni alle colture (soprattutto meli e peri).</li>
<li class="li1"><b>Riproduzione:</b> Specie poligama con un tasso riproduttivo elevato (fino a 5 parti annui). La gestazione dura 6 settimane e i piccoli (leprotti) nascono, diversamente dai conigli, già ricoperti di pelo, con gli occhi aperti e capaci di muoversi autonomamente dopo poche ore.</li>
</ul>
<p class="p1"><b>5. Strategie di Sopravvivenza e Conservazione</b></p>
<p class="p1">La lepre è una specie preda con un&#8217;aspettativa di vita di circa 6 anni e un&#8217;altissima mortalità infantile (80%).</p>
<ul class="ul1">
<li class="li1"><b>Difesa:</b> Utilizza l&#8217;udito finissimo, la vista laterale per il rilevamento dei movimenti e la fuga a zig-zag.</li>
<li class="li1"><b>Minacce:</b> Il declino delle popolazioni è causato dall&#8217;intensificazione agricola, dalla frammentazione dell&#8217;habitat, dalla pressione venatoria e da patologie virali come la <b>Sindrome della Lepre Bruna Europea (EBHS)</b>, che provoca elevata mortalità negli adulti.</li>
</ul>
<p class="p1"><b>6. Interazione con l&#8217;Uomo</b></p>
<p class="p1"><span class="s1"><i><span class="Apple-converted-space"> </span></i></span> Il rapporto con l&#8217;agricoltura è spesso conflittuale. Per limitare i danni ai frutteti, si adottano protezioni meccaniche (reti), chimiche (repellenti odorosi a base di aglio o uova) o dissuasive (distribuzione di cibo alternativo).</p>
<p class="p6"><b>BIBLIOGRAFIA</b></p>
<p class="p7">Alves, P. C., Hackländer, K., &amp; Schai-Braun, S. C. (2016). Lepus europaeus. In D. E. Wilson, T. E. Lacher, Jr., &amp; R. A. Mittermeier (A cura di), <i>Handbook of the Mammals of the World: Vol. 6. Lagomorphs and Rodents</i>, Lynx Edicions, pp. 141–142</p>
<p class="p7">Lado, S., Alves, P. C., Islam, M. Z., Brito, J. C., &amp; Melo-Ferreira, J. (2019). <i>The evolutionary history of the Cape hare </i>(<i>Lepus capensis sensu lato</i>). <i>Heredity</i>, 123(3), pp. 313–325.</p>
<p class="p7">Lopez A. (2012), <i>Tracce di animali</i>, Firenze-Milano, Giunti Editore. pp.62-63</p>
<p class="p7">Nadalin, G., Rucli, A., &amp; Zanetti, M. (2009). <i>La Lepre in Friuli-Venezia Giulia</i>. Direzione centrale risorse agricole, naturali e forestali, Servizio tutela ambienti naturali e fauna, Ufficio studi faunistici. Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Udine, pp.14-15-16-17</p>
<p class="p7">Santini L. (1979), Lagomorfi. In A. Boroli &amp; A. Boroli, editori. <i>Gli animali. Grande enciclopedia illustrata: Vol. 1 Mammiferi.</i> Novara: EDIPEM, p.208</p>
<p class="p7">Smith, R. K., Jennings, N. V., &amp; Harris, S. (2005). <i>Factors affecting the abundance of brown hares Lepus europaeus in agricultural landscapes</i>. Mammal Review, 35(1), 32–46</p>
<p class="p7">Sokos, C., Andreadis, K., &amp; Papageorgiou, N. (2015). <i>Diet adaptability by a generalist herbivore: the case of brown hare in a Mediterranean agroecosystem</i>. Zoological Studies, 54, Article 27</p>
<p class="p7">Thulin, C.-G. (2003). <i>The distribution of mountain hares Lepus timidus in Europe: a challenge from brown hares L. europaeus?</i> Mammal Review, 33(1), 29–45</p>
<p><em>Autori:</em></p>
<p class="p2"><i>Alessio Stefanelli (naturalista) &amp; Paolo Bonivento (perito agrario laureato)</i></p>
<p class="p2"><i><a href="https://www.xyz-lab.it/" target="_blank" rel="noopener">Studio Professionale dr. Paolo Bonivento</a> – Trieste/Brescia/Roma/Napoli</i></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
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		<title>LA SFIDA DELLA MOSCA GIALLA</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-sfida-della-mosca-gialla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 22:10:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[insetti dannosi]]></category>
		<category><![CDATA[insetti fitofagi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scopriamo le caratteristiche dell'Opomyza florum</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un momento magico, nelle campagne italiane, quando l&#8217;inverno cede il passo. La terra, fino a poco prima dura e silenziosa, inizia a respirare. Per chi vive di agricoltura, quello è il momento della verità: si cammina tra i filari di grano appena spuntati, stivali affondati nel terreno umido, cercando con lo sguardo quella distesa di verde uniforme che promette il pane di domani. Ma a volte, in quel tappeto di speranza, l&#8217;occhio cade su una nota stonata. Una macchia gialla, lì dove tutto dovrebbe essere smeraldo. Non è il sole, e non è ancora tempo di mietitura. È il segno che un ospite indesiderato si è svegliato prima di noi.</p>
<p>Questa è la storia della <b>Mosca gialla dei cereali</b>, o <i>Opomyza florum</i> per gli scienziati, una creatura minuta, autoctona delle nostre terre, che vive una vita segreta e parallela a quella del nostro grano.</p>
<p>La sua storia non inizia in primavera, ma molto prima, quando il sole è ancora alto e i campi sono stati appena trebbiati. È un insetto dall&#8217;aspetto quasi innocuo, una piccola mosca dal corpo snello color giallo-bruno, che vola indisturbata nelle estati italiane. Ma è una maestra della pazienza. A differenza di altri parassiti che attaccano con furia immediata, la mosca gialla pianifica.</p>
