Nel frumento duro italiano il problema non è più soltanto quanto una varietà possa rendere sulla carta, ma quanto riesca a reggere in campo quando il clima cambia volto da un anno all’altro o, addirittura, da una fase all’altra della stessa stagione. È qui che si misura davvero la tenuta della cerealicoltura: non nella punta massima di produttività ma nella capacità di restare competitiva dentro l’instabilità. Siccità, eccessi idrici, ondate di calore, pressione delle malattie e variabilità ambientale stanno, infatti, rendendo sempre più difficile trasformare il potenziale genetico in resa reale.
In questo scenario, la ricerca può offrire una risposta concreta, non solo con le innovazioni che verranno ma anche con ciò che è già disponibile. Ed è proprio su questo piano, pragmatico e immediatamente utile per agricoltori e tecnici, che Luigi Cattivelli, direttore del CREA Genomica e Bioinformatica (nella foto), imposta la sua riflessione sulla stabilizzazione delle rese del frumento duro. Prima ancora di entrare nelle singole questioni, il ricercatore mette un punto fermo: per la cerealicoltura italiana, oggi, conta soprattutto saper usare bene gli strumenti che già esistono.
Il presente del frumento conta più del futuro
«Quando un ricercatore viene intervistato la tentazione è sempre quella di raccontare il futuro, ovvero le ricerche in corso che potranno diventare realtà tra 5 o 10 anni. Questo è certamente importante e, come ricercatore, sarei felice di raccontarlo: però, se fossi un agricoltore, sarei più interessato a capire cosa c’è a disposizione oggi per migliorare la produttività del frumento. Pertanto, in questa intervista vorrei limitarmi a raccontare cosa si può già fare oggi, ovvero come la ricerca degli ultimi 20 anni ha disegnato il presente del frumento» dichiara Cattivelli.
La chiave, allora, è spostare l’attenzione da un’idea generica di innovazione alla sua applicabilità concreta. E la prima domanda, inevitabilmente, riguarda il principale ostacolo che oggi si frappone tra il potenziale genetico e la resa raccolta in campo.
Il clima è il primo nemico della resa
Luigi Cattivelli, oggi, nel frumento duro, qual è il principale fattore che impedisce di trasformare il potenziale genetico in resa reale in campo?
«L’imprevedibilità delle condizioni climatiche.
In una tendenza generale di innalzamento della temperatura media annua, una delle conseguenze più frequenti è il verificarsi di situazioni climatiche estreme (siccità, troppa acqua, troppo caldo, …), queste situazioni in parte possono essere tamponate operando opportune scelte tecniche, ma oltre un certo limite o in presenza di scelte tecnico non ottimali, hanno un diretto impatto sulla produttività».
La risposta va dritta al cuore del problema. Il nodo non è soltanto l’aumento medio delle temperature ma, soprattutto, la maggiore frequenza di situazioni estreme, difficili da prevedere e ancora più difficili da governare. In questo contesto, la produttività del frumento duro dipende sempre meno da un solo fattore e sempre più dalla capacità dell’azienda di combinare bene genetica e tecnica.
Stabilità produttiva: il vero criterio nella scelta varietale
Quanto pesa oggi la scelta varietale, da sola, nel limitare le perdite dovute a stress climatici e malattie, e dove, invece, diventa decisiva la qualità della tecnica agronomica?
«Vediamo innanzitutto di capire cosa significa una corretta scelta varietale in un contesto di grande imprevedibilità climatica. Molto spesso scegliamo una varietà sulla base dei risultati dell’anno precedente (o dei due anni precedenti), tuttavia l’esperienza insegna che è molto raro avere due anni con condizioni climatiche simili o “medie”; quindi, scegliere sulla base dei dati dell’ultimo anno può non essere la scelta migliore.
L’aspetto chiave da considerare nella scelta varietale è la “stabilità produttiva” cioè la capacità di una varietà di produrre costantemente sopra la media in tante località ed in almeno 3 anni.
La stabilità produttiva è un parametro che dovrebbe essere sempre inserito quando vengono presentati i dati delle prove varietali annuali annuali o, più in generale, quando vengono presentate le varietà».
Qui Cattivelli individua un passaggio decisivo anche sul piano operativo. In una cerealicoltura esposta a una forte variabilità stagionale, inseguire la varietà che ha fatto meglio nell’ultima annata può essere fuorviante. Diventa molto più utile ragionare sulla tenuta complessiva della varietà, cioè sulla sua capacità di restare sopra la media in ambienti diversi e su più anni.
«Una varietà stabile garantisce una produzione buona indipendentemente dalle condizioni climatiche (al netto di eventi estremi). Una varietà produttiva e stabile è di norma anche resistente/tollerante alle principali malattie; tuttavia, in presenza di condizioni molto favorevoli allo sviluppo delle patologie può essere necessario intervenire con trattamenti fitosanitari. Infine, la produttività (ed anche la qualità) è dipendente dalla fertilizzazione che va tarata sulla base della piovosità, del tipo di suolo e dello stadio di sviluppo della pianta».
