Luca Mercalli (nella foto) racconta a Grano italiano la sua scelta di vita in montagna e la nascita di un progetto di frumento antico di alta quota, coltivato a 1650 metri. Un’agricoltura fatta di passione, biologico e filiera cortissima, che valorizza varietà antiche e dimostra come il cambiamento climatico stia già influenzando profondamente il modo di coltivare.
Dalla pianura alla montagna, in fuga dal caldo
Climatologo e divulgatore scientifico, Mercalli ha portato il suo impegno ambientale nei campi dell’alta Val di Susa, in borgata Vazon di Oulx, ad oltre 1600 metri di quota. La scelta nasce anche dal clima che cambia, per compiere «una fuga dalla pianura, ormai sempre meno confortevole in estate» (lo ha raccontato in un libro, Salire in montagna, edito da Einaudi). In prossimità della casa che ha ristrutturato, insieme ad altre famiglie ha messo in comune piccoli appezzamenti di terreno, per coltivare frumento di montagna. L’obiettivo dei cerealicoltori è produrre granella, in primis per autoconsumo, macinandola localmente e trasformandola in pane. Il surplus finisce nei mercatini locali: le produzioni sono, ovviamente, di ridottissime dimensioni, «10-20 quintali di granella all’anno quando va bene» ci dice Mercalli. Si tratta, quindi, di una vera e propria micro-filiera corta che unisce agricoltura di montagna e passione per il grano.
Varietà antiche e filiera tracciata
Le varietà locali storiche della zona, purtroppo, sono andate perdute già a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Luca Mercalli, quindi, in collaborazione con le altre famiglie coinvolte, ha scelto la varietà Solina, di origine abruzzese, selezionata perché coltivata in ambienti molto simili a quello dell’alta Val Susa. Più di recente, poi, il gruppo di cerealicoltori è riuscito a recuperare una varietà antica coltivata in una valle adiacente, in territorio francese (Queyras). Si tratta di un vero e proprio grano alpino, di cui, ci dice Mercalli «abbiamo recuperato della semente e stiamo sperimentando direttamente in campo la capacità di adattamento ai nostri terreni».
La produzione non guarda ai costi o alle rese per ettaro ma alla qualità: «il primo obiettivo è produrre cibo buono, di qualità e sul nostro terreno». Le rese sono ridotte, si parla di 10-15 q/ha, ma la farina si vende a 3,5 euro al chilo. È tutta biologica e tracciata: «la nostra è una farina davvero tracciata, arriva proprio da questa borgata», in netta opposizione alle miscele anonime delle grandi filiere industriali.
Clima alpino, alleato contro patogeni e malerbe
L’alta quota offre condizioni uniche. «Ci troviamo in un’area alpina interna, con elevato soleggiamento estivo, aria secca e bassissima piovosità, 500-600 mm annui», spiega Mercalli. Questo riduce i rischi di patologie fungine, anche se aumenta quelli di stress idrico nelle estati più calde. Il ciclo colturale, dopo il gelo invernale, è breve: si semina in ottobre, si impiega la poca neve invernale come riserva idrica. La ripresa avviene in aprile e la mietitura tra fine agosto e inizio settembre. Le infestanti restano sotto controllo se il grano parte vigoroso, mentre il vero problema sono gli animali selvatici: «cinghiali, cervi e caprioli», contro cui le recinzioni elettriche non sempre bastano. I corvi, invece, creano problemi soprattutto alla semina: hanno, ormai, imparato a seguire le file della seminatrice e dissotterrare i semi, uno per uno.
Alcune immagini dai campi dell’Alta Val Susa: Luca Mercalli e la mietitura del frumento.
Il valore del locale contro la commodity
Il futuro, per il progetto di Luca Mercalli e delle famiglie che collaborano con lui, in particolare l’azienda agricola Gran Charle che tratta anche patate e aromatiche (https://grancharle.it), passa dall’ampliamento delle superfici seminate e dal recupero di campi oggi frammentati o abbandonati. Sul mercato del frumento, invece, Mercalli è convinto che serva una nuova narrazione sul prodotto: «credo molto nella produzione autoctona locale» ci dice. Il problema per i cerealicoltori, almeno per quelli di medie e piccole dimensioni, invece, è destinare all’ammasso le loro produzioni: «così la granella diventa un prodotto anonimo che, giunto al grande stabilimento, perde completamente il proprio valore».
Mercalli è convinto che in Italia possa funzionare il modello del pane a costi anche elevati ma prodotto con granella raccolta nel “prato che vedi dalla finestra”. Non è un modello di massa ma può funzionare per i produttori medio-piccoli: «se guardiamo alla nostra esperienza, c’è una grande domanda per le nostre farine: abbiamo sempre venduto tutto il surplus e, se avessimo prodotto il doppio, avremmo avuto clienti interessati».
L’esperienza di Luca Mercalli dimostra come la passione per il frumento di montagna possa diventare una risposta concreta al cambiamento climatico. Perché, come ci dice, «clima e cibo vanno insieme»: la nuova agricoltura di montagna può, quindi, essere un modello di cura del territorio, produzione di cibo buono e attenzione all’ambiente per contribuire a mitigare gli effetti negativi sul clima.
Autore: Azzurra Giorgio
Puoi seguirci anche sui social, siamo su Facebook, Linkedin e Instagram