<p>Quando l&#8217;autunno tinge i paesaggi di rosso e le seminatrici hanno appena affidato i chicchi alla terra, le femmine di <i>Opomyza</i> entrano in azione. Silenziose, depongono le uova alla base delle piccolissime piantine di grano che stanno bucando il terreno, o addirittura nella terra circostante. E poi? Poi, nulla. Tutto si ferma. Le uova rimangono lì, dormienti, sotto la pioggia di novembre, sotto la brina di gennaio, resistendo al gelo come capsule del tempo programmate per aprirsi al primo tepore. È una strategia evolutiva perfetta: perché nascere quando fa freddo e c&#8217;è poco cibo, quando si può aspettare il banchetto primaverile?</p>
<p>Il dramma si consuma quando le giornate si allungano, verso marzo. Mentre l&#8217;agricoltore sorride vedendo il grano alzare la testa, sottoterra le uova si schiudono. Ne escono non mosche, ma larve: piccoli vermi bianchi e affamati. Il loro istinto è semplice e crudele: trovare riparo e nutrimento. Si insinuano tra le guaine delle foglie, scivolando verso il basso, verso il cuore pulsante della pianta, il culmo.</p>
<p>È un’invasione silenziosa. Da fuori, per giorni, non si vede nulla. Ma dentro, la larva sta divorando l&#8217;apice vegetativo, il centro di comando che dice alla pianta di crescere. Quando il danno diventa visibile, è spesso troppo tardi per quel singolo stelo. L&#8217;agricoltore lo nota subito: la foglia centrale, quella che dovrebbe guidare la crescita verso il cielo, improvvisamente avvizzisce, ingiallisce e muore. I vecchi contadini lo chiamano il &#8220;cuore morto&#8221;. Se provi a tirare quella fogliolina, ti resta in mano senza opporre resistenza, come un dente da latte ormai staccato, perché alla base è stata recisa.</p>
<p>La pianta, in un disperato tentativo di sopravvivenza, prova a reagire. Emette nuovi fusti laterali, cerca di accestire ancora, ma è uno sforzo che la debilita. Il risultato è un campo disordinato, con spighe che maturano in momenti diversi e, soprattutto, molto meno grano da portare al mulino.</p>
<p>Di fronte a questo nemico che colpisce dall&#8217;interno, come un cavallo di Troia biologico, cosa può fare l&#8217;uomo che coltiva la terra? La battaglia contro la Mosca gialla è una partita a scacchi che si gioca d&#8217;anticipo. Non si combatte con la forza bruta, ma con l&#8217;intelligenza.</p>
<p>La prima mossa è la memoria. L&#8217;agricoltore sa che se semina grano dove c&#8217;era grano l&#8217;anno prima, sta praticamente invitando la mosca a cena. Per questo pratica la rotazione: cambia coltura, disorienta il nemico, spezza il ciclo. Anche il tempo è un’arma: ritardare leggermente la semina autunnale, aspettando che il freddo scoraggi le femmine dal deporre le uova, può salvare intere porzioni di raccolto.</p>
<p>Certo, la chimica offre le sue armi, ma spruzzare insetticidi su un campo in primavera, quando la larva è già al sicuro dentro il fusto, è spesso come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. La difesa più raffinata oggi passa per la &#8220;concia&#8221; del seme: rivestire il chicco di grano, prima ancora di seminarlo, con una protezione che la pianta assorbirà crescendo. È come dare alla pianta uno scudo invisibile; quando la larva proverà il primo morso, troverà una difesa invalicabile.</p>
<p>Così, anno dopo anno, la sfida si ripete. Non è una guerra di sterminio, ma una continua ricerca di equilibrio. La <i>Opomyza florum</i> ci ricorda che in agricoltura non si è mai soli: si lavora con la terra, con il clima e con milioni di piccole vite che reclamano la loro parte. E sta alla saggezza dell&#8217;agricoltore difendere quel colore oro che, alla fine di giugno, ripagherà di tutte le fatiche.</p>
<p><em><a href="http://p.bonivento@xyz-lab.it" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Autore: Paolo Bonivento</a> (Trieste – Brescia – Roma – Napoli)</em></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
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		<title>CASILLO SCARICA IL GRANO ITALIANO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/scontro-grano-italiano-casillo-cia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 16:39:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le dichiarazioni dell'imprenditore pugliese scatenano la reazione degli agricoltori</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Francesco Casillo (nella foto), cioè l&#8217;industriale molitorio più importante, ha detto che «la pasta è buona non perché è fatta di grano italiano». Non è una linea che sorprende, è la linea dell&#8217;industria molitoria da decenni. Ma dirlo mentre il raccolto viene messo in vendita significa deprimere ancor più i prezzi, dimostrando che il principale acquirente non è interessato al grano duro italiano. Al momento, la confederazione che ha reagito è stata la Cia. Che scrive: «Scegliere e consumare pasta prodotta al 100% con grano italiano significa difendere, nel concreto, la nostra agricoltura, valorizzare i territori e custodire una tradizione che unisce il lavoro dei campi alla cultura della tavola. A dirlo è, oggi, Cia-Agricoltori Italiani che commenta, positivamente, la campagna di sensibilizzazione e promozione del prodotto Made in Italy lanciata dal Masaf, così come a lungo richiesta, anche per contrastare e fare chiarezza rispetto a inaccettabili attacchi al settore, da ultimo quello dell’imprenditore molitorio Francesco Casillo.</p>
<h2>Le dichiarazioni di Francesco Casillo sul grano italiano e l&#8217;impatto sul mercato</h2>