Il messaggio è chiaro: la varietà conta moltissimo ma non basta da sola. La stabilità di resa si costruisce anche attraverso una tecnica agronomica capace di adattarsi all’andamento climatico, alle caratteristiche del terreno e alle esigenze della coltura nelle diverse fasi di sviluppo.
Qualità e resistenze: dove la genetica aiuta davvero
Se la stabilità produttiva è il primo obiettivo, resta, poi, da capire su quali caratteri il miglioramento genetico possa offrire risposte più utili già in un orizzonte di medio termine. Per il cerealicoltore italiano la questione è molto concreta: dove può arrivare davvero la genetica e dove, invece, il peso della gestione resta prevalente?
Su quali caratteri il miglioramento genetico può dare risultati più utili già nel medio termine per i cerealicoltori italiani: stabilità di resa, efficienza dell’azoto, tolleranza alle temperature elevate/ alla siccità, resistenza alle malattie o qualità?
«Limitandomi a quello che è disponibile oggi, è indubbio che la qualità sia in duro che in tenero, può essere definita dalla scelta varietale in combinazione con la fertilizzazione (condizioni climatiche permettendo), poi la resistenza alle malattie (soprattutto ruggini e septoria) può essere gestita efficacemente con la genetica e con un aiuto chimico in caso di condizioni particolarmente favorevoli alle malattie.
Un discorso a parte riguarda la fusariosi della spiga per la quale non esistono reali fonti di resistenza nel frumento duro mentre qualcosa è già disponibile per il frumento tenero.
Per la fusariosi la rotazione e i trattamenti fitosanitari rimangono scelte essenziali».
Anche in questo caso la distinzione è netta. Su qualità e resistenza a ruggini e septoria esistono già leve efficaci, purché siano inserite dentro una gestione coerente. Più complesso, invece, il discorso sulla fusariosi della spiga, che nel frumento duro continua a richiedere soprattutto prevenzione agronomica e difesa.
Nuove varietà e DSS per recuperare redditività
Il passaggio finale dell’intervista sposta il focus sulle innovazioni da portare davvero in azienda nei prossimi anni. E qui la risposta di Cattivelli evita le contrapposizioni semplicistiche: non si tratta di scegliere tra genetica, DSS o concimazione di precisione, ma di capire quali strumenti siano già maturi e pronti per incidere sul conto economico del frumento.
Guardando ai prossimi anni, quale innovazione dovrebbe entrare prima nella pratica aziendale per migliorare davvero il conto economico del frumento: nuove varietà, DSS, concimazione più mirata o nuove soluzioni dal breeding avanzato?
«Il miglioramento genetico è un’attività continua ed ogni anno sono iscritte nuove varietà con performance superiori a quelle esistenti, prestare attenzione alle novità varietali è una condizione necessaria per fare cereali con successo. Per quello che riguarda i Decision Supporting System, questa tecnologia è già matura e dovrebbe essere adottata in modo estensivo. Il DSS serve ad ottimizzare gli interventi tecnici, in particolare la concimazione e l’uso dei fitofarmaci».
Qui si concentra un passaggio strategico dell’intervista. In una cerealicoltura che deve recuperare margini, non basta avere a disposizione buone varietà: bisogna anche usarle dentro sistemi decisionali più evoluti, capaci di rendere più efficienti input e interventi. I DSS, in questa prospettiva, non sono più una tecnologia da osservare con curiosità ma uno strumento già pronto per un’adozione più ampia.
«In sostanza, in attesa che il futuro ci porti nuove soluzioni genetiche (o agronomiche), oggi è importante utilizzare nel miglior modo possibile gli strumenti disponibili,
questa ottimizzazione della scelta varietale e dell’agrotecnica può consentire di recuperare un po’ di redditività alla cerealicoltura italiana. Infine, mi permetto di segnalare che in certe situazioni se fosse possibile un intervento irriguo di soccorso sarebbe di grande utilità anche per il frumento».
La vera sfida è rendere la resa più affidabile
La riflessione di Cattivelli riporta il dibattito sulla stabilizzazione delle rese del frumento duro dentro un perimetro molto concreto. La vera sfida, oggi, non è promettere un futuro lontano, ma mettere ordine nel presente: scegliere varietà più stabili, leggere meglio i dati delle prove, adattare la fertilizzazione, gestire con precisione la difesa e sfruttare strumenti già maturi come i DSS. In alcuni contesti, persino l’irrigazione di soccorso può diventare una leva importante.
Per la cerealicoltura italiana, insomma, la questione centrale non è soltanto spingere la resa massima, ma rendere la resa più affidabile. Ed è, probabilmente, proprio questa la frontiera più concreta della competitività del frumento duro.
Autore: Azzurra Giorgio
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