La storia e le pratiche della cerealicoltura italiana raccontano un percorso evolutivo profondo: dal lento scambio locale di sementi in uso nell’Ottocento alla strutturazione del mercato sementiero moderno, passando per il registro ufficiale delle varietà e le prove di adattamento e resa. Questo percorso ha trasformato il modo in cui gli agricoltori scelgono e utilizzano le varietà, con impatti diretti sulla produttività, sulla qualità delle produzioni e sulla sostenibilità delle coltivazioni. Un viaggio tra innovazione, cooperazione e tecniche agronomiche che guida oggi la scelta varietale in campo raccontato dal Prof. Tommaso Maggiore in una intervista esclusiva a Grano italiano di cui pubblichiamo il video (qui il link al video; il contenuto è raggiungibile anche nella finestra in fondo al testo).
Dall’innovazione sperimentale al mercato sementiero
La cerealicoltura italiana ha affrontato per decenni un problema strutturale: trasferire l’innovazione dalle ricerche genetiche alle campagne. Fino alla fine dell’Ottocento la diffusione delle migliori sementi avveniva solo per prossimità, con agricoltori che osservavano e scambiavano materiali vegetali direttamente, in un contesto di vicinanza. Queste dinamiche lente e locali facevano sì che varietà, come le antiche Timilie e Russello, restassero confinate in areali specifici, limitando fortemente la possibilità di innovazione agro-colturale.
All’inizio del Novecento emersero nuovi operatori che posero le basi per un mercato sementiero più strutturato: soggetti come Ingegnoli a Milano o Sgaravatti a Padova iniziarono a commercializzare sementi su catalogo, aprendo la possibilità per gli agricoltori di scegliere varietà migliori e di ordinare direttamente le sementi. Questo passaggio segnò il superamento del semplice scambio locale verso un mercato nazionale, fondamentale per modernizzare la cerealicoltura italiana.
Il ruolo chiave di Strampelli e il registro varietale
Nel contesto dell’innovazione varietale, il contributo di Nazareno Strampelli è stato determinante. Considerato uno dei pionieri del miglioramento genetico dei cereali, Strampelli realizzò un percorso di incroci e selezione che portò alla creazione di “sementi elette”, capaci di offrire migliori caratteristiche agronomiche e produttive rispetto ai materiali locali.
Tuttavia, la diffusione delle varietà costituite rimaneva complessa, in assenza di una struttura organica di produzione e certificazione delle sementi. Fu così che si svilupparono le prime società sementiere (come ARS a Rieti e Polesana Sementi a Badia Polesine), capaci di moltiplicare e distribuire seme di qualità agli agricoltori.
Nonostante i progressi, il sistema rimase privo di un controllo nazionale fino agli anni ’70, quando venne istituito il Registro Nazionale delle Varietà. Questo strumento normativo fu cruciale per garantire l’identità genetica ufficiale delle cultivar e contrastare problemi legati alla certificazione volontaria o alla confusione tra materiali simili. Oggi l’efficienza e la trasparenza del sistema sementiero sono centrali per guidare scelte agronomiche basate su dati e non sul semplice rumore di mercato.
Prove di adattamento e scelta varietale moderna
Le prove di adattamento e resa sono diventate nel tempo uno strumento essenziale per orientare le scelte varietali degli agricoltori. In un primo periodo queste prove erano limitate da carenze di strumenti, risorse e macchine. Spesso le novità si diffondevano “ad occhio”, senza confronti scientifici rigorosi.
Con la meccanizzazione e l’introduzione di tecniche sperimentali più avanzate (come l’uso di seminatrici parcellari), poté aumentare il numero di varietà testate e confrontarle in contesti diversi, migliorando così l’affidabilità dei dati raccolti. Le prove varietali non si limitano più alla sola resa produttiva: oggi includono indici di stabilità, valutazioni di sanità delle colture e analisi di qualità della granella, informazioni utili per decisioni strategiche in azienda.
Tuttavia, il sistema italiano delle prove resta in parte volontaristico, frammentato e poco istituzionalizzato, con reti di prove spesso basate su iniziative locali o del settore privato. La mancanza di un coordinamento pubblico stabile può limitare la copertura territoriale e il numero di specie o varietà valutate, riducendo la capacità degli agricoltori di fare scelte varietali basate su evidenze robuste.
Foto gentilmente concessa dal Prof. Tommaso Maggiore
Autore: Azzurra Giorgio
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