E’ il mercato bellezza, e tu non ci puoi far niente, niente! Ascoltando Mariano Alessio Vernì parlare del mercato dei fertilizzanti torna alla mente Humphrey Bogart («È la stampa bellezza, la stampa, e tu non ci puoi far niente, niente!»). Cruda, ma è la realtà. Quella globale, quindi anche la nostra. E lo sanno anche i soloni che in queste ore urlano che “bisogna fermare i prezzi del gasolio e dei fertilizzanti”. Vero. Ma impossibile. Sentiamo cosa ne pensa Alessio Vernì: è il co-titolare (Vicepresidente di una società insieme alla Presidente Elisabetta Ceccato) che fornisce informazioni logistico-commerciali e normative sul settore da 27 anni.
Alessio Vernì calca il mondo dei concimi da ben di più. La SILC Fertilizzanti Srl (la trovate qui) raccoglie i prezzi (nazionali e internazionali) dei prodotti fertilizzanti più comunemente utilizzati (materie prime) e offre un rapporto mensile (SILC Informa News) agli abbonati, cioè più di 100 aziende, tra cui i più importanti produttori e importatori del settore. Ecco il suo punto di vista sulla crisi che stiamo vivendo.
Gli incrementi di prezzo dell’urea hanno motivazioni reali oppure rientrano in una pressione speculativa?
Le dinamiche del mercato, compreso quello dei prodotti di largo consumo come i concimi – spiega Alessio Vernì -, si basano sul rapporto tra domanda ed offerta. Ritengo che il termine “speculazione” non sia adatto a quello che è accaduto sin poche ore dopo l’inizio dell’attacco all’Iran da parte della coalizione Usa-Israele. Quello che spesso si cita come “effetto farfalla” è molto vicino alla realtà: in questo caso non si è trattato di un battito d’ali, ma dell’inizio di una guerra che ha ovviamente stravolto gli equilibri socio-economici.
Pochi giorni prima dell’inizio delle ostilità, l’India aveva concluso l’acquisto di quasi due milioni di tonnellate d’urea, parte delle quali sarebbe dovuta partire dal Golfo Arabo attraversando lo stretto di Hormuz, così come altri fornitori sarebbero dovuti passare dal Mar Rosso attraverso il canale di Suez. Tutti gli equilibri si sono stravolti, l’offerta di urea e di altri concimi azotati, la cui produzione è direttamente collegata al costo dell’energia, ha visto sparire almeno il 30% dei produttori ed i prezzi sono inevitabilmente aumentati. Citavo il rapporto domanda/offerta come motore dell’economia e caposaldo della formazione del prezzo.
Poche ore dopo l’inizio dell’attacco, tutti i produttori hanno inizialmente fermato tutto, anche a livello nazionale; alla riapertura delle attività commerciali lunedì 2 marzo, il messaggio è stato chiaro: vendite sospese e listini in revisione. In realtà, a livello internazionale, già la sera del 28 febbraio il prezzo dell’urea era aumentato fino a 17 $/t e poi, man mano che si trovavano acquirenti al nuovo prezzo, ha preso avvio una corsa al rialzo che sta rallentando solo in questi giorni. Qualche numero per rendere la dimensione della drammaticità della situazione: il 26 febbraio l’urea valeva meno di 500 $/t (i prezzi si riferiscono a merce sfusa, caricata su navi da 30-40mila tonnellate, nei porti di origine), il 5 marzo si sono toccati i 630 $/t ed oggi siamo nell’ordine dei 700 che, come dicevo, sembra una quotazione di equilibrio destinata a tornare ad oscillare entro valori “normali”.
Se continuerà la guerra, avremo urea per quest’anno e a che prezzi?
