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QUANTO GRANO RAPPRESENTA LA CUN?

Domenico De Francesco solleva degli interrogativi, dati alla mano

Finalmente ha esordito la Cun e si potrebbe dire che la montagna ha partorito il topolino. Leggiamo tanti commenti sui social e il più tenero è che siamo di fronte all’ennesima presa in giro per gli agricoltori. Cerchiamo di capire cosa significhi: storicamente, la Cun è una vecchia idea del presidente di Granosalus, l’ex Senatore Saverio de Bonis, e lo spirito con cui fu proposta era di valorizzare il grano duro italiano rispetto all’import, introducendo dei criteri di valutazione del prodotto diversi da quelli convenzional9. L’enorme import extra Ue avveniva e avviene prevalentemente  da paesi come Canada , Kazakhstan e Russia, dove le semine avvengono in primavera ed il raccolto a ridosso dell’inverno, spesso presentano residui di glifosate  e micotossine come il DON in quantità rilevanti.

Eppure i rilievi di rito non hanno mai evidenziat0 contenuti residuali al di sopra dei termini di legge. Ma lo sanno tutti che il glifosate in quelle aree viene usato per controllare  l’eccessivo inerbimento dei campi e che l’elevata presenza di Don è dovuta alla persistente esposizione della granella a forti impatti di umidità. Senza contare la presenza di contaminanti come il  cadmio…

Un vecchio progetto

Andiamo oltre: il progetto di una commissione unica nazionale è stato da subito osteggiato e rimandato a data da destinarsi nel corso del tempo ma oggi finalmente debutta con politici e sindacati che a suon di fanfara se ne intestano la paternità e ne cantano le lodi, asserendo che finalmente abbiamo risolto il problema del mercato del grano duro… Francamente, non capiamo dove sia il vantaggio per il cerealicoltore: i criteri di valutazione con cui si stabiliscono i valori mercuriali medi del raccolto italiano sono scandalosi, oltraggiosi e vergognosamente offensivi per chi fa il nostro mestiere.

Perché? Perchè non compare un solo  criterio tossicologico ma soltanto criteri merceologici secondo le esigenze dei trasformatori. Fin qui uno direbbe “niente di nuovo”, nel senso che sono gli stessi criteri con cui hanno operato fino ad oggi le principali borse merci nazionali, ovvero contenuti proteici e peso specifici: gli stessi li ritroviamo nella Cun, ma con un distinguo.

Le borse italiane quotano così

Come sappiamo le principali borse merci italiane di riferimento per il grano duro sono quella di Bologna e di Foggia, dove viene quotato e scambiato  oltre il 50% della produzione nazionale. Logico che queste borse divengano il riferimento su tutto il territorio nazionale, salvo le isole o il nord.

La novità della Cun sta nell’aver inserito nel listino due qualità di riferimento  che fino ad oggi mai erano state prese in considerazione: il FINO ALTO PROTEICO con partenza 15% di proteine e il FINO PROTEICO, partenza 14% proteine , parametri non adottati  in nessuna borsa merci italiana fino ad oggi , le quali hanno sempre quotato nel corso degli anni riferendosi a un contenuto proteico per la categoria FINO del 12,50% a Foggia e del 13% a Bologna per poi passare al BUONO MERCANTILE con 12% proteine di Foggia  per scendere fino all 11,5% di Bari; chiudeva la categoria il  MERCANTILE dall’11% di Foggia al 10,50% di Bari… Insomma, due tipologie di grano duro nettamente diverse sui piano proteico ma anche su quello commerciale. Vediamo perché, ma partiamo dal mercato, quello stesso mercato su cui si muovono i mugnai.

I canadesi quotano così

I listini canadesi su PDQ individuano per il CWAD 1°, ovvero la fascia migliore per qualità del durum, un 13% di proteine; in Spagna abbiamo tre categorie e anche in tal caso si parte dal 13% di contenuto proteico per arrivare all’11% del terzo grado. Insomma, sui mercati che contano, di listini che abbiano come riferimento delle granelle ultra proteiche come nella nostra Cun non vi è traccia…

A questo punto la domanda sorge spontanea: quanta granella iper proteica si produce in Italia da garantire scambi meritevoli di rilievi nazionali? Saremmo curiosi di vedere il volume di scambio di queste granelle, se la loro massa critica sia tale da influenzare l’intero mercato nazionale o se siamo di fronte ad un mercato di nicchia, prevalentemente appannaggio delle filiere che ad oggi riguardano appena il 10% della totale superficie seminata a grano duro in Italia, i cui risultati qualitativi spesso sono sotto le aspettative. Che dire? Attendiamo che la Commissione pubblichi i volumi di scambio.

Il Crea e le proteine reali

Anticipiamo però che, prendendo a riferimento le ricerche del CREA estando al monitoraggio del raccolto italiano dal 2008 al 2015 (secondo dati pubblicati da Agricolae e confermati dalle prove in campo degli anni successivi, che Granoitaliano.eu ha pubblicato), la massa critica del raccolto italiano non supera un contenuto proteico medio del 12,50%:  questo è il motivo per cui tutte le borse merci italiane fino ad oggi hanno adoperato metri di valutazione delle nostre granelle con contenuti proteici di partenza per il sud Italia a 12,50% di proteine e per il nord – riferimento Bologna – al 13% proteine.

Torniamo a domandare alla Cun: a quanto ammonta la produzione di grano duro italiano iperproteico ad oggi e come mai diventa oggetto di scambio commerciale su larga scala? Non vi è il rischio che questa esposizione, senza il supporto dei dati, influenzi le quotazioni delle categorie con contenuti proteici minori, in senso positivo e/o negativo?

Una presa in giro?

Si capisce allora perchè qualcuno si senta preso in giro: basta confrontare i listini delle borse con le quotazioni della Cun e non considerare le prime due categorie iperproteiche per accorgersi che le quotazioni del fino di Foggia si distinguono dal fino del centro Italia Cun di pochi centesimi, roba da copia-incolla. Se si vuole valorizzare il grano duro nazionale non si può presciendere dal mercato e non basta chiudere le borse merci. Sorprende poi che la Cun non abbia preso a riferimento  neanche i costi minimi di produzione divulgati da Ismea qualche mese fa, che restano ben al di sopra delle quotazioni Cun.

Come a dire fatta la festa gabbato lo santo… Non era questo che si aspettavano gli agricoltori da questo strumento e sarebbe bene ricordare a qualcuno che trasparenza e democrazia abbisognano di pluralismo: gli agricoltori non cadano dunque nell’inganno della soppressione delle borse di Foggia e Bologna. Anzi, il fatto che continuino a lavorare è una garanzia di trasparenza, in quanto si tratta di organismi pubblici che permetteranno di confrontare le quotazioni locali con quelle nazionali e capire dove realmente il mercato voglia e possa andare. Perché si vuole cancellare questa trasparenza?

Autore: Domenico De Francesco, cerealicoltore di Atessa

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