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CON LA MINIMA SI PRODUCE DI MENO?

Le rese nella minima lavorazione: un compromesso da valutare

Nella prima parte della nostra analisi (leggi l’articolo) abbiamo esplorato i vantaggi operativi e le difficoltà legate alle erbe infestanti. Ora ci concentreremo su un altro aspetto cruciale per gli agricoltori: le rese produttive. Sebbene la minima lavorazione prometta un notevole risparmio economico, è essenziale comprendere come questa tecnica in alcuni casi influisce sulla quantità e qualità del raccolto.

Secondo i dati forniti dall’Informatore Agrario “lavorazione minima e semina su sodo devono essere associate a un maggiore investimento di seme per compensare la minore germinazione”. Una quantità che va dal 10 al 15% in più di seme rispetto all’aratura. Se si risparmia da una parte, insomma, dall’altra si deve fare qualcosina in più.

La sfida delle rese variabili

Uno degli interrogativi più frequenti riguarda la resa ottenuta con la minima lavorazione rispetto alla tradizionale aratura. I dati raccolti evidenziano differenze che variano a seconda delle condizioni del terreno e del clima. Ad esempio, Alessandro Cinughi, agricoltore di Siena, afferma con convinzione: “Trovo che i risultati siano pressoché analoghi a quelli delle coltivazioni con metodi tradizionali. Non vedo differenze rilevanti a livello di resa o di qualità”. Anche Lorenzo Martinelli, agricoltore attivo in provincia di Modena, conferma: “Come produttività nella lavorazione minima siamo abbastanza uguali alla lavorazione classica”.

Tuttavia, altri agricoltori segnalano che in alcune situazioni la resa può essere inferiore. Fausto Nodari, attivo a Brescia, nota: “Le rese sono pressoché simili, ma con il tempo abbiamo notato che si assestano”. In altre parole, la transizione verso la minima lavorazione richiede una fase di adattamento, durante la quale le rese possono subire fluttuazioni.

Le condizioni del terreno fanno la differenza

Le prestazioni della minima lavorazione sembrano dipendere molto dalle condizioni del terreno. Roberto Gavio da Alessandria, ad esempio, sostiene che la scelta di questa tecnica può variare in base al grado di umidità del suolo: “In un terreno molto umido si compatta il terreno e non è la cosa migliore. Se è molto bagnato, meglio aspettare”. Questo suggerisce che, sebbene la minima lavorazione possa funzionare bene in condizioni asciutte, potrebbe essere meno efficace in terreni soggetti a ristagni d’acqua.

Anche Martinelli sottolinea questo punto, evidenziando che la minima lavorazione non è sempre adatta in terreni poco livellati: “Essendo una lavorazione molto minima, il grano molte volte nasce male, soprattutto dove il terreno non riesce a ‘tirarlo’ pari”. In queste situazioni, l’aratura tradizionale sembra offrire un miglior drenaggio e una maggiore uniformità di crescita.

L’analisi proseguirà domani.

Autore: Ivan Torneo

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