<p class="p1">Sentir dire da Casillo che “la pasta è buona non perché è fatta di grano italiano” -spiega Cia- invita, dunque, a ribadire che la materia prima locale è, invece, centrale e fa la differenza, quale pilastro identitario e strategico di un intero Paese, dal punto di vista non solo alimentare ed economico, ma anche sociale e culturale.<span class="Apple-converted-space">  </span>Inoltre, andando al nocciolo della questione, resta una priorità assoluta a tutela di agricoltori, filiera e cittadini, la trasparenza e la giusta remunerazione. Non c’è solo un comparto soffocato da quotazioni al di sotto dei costi di produzione e da speculazioni legate all&#8217;import incontrollato di grano estero, ma anche il mancato rispetto nel caso di quest’ultimo, diversamente dall’Italia, dei rigidi standard sanitari e ambientali europei.</p>
<h2>La replica della Cia: &#8220;La materia prima locale fa la differenza&#8221;</h2>
<p class="p1">È proprio su questi temi che Cia porta avanti da anni la sua battaglia per il grano duro, chiedendo misure concrete e non più rinviabili su trasparenza e prezzo equo, reale riconoscimento dei costi minimi di produzione; tracciabilità e controlli per combattere la concorrenza sleale. E, infine, il rafforzamento dei contratti di filiera equo-solidali tra produttori e industria e tutela dell’etichettatura d&#8217;origine per una corretta informata da parte dei consumatori. Scegliere grano italiano -conclude Cia- non è una posizione di comodo, ma un investimento sulla qualità dell&#8217;alimentazione e sul futuro del Paese».</p>
<p>Cia Puglia ha lanciato una <a href="https://www.change.org/p/salviamo-il-grano-e-la-pasta-italiani-difendiamo-i-produttori-e-tuteliamo-i-consumatori?recruited_by_id=f4459a60-9d76-11f1-88e1-1d543f739498&amp;utm_source=share_petition&amp;utm_campaign=share_petition&amp;utm_medium=whatsapp&amp;share_id=pcyf7rF8wf" target="_blank" rel="noopener">petizione in difesa del grano italiano che trovi qui.</a></p>
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		<title>FARE FARRO MA&#8230;..</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/fare-farro-ma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Contini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 22:10:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[infestanti]]></category>
		<category><![CDATA[malerbe]]></category>
		<category><![CDATA[mercati]]></category>
		<category><![CDATA[prezzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il farro romagnolo si conferma una coltura interessante per gli areali collinari. L'esperienza dell'azienda di Giorgio Giraldi.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una coltura di nicchia in Romagna: il farro romagnolo: a che condizioni conviene.</p>
<p>In Romagna il farro può rappresentare una valida alternativa al grano, soprattutto negli areali collinari dove la gestione delle colture cerealicole risente sempre più delle difficoltà climatiche e della disponibilità dei terreni. La sua rusticità, la capacità di competere con le infestanti e la possibilità di inserirlo in rotazione con colture come il girasole ne fanno una soluzione interessante per alcune aziende agricole.<br />
L&#8217;esperienza di Giorgio Giraldi, agricoltore di Brisighella, in provincia di Ravenna, offre un punto di osservazione concreto. La sua azienda si estende per circa 390 ettari, in prevalenza su terreni collinari, e coltiva il farro all&#8217;interno di una filiera organizzata con una cooperativa. L&#8217;azienda dispone inoltre di un proprio impianto di trasformazione per una prima selezione del prodotto.<br />
La campagna appena conclusa ha dato risultati soddisfacenti. La resa si è attestata intorno ai 30 quintali per ettaro, nonostante la scarsità di precipitazioni. Il prodotto è risultato sano e senza problemi significativi di malattie. Un risultato positivo anche considerando i danni provocati dalla grandine in diverse aree della pianura romagnola.<br />
L&#8217;esperienza di Giraldi mostra però anche un altro aspetto. La scelta del farro non nasce soltanto dalle sue caratteristiche agronomiche. È anche il risultato della necessità di adattare l&#8217;ordinamento produttivo alle trasformazioni del territorio e del mercato.</p>
<h2>Farro in rotazione con il girasole</h2>
<p>«Nella mia azienda coltivo farro, un prodotto di nicchia, in filiera con una cooperativa e in rotazione con girasole», racconta Giraldi.<br />
La rotazione rappresenta uno degli elementi centrali nella gestione della coltura. Inserire il farro dopo una coltura come il girasole consente di diversificare l&#8217;avvicendamento e di distribuire nel tempo le esigenze agronomiche dell&#8217;azienda. In un contesto caratterizzato da stagioni sempre meno prevedibili, diversificare le colture può diventare una scelta utile anche per ridurre la dipendenza da un&#8217;unica produzione.<br />
Per Giraldi, inoltre, la filiera non si esaurisce con la raccolta. L&#8217;azienda dispone infatti di un impianto di trasformazione che permette di effettuare una prima selezione del farro prima della vendita al mulino.<br />
È un passaggio che ha una ricaduta economica precisa. «Questo mi consente di ottenere un prezzo migliore alla Borsa merci rispetto al prodotto grezzo», spiega l&#8217;agricoltore.<br />
La possibilità di intervenire sulla granella prima della commercializzazione permette quindi di valorizzare maggiormente il prodotto. Per una coltura di nicchia come il farro, la qualità commerciale può diventare un elemento determinante per migliorare la redditività.<br />
Non basta, dunque, produrre. Diventa importante anche sapere come preparare il prodotto per il mercato e con quale interlocutore lavorare.</p>
<h2>Una resa di 30 quintali per ettaro</h2>
<p>Il risultato produttivo ottenuto quest&#8217;anno assume particolare interesse se rapportato alle condizioni meteorologiche.<br />