Come ho illustrato, la guerra ha riflessi diretti solo su una parte dell’offerta di concimi (non solo azotati perché nel Golfo Arabo si produce anche fosforo e quindi concimi NP) e, in generale, non ci saranno problemi di approvvigionamento ma solo di spostamento degli equilibri. Il prezzo al consumo è però legato a molti altri fattori, pensiamo a quelli legati ai costi energetici per la produzione vera e propria ma anche alla logistica di trasporti ed imballaggi, né si può sottovalutare l’attuale forza del dollaro che favorisce le esportazioni europee ma penalizza il costo in euro dei prodotti importati.
Prendendo come riferimento un costo di 800 $/t, al cambio attuale $/€ di 1,15, equivalgono a circa 700 €/t, prima dell’inizio delle ostilità, col cambio a 1,18, si sarebbe pagato 20 €/t in meno. Se, a questo, aggiungiamo i maggiori costi di trasporto su gomma, è facile prevedere prezzi dell’urea al consumo che si posizioneranno poco al di sotto degli 800 €/t. Ricordiamo che siamo ben lontani dei massimi raggiunti nel corso del 2022 quando non pochi tipi di concimi costavano oltre 1000 €/t.
Quale sarà l’effetto sugli altri fertilizzanti?
Certamente ci sarà un effetto anche su altri tipi di concime, tutti i prodotti azotati (solfato ammonico, nitrato ammonico, nitrato di calcio, ecc.) così come sui composti a base di azoto, pensiamo al 18/46 così come al 15/15/15 ma ci saranno aumenti anche per i fosfatici, al momento solo il potassio sembra non risentire in maniera così diretta ma non è escluso che, ad esempio a causa dei maggiori costi energetici di estrazione, non ci possa essere un aumento prezzo anche per cloruro e solfato di potassio.
Da quali Paesi ci approvvigioneremo?
L’Italia importa limitate quantità dalle aree di guerra, le limitazioni per lo stretto di Hormuz non hanno alcuna ricaduta per noi e, relativamente all’azoto, i principali fornitori sono e restano Nordafrica, paesi Baltici, Mar Nero e solfato ammonico cinese.
Il Cbam non è stato sospeso: quali sono gli effetti che sta avendo e che avrà sui prezzi dell’urea?
Considerando che l’incidenza della “quota Cbam” si è iniziata ad avvertire già verso la fine di gennaio, una volta terminate le scorte di merce acquistata prima del 31 dicembre, ritengo che 30-45 €/t (valore ipotizzato per la merce importata), siano andati ad incidere in ragione dell’8-12% sul prezzo finale. Paradossalmente, a fronte di prezzi vicini agli 800 €/t, l’incidenza del Cbam sarà percentualmente inferiore visto che le emissioni costituiscono un valore “fisso” e che, addirittura, il costo dei certificati è in calo ed il prossimo 7 aprile se ne conoscerà il valore da applicare alle importazioni del primo trimestre 2026.
Ascoltiamo molti appelli del mondo agricolo e molte rassicurazioni del governo: ma quanto sindacati e governo possono realmente incidere su questi mercati?
Al momento non vediamo nessun “effetto farfalla” a partire dal fronte interno, perché, per quanto sbattano forte le ali le associazioni degli agricoltori, gli appelli restano inascoltati dalle Istituzioni (tanto UE quanto nazionali). L’idea che i Governi possano spostare equilibri economici è fuori da ogni realtà men che meno le Istituzioni UE che già in passato avevano pensato di creare una centrale d’acquisto di concimi per tentare di calmierare i prezzi. Ridicolo allora ed ancora più pietoso oggi quando si è persino cercato di spacciare come un aiuto al mondo agricolo l’abolizione dei dazi su una serie di concimi.
Alcune associazioni ci sono anche cascate ed hanno salutato con gioia questa operazione, senza rendersi conto che, almeno in Italia, meno dell’1% delle importazioni è colpito da dazi visto che quasi tutti i paesi esportatori godono di tariffa preferenziale e non hanno mai pagato alcun dazio. Meglio stendere un velo pietoso su chi fa demagogia e chi “abbocca”.
Autore: Paolo Viana
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