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DENTRO IL PIANO SEMENTI BIO DEL CREA

Sementi bio, la sfida parte da Foggia per il frumento duro

Grano Italiano ha visitato la sede del CREA Cerealicoltura e Colture Industriali di Foggia, dove Pasquale De Vita e il gruppo di ricerca stanno lavorando su uno dei dossier più strategici per il futuro del frumento duro: il Piano Nazionale delle Sementi Biologiche (PNSB). La visita ha consentito di approfondire un punto decisivo per la cerealicoltura italiana: se il bio vuole crescere davvero, servono varietà pensate per questi sistemi, filiere sementiere attrezzate e strumenti affidabili per tracciabilità e disponibilità del seme. Un’impostazione che è in linea con quanto Grano Italiano aveva già raccontato sul PSNB 2025-2027 e sul ruolo operativo del CREA-CI per frumento duro, tenero e riso.

Perché il duro bio ha bisogno di varietà dedicate

Il frumento duro biologico non può essere trattato come una semplice replica del convenzionale. In Italia e, soprattutto, in aree come Puglia e Sicilia, il bio rappresenta una quota importante della produzione di duro e beneficia di un differenziale di prezzo che continua a rendere interessante questa scelta per molte aziende. Il vero nodo, però, è la disponibilità di materiali realmente adatti ai sistemi a basso input.

«Il Ministero dell’Agricoltura (MASAF n.d.a.) ha finanziato il piano nazionale delle sementi biologiche e noi siamo impegnati per i cereali: frumento tenero, duro e riso», spiega De Vita. L’obiettivo generale del Piano, in particolare, è ridurre il ricorso alle deroghe – cioè all’uso di sementi convenzionali in agricoltura biologica – aumentando la disponibilità di materiale riproduttivo biologico e varietà pensate per questi contesti.

Le tre esigenze del grano duro bio

Per il frumento duro biologico i problemi agronomici non sono marginali, ma strutturali. De Vita li riassume con grande chiarezza in tre priorità.

La prima è il tenore proteico. Nei sistemi biologici è spesso difficile raggiungere i livelli richiesti dall’industria della trasformazione, anche per l’indisponibilità della concimazione minerale che dovrebbe essere sostituita da rotazioni lunghe, apporti di sostanza organica e impiego di concimi di origine organica, più costosi e meno prontamente disponibili. Per questo servono varietà con elevata efficienza d’uso dell’azoto.

La seconda è la competitività verso le infestanti. In assenza del diserbo chimico, il frumento deve avere una spiccata capacità di coprire il terreno, intercettare risorse e limitare la pressione delle malerbe.

La terza è la resistenza alle malattie, in particolare quelle trasmesse da seme, come le carie, ma anche ruggini e, in alcuni ambienti più settentrionali, il mal del piede. «Le varietà resistenti alle malattie, sotto questo punto di vista, sono interessanti anche per i sistemi convenzionali», osserva De Vita, ricordando come molti caratteri selezionati per il bio abbiano, in realtà, ricadute trasversali sull’intero sistema del frumento.

Breeding tradizionale, ma con marcatori molecolari

La ricerca del CREA-CI non supera il breeding classico ma lo rende più efficiente. Il cuore del programma resta, infatti, quello del percorso di incrocio e selezione, ovvero il miglioramento genetico tradizionale. Questo, però, è supportato dall’uso dei marcatori molecolari che consentono di accelerare e rendere più precisa la selezione dei caratteri chiave, in particolare per le resistenze.

Questo approccio è cruciale in ambito biologico, dove la varietà deve essere più autonoma e resiliente. Non basta essere produttiva: deve mantenere equilibrio tra resa, qualità, sanità della granella e adattamento. A Foggia esiste anche un campo certificato per il biologico che consente di impostare prove mirate e confronti in condizioni coerenti con gli obiettivi del programma. È qui che il lavoro di selezione si collega direttamente alla realtà produttiva, evitando di sviluppare varietà “da laboratorio” scollegate dalle problematiche delle aziende agricole.

Miglioramento genetico partecipativo e MEB

Uno degli aspetti più innovativi del Piano è il coinvolgimento diretto della filiera. Come sottolineato da De Vita, il MASAF ha voluto un forte raccordo con gli agricoltori nell’ottica di un miglioramento genetico partecipativo. Non si lavora soltanto per consegnare una varietà finita al mercato ma per costruire una rete capace di sviluppare, mantenere e valorizzare materiali adatti al bio.

Tra questi rientrano i Materiali Eterogenei Biologici (MEB) che possono essere iscritti nel Registro Varietale e hanno caratteristiche molto interessanti per la resilienza e l’adattamento locale. Tuttavia, proprio la loro natura eterogenea pone problemi di mantenimento in campo, oltre che di descrizione e tracciabilità. «Questo progetto vuole fare in modo che si creino dei nuclei professionali in grado di gestire e supportare una rete di agricoltori», dice De Vita. È un punto decisivo: senza una professionalità sementiera diffusa, il rischio è che materiali promettenti si perdano nel tempo.

Tracciabilità, mercato e professionalità sementiera

La vera prova del nove non sarà solo genetica ma organizzativa. I MEB e le varietà specifiche per il bio hanno bisogno di un mercato che li riconosca, di operatori capaci di moltiplicarli correttamente e di strumenti credibili di tracciabilità. Proprio su questo sta lavorando il CREA-DC (Difesa e Certificazione), con l’obiettivo di definire protocolli utili a descrivere e rintracciare materiali che non rientrano pienamente negli schemi classici delle varietà moderne, che sono distinguibili, uniformi e stabili.

È un passaggio tutt’altro che secondario. Le ditte sementiere che si stanno avvicinando al progetto hanno bisogno di programmazione, regole e supporto tecnico. Senza questa infrastruttura, la domanda di seme bio rischia di restare superiore all’offerta, perpetuando il sistema delle deroghe che il Piano vuole superare. Anche per questo il CREA-CI di Foggia si sta muovendo non solo sul piano scientifico, ma anche su quello della costruzione di competenze e reti.

Dal bio una lezione utile a tutto il comparto

Il lavoro sul bio non è quello di una nicchia ma un laboratorio di innovazione utile all’intero frumento duro italiano. Efficienza nell’uso dell’azoto, resistenza alle malattie, competitività verso le infestanti, qualità della granella e adattamento locale sono obiettivi che parlano anche al convenzionale, soprattutto in un contesto di input più costosi e clima più instabile.

La visita alla sede di Foggia conferma che il PNSB non è soltanto una misura di accompagnamento, ma un banco di prova per una nuova idea di miglioramento genetico: più vicina agli agricoltori, più attenta ai sistemi colturali reali, più integrata con la filiera. Ed è proprio su questo terreno che il CREA-CI sta provando a costruire una risposta concreta, capace di tenere insieme dimensione tecnica e organizzativa.

Ma affrontare davvero queste sfide richiede anche un salto sul piano degli strumenti. Per sviluppare varietà più efficienti, resilienti e adatte a sistemi complessi come il biologico, il miglioramento genetico deve evolvere, integrando nuove conoscenze e tecnologie. È su questo fronte che a Foggia si sta giocando una partita decisiva, tra collaborazione internazionale e nuove tecniche di evoluzione assistita.

Foto di Pasquale De Vita, CREA Foggia.

Autore: Azzurra Giorgio

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