«Ho ottenuto una buona resa, che si è attestata sui 30 q/ha, tenendo conto delle difficoltà climatiche causate dalla scarsità di precipitazioni», sottolinea Giraldi.<br />
Il dato non può essere letto soltanto come un valore produttivo. La disponibilità idrica è infatti uno dei principali fattori che condizionano le rese dei cereali autunno-vernini. Quando le precipitazioni risultano insufficienti o distribuite in modo irregolare, la capacità della coltura di mantenere un buon potenziale produttivo diventa un elemento decisivo.<br />
Nel caso del farro romagnolo, la campagna ha portato anche un altro risultato positivo. Il prodotto è arrivato alla raccolta sano, senza particolari problemi sanitari.<br />
«Ho ottenuto un prodotto sano, esente da malattie», precisa l&#8217;agricoltore, ricordando anche l&#8217;assenza di danni provocati dalla grandine nei propri appezzamenti.<br />
Il confronto con altre aziende della Romagna rende ancora più significativo questo risultato. In alcune zone della pianura, infatti, gli eventi grandinigeni hanno provocato danni alle colture.<br />
La variabilità degli eventi atmosferici porta così a considerare la scelta varietale e colturale anche sotto il profilo del rischio. Non esiste una coltura capace di eliminare gli effetti del clima, ma alcune specie possono offrire, in determinati ambienti, caratteristiche che meritano di essere valutate nell&#8217;ambito della pianificazione aziendale.</p>
<h2>Dalle alte rese del grano alla difficoltà dei terreni</h2>
<p>La storia produttiva dell&#8217;azienda di Giraldi racconta anche la trasformazione subita da una parte dell&#8217;agricoltura romagnola.<br />
In passato l&#8217;azienda coltivava superfici più ampie a grano duro e orzo. Le rese potevano raggiungere livelli decisamente superiori a quelli registrati oggi con il farro.<br />
«Prima riuscivo a coltivare molti più ettari anche a grano duro e orzo, dove riuscivo a produrre anche 70-80 q/ha», ricorda Giraldi.<br />
Il problema non è stato quindi soltanto agronomico. Gli eventi alluvionali che si sono susseguiti negli ultimi anni hanno reso inagibili diversi terreni.<br />
«Molti di questi terreni sono diventati inagibili e sarebbe troppo costoso rimetterli in produzione», spiega.<br />
La conseguenza è stata una riduzione della superficie coltivabile. Una parte dei terreni che in passato contribuiva alla produzione cerealicola aziendale non può oggi essere gestita con la stessa facilità.<br />
È un aspetto che merita attenzione perché mette in relazione agricoltura, gestione del territorio e sostenibilità economica. Recuperare un terreno agricolo danneggiato non significa soltanto ripristinarne la produttività. Significa sostenere costi che devono poi trovare una compensazione nella redditività delle colture.<br />
Per l&#8217;agricoltore, quindi, la scelta del farro si inserisce in un quadro più ampio. Non è semplicemente una sostituzione del grano con un altro cereale. È una risposta a un ambiente produttivo che negli ultimi anni è cambiato.</p>
<h2>Il controllo delle infestanti parte dalla falsa semina</h2>
<p>Uno degli aspetti più interessanti dell&#8217;esperienza di Giraldi riguarda la gestione delle infestanti. L&#8217;azienda opera in regime biologico e, di conseguenza, il controllo delle malerbe si basa sulle tecniche agronomiche.<br />
La strategia parte dalla falsa semina, seguita da una lavorazione con erpice a dischi prima della semina effettiva.<br />
«Effettuo la falsa semina, poi una lavorazione con erpice a dischi prima di procedere alla semina», spiega Giraldi.<br />
La tecnica sfrutta un principio semplice: stimolare la nascita delle infestanti prima della coltura principale e intervenire successivamente per eliminarle. In questo modo il cereale può partire su un terreno con una pressione infestante potenzialmente più contenuta.<br />
Nel caso del farro, secondo l&#8217;esperienza dell&#8217;agricoltore, esiste anche un vantaggio legato all&#8217;epoca di semina. «Con il farro è possibile svolgerla più precocemente del frumento», osserva.<br />
Una semina anticipata può favorire un rapido sviluppo della coltura e contribuire a migliorare la sua capacità competitiva. Ma non va considerata una soluzione automatica. La riuscita della falsa semina dipende dalle condizioni del terreno e soprattutto dalla presenza di umidità sufficiente a far germinare le infestanti.</p>
<h2>Falsa semina, una tecnica utile ma non automatica</h2>
<p>La falsa semina richiede quindi programmazione. L&#8217;agricoltore prepara il letto di semina in anticipo rispetto alla semina reale e attende la comparsa delle infestanti. Successivamente interviene con una lavorazione meccanica o, dove consentito dal sistema produttivo adottato, con un intervento di diserbo.<br />
L&#8217;obiettivo è ridurre la banca di infestanti presente negli strati superficiali del terreno e permettere alla coltura di partire con una minore competizione.<br />
I vantaggi sono diversi. La tecnica può ridurre la pressione delle malerbe, limitare la necessità di interventi successivi e favorire lo sviluppo iniziale del cereale. Nel biologico assume un&#8217;importanza ancora maggiore perché la gestione delle infestanti non può contare sul diserbo chimico.<br />
Giraldi, tuttavia, non nasconde le difficoltà. «Ho avuto dei campi dove non sono riuscito a contenere bene le infestanti», ammette.<br />
Il risultato dipende infatti dal momento in cui si prepara il terreno e dalle condizioni climatiche successive. Se manca acqua, le infestanti possono non germinare in modo uniforme. In questo caso la falsa semina perde parte della propria efficacia.<br />
