Abbandonato ricerca duro
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PERCHÈ ABBIAMO ABBANDONATO LA RICERCA SUL DURO?

Alberto Guidorzi analizza la decadenza del breeding nazionale

Per comprendere il miglioramento genetico operato sul frumento negli ultimi due secoli dobbiamo partire a livello europeo. Infatti qui il problema era quello di evitare i danni da freddo, non dimentichiamo neppure che l’Europa continentale stava solo uscendo dalla piccola era glaciale e aveva difficoltà a produrre frumento, ciò aveva obbligato a seminare frumento e segale mescolati nei climi più freddi (50% e 50% o 33% e 66% era la nota pratica del “meteil” dei francesi) al fine di mediare la differente resistenza ai geli delle due specie.

Tra i primi che si interessarono al miglioramento del frumento furono John Le Couteur (1794-1875) nell’isola di Jersey (dove selezionò anche la razza bovina Jersey) e Patrick Shireff (1791-1876) in Scozia. Essi si resero conto che ciò che era arrivato in Europa dalla “mezzaluna fertile” era un miscuglio di tipi tramandati per selezione massale, solo che tra queste tipologie ve n’erano di più buone e di meno buone e di conseguenza se si voleva progredire occorreva cercare di far seminare solo i tipi migliori. Da qui Le Couteur ebbe l’intuizione di tenere divisi i semi di ogni pianta interessante, moltiplicarli al punto da poter valutare quale pianta dava risultati migliori (primi tentativi di selezione per linee pure). Con questo metodo furono create due varietà: “Talavera de Bellevue” e “Squarehead” (varietà che reincontreremo).

Lo Shireff invece fu il primo a comprendere che il frumento (specie tipicamente omogama) si poteva ibridare e si doveva praticare la castrazione per ottenerla. Intuì anche la scelta dei parentali era importante, infatti andò alla ricerca di mutanti naturali; sarà questa la base della selezione genealogica, che soppiantò la selezione massale e che fu messa a punto da Louis de Vilmorin (1816-1860). Egli la esplicitò nel 1856 dicendo che occorreva seguire per generazioni la discendenza dell’incrocio prima di operare le scelte. La prima varietà in assoluto frutto d’incrocio, cioè ibrida, fu “Dattel” (P.Alberto x Chiddam ottenuta nel 1883),  varietà coltivata fino al 1940. Dobbiamo anche dire che a quel tempo l’Europa continentale si basava su varietà inglesi (Prince Alberto, Chiddam, Victoria, Shirreff’s Bearded White) ed inoltre riceveva grano russo (prodotti nelle terre nere o chernozem) che arrivava nei porti atlantici ( blè de l’ile de Noè, Blé Red Chaff Dantzick, blé d’Odessa, ossia i cosiddetti grani d’Aquitania). Il Dattel infatti derivava da questi grani e vedremo che anche Strampelli li userà. Inoltre la granicoltura USA e Canadese è proprio nata usando campioni di varietà russo-ucraine che parenti di emigrati nel Nuovo Mondo hanno fatto loro pervenire (Red Five e Hard Red Winter) e da cui sono derivate le note farine Manitoba. I grani russi avevano caratteristiche panificatorie migliori (i chernozem era ricchi di azoto) seppure fossero molto eterogenei; erano inoltre miniere di variabilità genetica, che ben si combinava con la migliore produttività dei grani inglesi. Altra caratteristica dei frumenti d’Aquitania era l’alternatività, ossia la possibilità di seminarli in autunno ed anche in primavera. Non si deve dimenticare che allora la forza della farina non superava i 70-80 punti di W, mentre ora siamo a valori di più di 350; insomma con quelle farine di panettoni o non se ne potevano fabbricare.

A quei tempi, in Italia si coltivavano, come in Francia delle popolazioni di grano tenero (Rieti, Gentil rosso) e di grano duro (Saragolle, Russie, Trigo Murru, Tripolino e Bidi) cioè non delle vere e proprie varietà come sono intese oggi, ossia aventi una definizione genetica, una distinguibilità, una omogeneità ed una stabilità varietale. Vi è anche da dire che a fine 800 e primi 900 le leggi di Mendel stavano solo uscendo dal letargo (meglio oblio) in cui erano finite dopo l’enunciazione.

