filiere troppo lente
Home » NUOVE VARIETÀ, FILIERE TROPPO LENTE

NUOVE VARIETÀ, FILIERE TROPPO LENTE

Il miglioramento genetico del frumento tenero corre, ma il ricambio varietale in campo è più lento. Secondo il Prof. Reyneri pesano il reimpiego della semente e filiere conservative.

Il problema del frumento tenero italiano non è la mancanza di innovazione genetica. Al contrario, il panorama varietale è dinamico e negli ultimi anni sono arrivati materiali capaci di spostare in avanti contemporaneamente produttività, qualità e resistenza alle principali patologie. Il punto critico è riuscire a trasferire abbastanza rapidamente questa innovazione dai campi sperimentali alle aziende agricole e, soprattutto, alle filiere.

È uno dei principali elementi che Amedeo Reyneri, Professore Ordinario di Agronomia e Coltivazioni erbacee presso il DISAFA dell’Università degli Studi di Torino, individua leggendo i risultati della Rete nazionale delle prove varietali del frumento tenero.

«Il frumento, almeno in termini di superficie, è la prima coltura del mondo ed è la prima coltura in Europa. Questo vuol dire che ci sono interessi economici assai rilevanti sul frumento e quindi c’è necessariamente un dinamismo molto forte ».

Una genetica sempre più aperta

Secondo Reyneri, uno degli elementi che ha accelerato maggiormente il processo di innovazione è il superamento dei confini tradizionali tra i diversi bacini di selezione.

«Ormai non ci sono più le barriere che ostacolano l’arrivo della genetica del Centro Europa nei paesi del Sud del continente, o viceversa. Abbiamo un contesto estremamente più dinamico di quanto non fosse anche solamente qualche decennio fa».

Un’evoluzione che si vede anche nei risultati varietali: nei frumenti panificabili superiori, in particolare, la genetica sta riuscendo progressivamente a conciliare rese elevate e caratteristiche qualitative, riducendo quel compromesso che storicamente tendeva a penalizzare la produttività delle classi merceologiche più pregiate.

«Nei frumenti panificabili superiori stiamo vedendo come si riesca a migliorare la produzione tenendo elevato anche il contenuto proteico: questo è un successo notevole».

Anche per i frumenti di forza il quadro si sta muovendo. Reyneri sottolinea la presenza di nuove varietà che mostrano una qualità paragonabile a quella di alcuni materiali storici ma con una maggiore capacità produttiva. In altre parole, il miglioramento genetico sta cercando di superare uno dei limiti tradizionali di questa categoria: la bassa resa associata ad una forte sintesi proteica e al mantenimento di standard qualitativi molto elevati.

Tenero e duro, due velocità diverse

È proprio sul dinamismo genetico che emerge una differenza significativa rispetto al frumento duro. «L’evoluzione genetica del frumento tenero si conferma più vivace di quella del frumento duro. Nel duro ci sono nuove varietà interessanti, ma il movimento verso un incremento di resa e qualità è meno evidente».

Per Reyneri la spiegazione è anche strutturale. Il frumento duro rappresenta una quota molto più limitata del mercato cerealicolo mondiale, attorno al 5%, rispetto al tenero e dispone, quindi, di una base di investimenti, programmi di breeding e variabilità genetica complessivamente meno ampia.

La differenza non significa che il miglioramento genetico del duro sia fermo, ma evidenzia due contesti molto diversi. Sul tenero operano un mercato internazionale molto più vasto e un’intensa circolazione dei materiali genetici; sul duro, invece, il numero degli attori e la dimensione complessiva del mercato sono inferiori.

A questo si aggiunge oggi una situazione economica più delicata per il duro, in particolare nelle aree meridionali. Reyneri richiama il rischio di un circolo vizioso nel quale quotazioni poco remunerative riducano la velocità del ricambio varietale e le spese tecniche rendendo più difficile raggiungere gli standard qualitativi richiesti dal mercato. La più frequente monosuccessione, inoltre, accentua i limiti qualitativi.

«La concorrenza estera sul grano duro è molto forte e altrettanto forti sono anche gli aspetti qualitativi di quello importato che, spesso, sono superiori a molte produzioni nazionali».

Il tenero, pur condividendo con gli altri seminativi il problema di prezzi spesso insoddisfacenti, presenta secondo Reyneri un quadro meno problematico: ha una collocazione consolidata nelle rotazioni e negli ordinamenti colturali, una domanda di filiera sostenuta e, soprattutto, un’attività di miglioramento genetico molto intensa.

Resa, proteine e sanità

Il progresso varietale non può, però, essere valutato soltanto attraverso i risultati di resa e contenuto proteico. Le nuove varietà devono rispondere anche alle pressioni fitosanitarie.