È un limite particolarmente attuale. Le piogge autunnali diventano più irregolari e rendono meno semplice programmare le operazioni colturali. La tecnica resta valida, ma deve essere inserita in una strategia più ampia di gestione delle infestanti.</p>
<h2>Il farro compete con le infestanti</h2>
<p>«Il farro è una specie che raggiunge anche 1,5 metri di altezza, a differenza del grano, per cui “soffoca” le infestanti», afferma.<br />
La maggiore altezza e la capacità di sviluppare una massa vegetativa importante possono contribuire alla competizione con le malerbe. Questo aspetto non elimina la necessità di una buona tecnica colturale, ma può diventare un alleato dell&#8217;agricoltore.<br />
La lezione, anche in questo caso, è chiara: la competitività della coltura nasce dall&#8217;integrazione di più fattori. La falsa semina prepara il terreno, la scelta dell&#8217;epoca di semina favorisce l&#8217;avvio della coltura e lo sviluppo del farro contribuisce successivamente a limitare la luce disponibile per le infestanti.<br />
Non si tratta quindi di affidarsi a una singola tecnica. La gestione del farro richiede una sequenza coerente di operazioni.</p>
<h2>Un mercato ancora in evoluzione</h2>
<p>Se sul piano agronomico il farro mostra caratteristiche interessanti, anche il mercato merita attenzione. La quotazione del prodotto sulle Borse merci è relativamente recente.<br />
«Il farro è solo da cinque o sei anni che viene quotato nelle Borse merci. Prima non esisteva una quotazione e la vendita avveniva “a vista”», racconta Giraldi.<br />
Per una coltura di nicchia, la disponibilità di riferimenti di mercato rappresenta un passo importante. La quotazione permette infatti di avere un riferimento più strutturato per la formazione del prezzo, anche se non elimina le dinamiche legate alla qualità, alla domanda e ai rapporti di filiera.<br />
Giraldi ha scelto di mantenere un rapporto con aziende locali. Non ha invece aderito ai contratti di esportazione verso la Corea, un mercato che negli ultimi anni ha mostrato interesse per il farro prodotto in Italia.<br />
La scelta riflette una precisa filosofia commerciale: privilegiare una filiera conosciuta e rapporti territoriali consolidati, invece di inseguire necessariamente il mercato internazionale.</p>
<h2>Il rischio delle eccedenze</h2>
<p>a crescente domanda può però generare anche problemi quando l&#8217;offerta aumenta rapidamente.<br />
Secondo Giraldi, la Corea ha fatto seminare centinaia di ettari, ma oggi esistono difficoltà nella gestione di una quantità importante di prodotto. «Ci sono delle eccedenze di granella che rischiano di non essere ritirate», afferma.<br />
Il tema è centrale per chi valuta di introdurre il farro nel proprio ordinamento colturale. Prima di aumentare le superfici non basta considerare il prezzo dell&#8217;ultima campagna. Occorre verificare la solidità della filiera, la presenza di un acquirente e le condizioni di ritiro.<br />
«Tutto questo lo si saprà a fine agosto», osserva Giraldi, invitando alla prudenza nella lettura dei segnali provenienti dal mercato.<br />
È un approccio particolarmente importante per una coltura di nicchia. L&#8217;aumento della domanda può sostenere i prezzi, ma l&#8217;espansione troppo rapida delle superfici può produrre, a sua volta, un eccesso di offerta.<br />
«I mercati non sempre dicono la verità», conclude l&#8217;agricoltore.<br />
La frase sintetizza bene la necessità di leggere i prezzi insieme ai dati produttivi e ai contratti di filiera. Per il cerealicoltore, la redditività nasce dall&#8217;equilibrio tra resa, costi, qualità e certezza dello sbocco commerciale.</p>
<h2>Farro romagnolo, una scelta da valutare in azienda</h2>
<p>L&#8217;esperienza di Brisighella non permette di considerare il farro come una soluzione universale per la cerealicoltura romagnola. Offre però diversi spunti di riflessione.<br />
La coltura ha mostrato una buona capacità produttiva anche in una campagna caratterizzata dalla scarsità di precipitazioni. La gestione delle infestanti può sfruttare tecniche agronomiche come la falsa semina e la maggiore competitività della pianta. La rotazione con il girasole permette inoltre di inserirla in un ordinamento diversificato.<br />
Restano però due variabili decisive: il territorio e il mercato. La risposta del farro dipende dall&#8217;ambiente pedoclimatico e dalla tecnica colturale. Allo stesso modo, la convenienza economica dipende dalla possibilità di collocare il prodotto alle condizioni previste.<br />
Per questo, prima di aumentare le superfici, conviene valutare attentamente costi, rese attese, disponibilità idrica, gestione delle infestanti e soprattutto accordi di filiera.<br />
Il farro può quindi essere una valida alternativa al grano in determinati contesti. Ma, come dimostra l&#8217;esperienza di Giraldi, la scelta deve partire dalle caratteristiche dell&#8217;azienda e arrivare fino al mercato. In una cerealicoltura sempre più condizionata dal clima, dalla disponibilità dei terreni e dalla volatilità dei prezzi, diversificare può essere una strategia interessante. Purché la diversificazione sia accompagnata da tecnica, organizzazione e attenzione alla commercializzazione.</p>
<p><em>Autore: Alessandro Contini</em></p>
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		<item>
		<title>IL GRANO DURO PERDE ANCORA TERRENO</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/il-grano-duro-perde-ancora-terreno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 22:10:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[costi]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[prezzi]]></category>