In particolare in Italia lo Strampelli fu uno dei primi a prenderne conoscenza ed a cercare di applicarle ed a preferire l’incrocio come metodo di miglioramento. A questo proposito è nota la contrapposizione tra Strampelli e Todaro (partigiano della selezione di linee pure all’interno delle popolazioni), riassumibile nella nota affermazione del primo: “ io faccio selezione creatrice, mentre voi fate selezione conservatrice”. Infatti in quel periodo il Todaro ricavò dal Gentil rosso la “razza 48” e la “razza 11” dal Rieti”, mentre Lo Strampelli, mettendo in pratica le sue intuizioni ottenne il “Carlotta Strampelli” (Rieti x Massy francese). Per dare un’idea dell’intenso lavoro che già faceva Strampelli vi è da dire che il Carlotta era solo una delle 1089 linee di cui il genetista italiano aveva conservato le sementi. Comunque i grani francesi (specialmente il “blé de Noé, il cui nome deriva dal francese Marchese di Noè e non dal Noè biblico) fecero da genitori a molte nostre varietà (Inallettabile 38 e 96, Virgilio, Catria, Zara, Rosso Leonessa, Baionette, Frassineto 405).

Arriviamo finalmente allo storico incrocio pentaparentale eseguito dallo Strampelli tra le varietà Wilhelmina Tarwe (olandese), Squarehead (inglese) e Rieti (Italiano) che diedero origine alle linee “21ar” e “67m”, a sua volta incrociate con la varietà nana giapponese Akagomughi per ottenere le quattro varietà che furono alla base della “battaglia del grano”, ossia: Ardito, Mentana, Damiano e Villa Glori. Dal Villa Glori x Balilla poi derivò il San Pastore. Quali caratteri genetici era riuscito a mettere insieme lo Strampelli? Eccoli: bassa taglia, precocità, Insensibilità al fotoperiodo, resistenza al freddo, resistenza alle ruggini, elevata fertilità della spiga, adattamento a condizioni agroclimatiche diverse.

Molti altri seguirono poi le orme di Strampelli ed inoltre da eminentemente pubblica la creazione varietale cominciò a divenire privata, e qui citiamo la Società Produttori Sementi, fondata dal Todaro, e rivoltasi poi all’uso dell’incrocio ed all’uso dei frumenti nani giapponesi (Saitama 27). Fra le costituzioni ricordiamo la “serie F” (Funo, Funotto, Funello, Farnese… e poi Argelato, Irnerio e infine Centauro). Oltre al Todaro ci preme citare: Avanzi, Orlandi, Bonvicini, Draghetti, Marchetti, Trentin (costitutore della serie “L” capostipite il Libellula) e Michaelles (Autonomia A e B”, Mec, Conte Marzotto). Questo racconto però termina negli anni 80-90, dopo entrammo nel buio più totale della creazione varietale italiana e cominciammo a rivolgerci alla creazione straniera, ma purtroppo fatta per altri climi e solo adattata a quelli italiani.

Per il grano duro la situazione cambia? No, ma la possiamo percorrere velocemente. Abbiamo già accennato a cosa si seminava ad inizio 1900, questo germoplasma era classificabile in due categorie: “mediterraneo tipico” e “Siriaco tipico” distinguibili per: minore altezza, maggiore precocità e maggiore accestimento del secondo tipo. I miglioratori di quel tempo e che possiamo definire come “prima epoca del miglioramento del grano duro”, erano: De Cillis, Conti, Casale e Strampelli e quest’ultimo selezionando i migliori genotipi di una popolazione nordafricana (Jenah Retifah secondo Strampelli e Bidi secondo De Cillis) ottenne la varietà popolazione Senatore Cappelli, che si dimostrò essere superiore a tutto ciò che si coltivava allora (adattabilità, spiga con maggior numero di semi, ma soprattutto qualità delle semola nettamente superiore); era, però, un frumento alto di taglia e attaccato dalle ruggini. Altri lavorarono in questo senso e ottennero il Russello, le Timilie e la Stirpe 74 (derivata dal Bidi). La “seconda epoca” invece è caratterizzata dall’ibridazione tra le linee mediterranee e le linee siriache (epoca che durò a lungo, cioè fino agli anni ’60 del secolo scorso), che portò al relativo abbassamento della taglia dei frumenti duri e ad una maggiore precocità.