Reyneri richiama in particolare septoriosi e fusariosi della spiga come due dei principali fronti sui quali concentrare l’attenzione. Per le ruggini, invece, il lavoro svolto dal miglioramento genetico ha consentito di attenuare sensibilmente il problema, pur all’interno della continua rincorsa tra nuove resistenze varietali ed evoluzione dei patogeni.

Per l’agricoltore la conseguenza è che la scelta varietale diventi sempre più articolata. Produzione, stabilità, contenuto proteico, destinazione merceologica, adattamento all’areale e profilo sanitario devono essere letti insieme.

Ed è proprio la disponibilità di prove pluriennali, realizzate in ambienti differenti, a permettere di distinguere una buona prestazione occasionale dalla reale affidabilità agronomica di una varietà.

Il primo freno: il reimpiego della semente

Sebbene l’offerta varietale sia dinamica, l’adozione in campo procede più lentamente. Reyneri individua due ostacoli principali.

Il primo nasce ancora una volta dalla redditività. «A causa della bassa redditività, troppo sovente si ricorre al reimpiego di sementi aziendali. Si rimane fermi su varietà vecchie e, quindi, si segue meno il rinnovo che il mercato può offrire».

Però, la questione non riguarda soltanto il mercato sementiero. Continuare a utilizzare per molti anni lo stesso materiale significa rinunciare almeno in parte al progresso genetico intervenuto nel frattempo: maggiore produttività, migliori caratteristiche qualitative, resistenze più aggiornate e una possibile migliore risposta alle condizioni ambientali.

Il secondo freno sono le filiere

Il secondo limite riguarda invece i contratti e le richieste della trasformazione.

«Le filiere, dal punto di vista delle scelte e dell’orientamento varietale nei contratti, sono piuttosto conservative. Dal momento in cui ci sono varietà di comprovata qualità e stabilità molitoria, i contratti tendono a mantenerle nel tempo, anche quando sono parzialmente superate».

Reyneri cita gli esempi di Bologna e Rebelde: varietà che hanno consolidato nel tempo una forte reputazione presso la trasformazione ma che oggi, osserva, dispongono di possibili successori migliorativi. Non si tratta di mettere in discussione il valore dei materiali storici, bensì di evitare che la garanzia offerta da una varietà conosciuta diventi una barriera all’ingresso per materiali nuovi e già validati agronomicamente.

Il fenomeno non è nuovo. Le filiere hanno comprensibili esigenze di continuità e affidabilità ma quando il miglioramento genetico accelera anche i meccanismi di validazione commerciale devono riuscire a seguirlo.

«La rete del CREA rimane fondamentale»

È qui che Reyneri attribuisce un ruolo centrale alla sperimentazione pubblica e, in particolare, alla Rete nazionale coordinata dal CREA.

«È molto importante che la ricerca e l’ottima rete del CREA, che rimane fondamentale, vadano a interloquire con le filiere per fare in modo che ci sia una maggiore attenzione sulle potenzialità del ricambio varietale».

Il valore della Rete va, quindi, oltre la costruzione delle graduatorie produttive. La sperimentazione indipendente e ripetuta nei diversi areali genera quelle evidenze necessarie a creare fiducia nei confronti delle nuove varietà, anche presso gli utilizzatori industriali.

Cooperative e consorzi possono, a loro volta, svolgere un ruolo importante nel trasferire queste informazioni agli agricoltori e indirizzare le scelte di semina. Ma, osserva Reyneri, non possono trovarsi di fronte a filiere che contemporaneamente chiedono di continuare a coltivare esclusivamente materiali consolidati.

«È un sistema che deve aggiornarsi con maggiore rapidità».

Il messaggio che arriva dalla Rete, dunque, non riguarda soltanto quale varietà abbia prodotto qualche quintale in più. Il frumento tenero dispone di un miglioramento genetico vivace e di nuove possibilità per conciliare resa, qualità e sanità. Rispetto al duro parte anche da un contesto internazionale più favorevole all’innovazione. La sfida è fare in modo che questo progresso arrivi più rapidamente dai campi sperimentali alle aziende e venga riconosciuto altrettanto rapidamente dalle filiere.

Autore: Azzurra Giorgio, Agronomo iunior

Puoi seguirci anche sui social, siamo su FacebookLinkedin e Instagram

Iscriviti alla nostra Newsletter e al servizio Whatsapp!

Cliccando "Accetto le condizioni" verrà conferito il consenso al trattamento dei dati di cui all’informativa privacy ex art. 13 GDPR.

Informativa sulla Privacy

Informativa sulla Privacy - WhatsApp

* Campo obbligatorio