		<category><![CDATA[siena]]></category>
		<category><![CDATA[toscana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://granoitaliano.eu/?p=9901</guid>

					<description><![CDATA[<p>Frumento ai minimi nell’azienda senese di Alessandro Cinughi: costi e prezzi spingono verso farro, triticale, favino e tenero.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Venti ettari di grano duro. Per Alessandro Cinughi, agricoltore della provincia di Siena che coltiva circa 300 ettari, non erano mai stati così pochi. La campagna 2025/26 segna, quindi, un nuovo arretramento del frumento all’interno di un ordinamento colturale nel quale stanno aumentando le alternative meno esigenti.</p>
<p>«Purtroppo nelle nostre aziende in provincia di Siena continua la contrazione delle superfici investite a cereali a paglia» ci racconta l’agricoltore.</p>
<p>Nei terreni di Cinughi nell’ultima campagna sono stati coltivati circa 80 ettari di cereali vernini, una quota ormai molto ridotta rispetto alle superfici potenzialmente disponibili.</p>
<p>«Con grande dispiacere ho raggiunto il minimo storico di superficie seminata a grano duro, a cui ho affiancato il triticale e, per la prima volta, il farro sia monococco che dicocco».</p>
<p>Una scelta che assume ancora più significato perché, dal punto di vista produttivo, l’annata non è stata negativa. Il duro ha raggiunto circa 35 quintali per ettaro con una qualità della granella particolarmente elevata, il triticale ha superato 55 quintali per ettaro e il farro dicocco i 30.</p>
<h2><strong>Buone rese, ma il conto deve tornare</strong></h2>
<p>Il problema, quindi, non è semplicemente riuscire a produrre. Sempre più spesso la scelta di mantenere o meno una coltura dipende dal rapporto fra valore del raccolto e costi necessari per ottenerlo. Per i cereali a paglia il peso degli input resta uno degli elementi che maggiormente condizionano le decisioni aziendali.</p>
<p>Come ci illustra l’agricoltore, «non si può non evidenziare la problematica dell’esplosione dei costi del concime e del gasolio che incideranno in maniera significativa sul conto colturale finale. Soprattutto, il tema influenzerà i programmi di semina autunnali che gli agricoltori stanno predisponendo in questo periodo».</p>
<p>Dall’altra parte ci sono prezzi di mercato che, secondo Cinughi, non consentono oggi di guardare con particolare fiducia, soprattutto per il frumento duro. Un problema che diventa ancora più evidente nelle aziende che adottano tecniche colturali accurate e, quindi, sostengono costi importanti per fertilizzazione, difesa e lavorazioni.</p>
<p>La qualità rimane fondamentale ma, da sola, non basta se il differenziale di prezzo riconosciuto dal mercato non riesce a compensare l’investimento necessario per raggiungerla.</p>
<h2><strong>Meno duro, più alternative</strong></h2>
<p>Le conseguenze potrebbero essere visibili già nei programmi per le semine autunnali. Secondo l’agricoltore senese «non è possibile prevedere il futuro ma, sicuramente, nel mio caso ipotizzo ulteriori margini di riduzione delle superfici a grano duro per le prossime stagione. Probabilmente, sarà lo stesso per i cereali a paglia in generale».</p>
<p>Non si prospetta, comunque, un abbandono completo dei vernini. L’idea è piuttosto quella di modificare ulteriormente il mix aziendale, cercando colture capaci di rispondere meglio sia alle esigenze agronomiche sia a quelle economiche.</p>
<p>«Cercherò di confermare e, forse, aumentare leggermente le superfici che ho seminato nella campagna appena trascorsa, probabilmente inserendo anche favino, non tanto per i margini reddituali ma per una migliore rotazione colturale. E’ possibile che inserisca anche il frumento tenero, non tanto coltivato nella nostra zona ma forse più in grado di a coprire i costirispetto al duro».</p>
<p>Il favino avrebbe, quindi, soprattutto una funzione agronomica, migliorando la rotazione e interrompendo la successione dei cereali. Il tenero potrebbe, invece, tornare ad essere preso in considerazione proprio per ragioni economiche. Già ad oggi circa 150 ettari delle superfici aziendali di Cinughi sono investite ad erba medica, per motivi sia di rigenerazione del suolo sia di diversificazione del rischio.</p>
<p>Poi ci sono triticale e farro. L’esperienza dell’ultima campagna, soprattutto sul dicocco, ha mostrato come colture meno esigenti possano rappresentare un’alternativa interessante quando riescono ad associare rese soddisfacenti a un impiego più contenuto di mezzi tecnici.</p>
<p>Il punto non è, quindi, soltanto quale cereale produca di più. In uno scenario di costi elevati e prezzi poco remunerativi, la vera domanda per l’agricoltore diventa quale coltura riesca ancora a lasciare un margine. Ed è su questa base che, anche nelle aree tradizionalmente vocate, il frumento duro rischia di perdere altro terreno.</p>
<p><em>Autore: Azzurra Giorgio</em></p>
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		<title>LA MOSCA FRIT</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-mosca-frit/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 22:10:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
		<category><![CDATA[insetti dannosi]]></category>