Lo Strampelli ottenne il Dauno, e nel 1927 il Garigliano (tripolino x Cappelli). Il Casale nel 1950 ottenne in Sicilia il Capeiti 8 (Cappelli x Eiti) e il Patrizio 6 (Cappelli x Eiti 6) cinque anni dopo. Furono i due grani che cominciarono a scalfire il dominio del Senatore Cappelli perché abbassarono l’Harvester index al di sotto di 1 e migliorarono la produttività, ma, come spesso capita, si è pagato un prezzo: cioè è diminuita la qualità della semola. Ecco che nasce una “terza epoca di creazione varietale” al fine di uscire da questa contrapposizione ricorrendo a ibridazioni interspecifiche. Barbieri e Deidda a Cagliari ottennero Maristella (Dauno III x Capeiti 8) ed Ichnusa (Biancale x Capeiti 8) , Ballatore in Sicilia ottenne il Trinakria (linea B18 x Capeiti 8), in Puglia Dionigi ottenne nel 1973 Appulo (Cappelli x Grifoni 235 x Capeiti 8) E’ di quest’epoca l’utilizzazione delle mutazioni indotte (Scarascia Mugnozza ottenne Castelporziano e Castelfusano irraggiando il Cappelli; Casteldelmonte agendo sul Grifoni e Castelnuovo, usando il Garigliano). L’ultimo “afflato” della creazione varietale italiana l’abbiamo avuta sempre a metà degli anni ’70 con la serie “Val” (Valnova, Valgerardo, Valforte ecc) ed infine con la varietà Creso (incrocio tra un mutante indotto del Cappelli (Cp B 144) e un prodotto d’incrocio ottenuto da Borlaug). Ultimo arrivato dalla ricerca pubblica di Caltagirone e con ottimo successo è la varietà Simeto (Capeiti 8 x Valnova) del 1988.

Dagli anni 90 del secolo scorso dobbiamo registrare tre cose: la fine della creazione varietale pubblica italiana, l’inizio della presenza in Italia di creazioni varietali straniere e molte vicissitudini societarie delle ditte sementiere nazionali private. Il tutto in un contesto che ha imposto alla creazione varietale un’accentuata pluridisciplinarità (Biotecnologie, biologia, agronomia, biochimica, trattamento dell’informazione e soprattutto la sperimentazione pluriannuale in campo). Tutto ciò implicava un impiego di ingenti capitali necessari per poter pagare le spese delle 10 generazioni che si susseguono da quando si scelgono i parentali e li si incociano: in prima generazione o F1 le piante sono omogenee, in F2 comincia la disgiunzione e si fanno le prime selezioni, in F3 ulteriore selezione ed inizio della fissazione dei caratteri, F4 scelta delle famiglie ed epurazione nelle famiglie, fa F5 a F8 continuazione della selezione, prime prove di produzione e di comportamento, F9 e F10 fine della selezione e test per l’iscrizione della varietà al catalogo nazionale. L’eventuale successo varietale è rapportato, ma non direttamente proporzionale, al numero di incroci che si fanno e che si seguono secondo lo schema suddetto, ma è evidente che più genealogie si seguono più aumentano le anticipazioni di capitali. Tuttavia non è detto che la varietà su cui si è puntato abbia successo commerciale, saranno le condizioni variabili del mercato e delle variazioni ambientali che lo determineranno. Infatti la selezione in funzione del clima e dell’ambiente avviene in relazione ai climi incontrati durante il ciclo creativo e non ai climi futuri che, invece, hanno bisogno di diversità genetica nuova. Ora il programma di ricerca di base pubblica del CREA, ossia il programma TEA4IT-CER per cereali come riso, frumento e orzo è volto a creare diversità genetica nuova, ma cosa prevediamo per la ricerca applicata, ossia cosa ce ne facciamo della diversità genetica nuova senza un “contenitore” agronomicamente valido in cui inserirla? 

Autore: Alberto Guidorzi, già rappresentante per l’Italia di Florimond Desprez

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