		<category><![CDATA[insetti fitofagi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bonivento racconta come ci si difende da questo insetto</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate una mattina di primavera in Pianura Padana, o forse tra le colline dolci del Centro Italia. La rugiada è ancora aggrappata alle giovani foglie di mais e l&#8217;aria è frizzante. In questo scenario idilliaco, un agricoltore esperto, che chiameremo Giuseppe, si china a terra. Non sta guardando il cielo per prevedere la pioggia, né l&#8217;orizzonte. I suoi occhi sono fissi su una piantina alta poco più di un palmo.</p>
<p>«Vedi questa?» dice, indicando una foglia centrale che, invece di svettare verde e fiera, pende giallastra e avvizzita. La tira delicatamente. La foglia si stacca senza opporre resistenza, marcia alla base. «Questo è il biglietto da visita della <b>Mosca Frit</b>. Un nome quasi ridicolo, vero? <i>Oscinella frit</i>. Sembra il nome di un personaggio delle fiabe. Ma per noi che viviamo di questo raccolto, è un nemico invisibile e spietato.»</p>
<p>Giuseppe ci racconta la storia di questo minuscolo invasore. Non è un mostro venuto da lontano; la mosca frit è italiana quanto il grano duro o l&#8217;orzo che coltiviamo da secoli. È nata qui, tra le erbe dei fossi e i prati stabili. L&#8217;adulto è un insetto nero, piccolo come una capocchia di spillo, che passa inosservato mentre ronza sui campi. Ma non è lui a fare paura.</p>
<p>«Il vero dramma avviene nel buio, dentro la pianta» spiega Giuseppe, aprendo con l&#8217;unghia il fusticino della pianta malata. All&#8217;interno, annidata nel tenero tessuto vegetale, c&#8217;è una piccola larva bianca, cieca e senza zampe. «Eccola lì. La madre ha deposto l&#8217;uovo sulla pianta giovane e questa larva, appena nata, ha fatto l&#8217;unica cosa che sa fare: mangiare. Si è scavata una galleria fino al cuore della pianta, il meristema, il punto esatto da cui nasce la vita. Ha ucciso il futuro di questa spiga prima ancora che potesse nascere.»</p>
<p>È il fenomeno del <b>&#8220;cuore morto&#8221;</b>. Una condanna per il cereale. Se è grano, la pianta proverà disperatamente a reagire, buttando fuori nuovi culmi laterali come in un attacco di panico vegetale, creando un cespuglio disordinato che non produrrà nulla di buono. Se è mais, la pianta si contorcerà, si accartoccerà su se stessa, sconfitta.</p>
<p>«È una guerra di tempo, più che di armi» continua l&#8217;agricoltore, rialzandosi e pulendosi le mani piene di terra. «La mosca frit ha un orologio biologico perfetto. In primavera, la prima generazione si sveglia affamata proprio quando noi seminiamo il mais o l&#8217;avena. In autunno, l&#8217;ultima generazione aspetta che spunti il grano tenero per trovare un rifugio caldo per l&#8217;inverno.»</p>
<p>Allora, come si combatte un nemico che colpisce dall&#8217;interno e che è ovunque? Giuseppe sorride, indicando due campi vicini. Uno è verde e rigoglioso, l&#8217;altro ha diverse fallanze.</p>
<p>«Non puoi correre dietro a ogni mosca col retino. Devi essere più furbo di lei. Devi giocare d&#8217;anticipo. Vedi quel campo di mais bello alto? Lì abbiamo <b>anticipato la semina</b>. Quando le mosche si sono svegliate per deporre le uova, le piante erano già robuste, con quattro o cinque foglie dure. Le larve non sono riuscite a penetrare. Quel campo si è salvato da solo perché è nato prima.»</p>
<p>Poi indica il campo di grano seminato in autunno. «Lì, invece, abbiamo fatto il contrario: abbiamo <b>ritardato</b>. Se avessimo seminato a inizio ottobre, col caldo ancora nell&#8217;aria, avremmo servito un banchetto alle mosche dell&#8217;ultima generazione. Aspettando il freddo, abbiamo nascosto il grano finché le mosche non sono andate in letargo.»</p>
<p>La difesa, ci spiega, è fatta di strategia militare applicata alla terra. Si chiama <b>rotazione</b>: mai seminare grano dove l&#8217;anno prima c&#8217;era un prato o un altro cereale, perché il terreno sarebbe pieno di larve pronte all&#8217;agguato. Bisogna &#8220;pulire&#8221; il campo, interrando i residui, togliendo la casa al nemico durante l&#8217;inverno.</p>
<p>«E la chimica?» chiediamo. «Serve, ma è l&#8217;ultima spiaggia o, meglio, la prima assicurazione» risponde Giuseppe. «Oggi usiamo semi &#8220;conciati&#8221;, ovvero rivestiti di una pellicola protettiva. Quando la larva prova a dare il primo morso, trova una brutta sorpresa e muore. Ma spruzzare veleno sui campi quando il danno è fatto? Inutile. La larva è già dentro, al sicuro nel suo bunker vegetale.»</p>
<p>Mentre il sole si alza e illumina la distesa verde, capiamo che la storia della mosca frit non è solo quella di un parassita. È la storia dell&#8217;eterna partita a scacchi tra l&#8217;uomo e la natura. L&#8217;agricoltore non cerca di sterminare la mosca – un&#8217;impresa impossibile in un ecosistema vivo – ma cerca di conoscerla così bene da renderla inoffensiva, proteggendo il &#8220;cuore&#8221; delle sue piante con la saggezza dei tempi e la precisione della tecnica.</p>
<p><em><a href="http://p.bonivento@xyz-lab.it" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Autore: Paolo Bonivento</a> (Trieste – Brescia – Roma – Napoli)</em></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
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		<title>LA MOSCA GRIGIA DEI CEREALI</title>
		<link>https://granoitaliano.eu/la-mosca-grigia-dei-cereali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[paolo.viana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 22:10:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[frumento duro]]></category>
		<category><![CDATA[frumento tenero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bonivento illustra le strategie per contrastare questo insetto</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/la-mosca-grigia-dei-cereali/">LA MOSCA GRIGIA DEI CEREALI</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Era una di quelle mattine di fine febbraio in cui la Pianura Padana sembra trattenere il respiro. La nebbia si alzava pigra dai fossi, svelando lentamente le distese di terra scura e i primi accenni di verde smeraldo: il grano stava nascendo.</p>
<p>Giuseppe, agricoltore da tre generazioni, camminava lungo i bordi del suo appezzamento &#8220;al Prato&#8221;, quello più vicino al fiume. Si fermò, accigliato. Qualcosa non andava. Il tappeto verde, che da lontano sembrava uniforme, visto da vicino rivelava delle inquietanti macchie di vuoto, come se qualcuno avesse strappato via la vita a manciate.</p>
<p>Si chinò, le ginocchia che affondavano nella terra umida e fredda. Non c’erano segni di calpestio, né tracce di cinghiali. Prese tra le dita una piantina di grano che sembrava soffrire: le foglie esterne erano ancora verdi, ma quella centrale, la più giovane, era gialla, avvizzita, quasi trasparente. Tirò appena. La fogliolina centrale gli rimase in mano senza opporre resistenza, marcia alla base.</p>
<p>«Il cuore morto» mormorò Giuseppe, riconoscendo un vecchio nemico che suo padre gli aveva insegnato a temere. Non era il gelo, e non era la siccità. Era la <b>Mosca Grigia</b>.</p>
<p>La storia di quel danno era iniziata mesi prima, in un momento in cui nessuno pensava al grano. Era l&#8217;estate precedente. Mentre Giuseppe trebbiava o lasciava riposare quel pezzo di terra a maggese, piccole mosche grigie, invisibili agli occhi di chi non sa guardare, volavano rasoterra. La <i>Phorbia coarctata</i> non aveva bisogno della pianta per agire; le bastava la terra nuda. Lì, nel suolo secco e polveroso di luglio e agosto, le femmine avevano deposto le loro uova, lasciandole come mine inesplose.</p>
<p>Quelle uova avevano dormito per tutto l&#8217;autunno. Avevano resistito alle piogge di novembre e alle prime gelate di dicembre. Poi, quando Giuseppe aveva seminato il grano e i primi germogli avevano iniziato a spingere verso la luce, le uova si erano schiuse.</p>
<p>Sottoterra, nel buio, si era consumato il dramma. Piccole larve bianche, cieche e affamate, si erano risvegliate. Non cercavano il sole, cercavano la linfa. Una di queste aveva intercettato la giovane radice della piantina che Giuseppe ora teneva in mano. Era penetrata nel colletto, proprio sotto la superficie, e aveva iniziato a scavare una galleria verso l&#8217;alto, mangiando la pianta dall&#8217;interno. Aveva tagliato le vie di nutrimento della foglia centrale, uccidendo il futuro della spiga ancor prima che potesse nascere. E non contenta, quella stessa larva, sazia di una pianta, si era probabilmente già spostata a quella vicina, pronta a ricominciare.</p>
<p>Giuseppe si rialzò, pulendosi le mani sui pantaloni. Sapeva che ora, in quel momento, poteva fare ben poco. Non poteva spruzzare insetticidi a caso: la larva era ben protetta dentro il fusto, al sicuro come in un bunker. Spruzzare ora sarebbe stato solo uno spreco di soldi e un danno inutile per l&#8217;ambiente.</p>
<p>La battaglia, capì Giuseppe, l&#8217;aveva persa l&#8217;estate scorsa, ma poteva vincere la guerra per l&#8217;anno prossimo. La sua mente corse subito alle strategie di difesa per la stagione futura.</p>
<p>«Niente più terra nuda d&#8217;estate vicino alle semine precoci» pensò. La rotazione era la chiave. Se l&#8217;anno prossimo avesse messo soia o girasole, colture che coprono il terreno quando la mosca vuole deporre le uova, avrebbe interrotto il ciclo. Oppure, avrebbe dovuto giocare d&#8217;anticipo con la <b>concia del seme</b>.</p>
<p>Immaginò i semi dell&#8217;anno venturo ricoperti da quella patina protettiva, un&#8217;armatura invisibile. Se avesse usato sementi conciate, la larva, al primo morso, avrebbe trovato una brutta sorpresa e sarebbe morta prima di creare il &#8220;cuore morto&#8221;.</p>
<p>Giuseppe guardò ancora il suo campo ferito. Il grano, forte e tenace, avrebbe provato a reagire emettendo nuovi germogli laterali per compensare quelli persi, ma la lezione era stata servita. In agricoltura, ciò che vedi oggi è spesso il risultato di ciò che (non) hai fatto sei mesi prima. La Mosca Grigia gli aveva ricordato che la terra non dimentica mai, e che la vera difesa non si fa con la cura, ma con la previsione.</p>
<p>Risalì sul trattore, annotando mentalmente sul suo taccuino immaginario: <i>&#8220;Appezzamento al Prato: rischio Phorbia. Prossimo anno: rotazione stretta o seme conciato. Non ci caschiamo più.&#8221;</i><i></i></p>
<p><em><a href="http://p.bonivento@xyz-lab.it" target="_blank" rel="noopener" data-cmp-ab="2">Autore: Paolo Bonivento</a> (Trieste – Brescia – Roma – Napoli)</em></p>
<p>Il dr. Paolo Bonivento è un Perito Agrario impegnato in attività relative all’entomologia urbana ed agraaria. Effettua valutazioni d’impatto ambientale ed ecologico (terrestri, marine e aeree); si occupa della consulenza sull’impiego di strumenti scientifici e tecnici oltre all’identificazione ed al trattamento degli organismi infestanti nonché alla valutazione dei danni alle coltivazioni. La sua attività include anche ambiti forensi con stime generali riguardanti contenziosi ed analisi dei danni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://granoitaliano.eu/la-mosca-grigia-dei-cereali/">LA MOSCA GRIGIA DEI CEREALI</a> proviene da <a href="https://granoitaliano.eu">Grano Italiano</a>.</p>
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