A Siena proteine basse e prezzi in crisi.
L’annata 2025-2026 lascia agli agricoltori della provincia di Siena una situazione complessa. Le rese produttive non sono state particolarmente negative, ma la qualità merceologica del grano duro ha risentito delle condizioni climatiche. In particolare, il tenore proteico non ha raggiunto i valori richiesti dall’industria di trasformazione.
Il problema emerge con chiarezza dall’esperienza di Alessandro La Greca, agricoltore associato a Confagricoltura e titolare di un’azienda agricola di circa 400 ettari nel comune di Buonconvento, in Val d’Arbia in provincia di Siena. L’azienda dispone di circa 260 ettari coltivabili, distribuiti tra pianura e collina, e inserisce il frumento sia tenero che duro all’interno di una rotazione che comprende anche girasole ed erba medica.
La sua esperienza fotografa una delle difficoltà che oggi interessano la cerealicoltura: produrre quantità adeguate non è sufficiente se i parametri qualitativi richiesti dal mercato non vengono raggiunti. E il tenore proteico rappresenta uno degli elementi più importanti per la valorizzazione del grano destinato alla trasformazione.
«Nella stagione 2025-2026 vi è stata una notevole scarsità di precipitazioni, soprattutto nelle ultime fasi del ciclo colturale», spiega La Greca. Il risultato è stato particolare: «Una buona produzione in termini quantitativi per la zona, con valori attorno a 45 q/ha, ma allo stesso tempo un basso tenore proteico, nonostante un ottimo peso specifico».
Grano duro: quantità e qualità non sempre coincidono
Il dato di 45 quintali per ettaro indica, nell’esperienza aziendale riportata, una produzione considerata buona per la zona. Tuttavia, la resa quantitativa non ha compensato il problema qualitativo.
La Greca riferisce infatti di aver ottenuto un peso specifico di 85 kg/hl, mentre il tenore proteico si è fermato al 12%. Il dato diventa particolarmente significativo se confrontato con le condizioni previste dal contratto di filiera sottoscritto dall’azienda.
«Io ho fatto un contratto di filiera per il grano duro, ma le caratteristiche del grano non sono state ritenute sufficienti dall’industria molitoria», racconta l’agricoltore. Il contratto richiedeva un tenore proteico del 14%, valore che, secondo La Greca, le condizioni climatiche dell’annata non hanno consentito di raggiungere.
La differenza tra il 12% rilevato in azienda e il 14% richiesto dal contratto mostra quanto possa essere determinante il rapporto tra andamento meteorologico e qualità finale della granella. Il frumento può arrivare alla trebbiatura con una produzione soddisfacente, ma non necessariamente con caratteristiche tali da ottenere la valorizzazione economica prevista.
È un aspetto importante anche nella programmazione aziendale. Il cerealicoltore deve infatti sostenere i costi della coltivazione senza avere la certezza che il prodotto raggiunga i parametri necessari per accedere ai premi qualitativi o alle condizioni previste dai contratti di filiera.
La siccità incide sulle caratteristiche della granella
Nell’annata descritta da La Greca, la scarsità di precipitazioni si è concentrata soprattutto nelle fasi finali del ciclo colturale. L’agricoltore collega direttamente queste condizioni alla difficoltà nel raggiungere il tenore proteico richiesto.
Il caso evidenzia una questione centrale per la cerealicoltura italiana: la gestione della qualità del frumento non può essere separata dall’andamento climatico. Le condizioni della stagione influenzano infatti il risultato finale e possono rendere più difficile rispettare parametri fissati in fase contrattuale.
Per il produttore, quindi, il rischio non riguarda soltanto la quantità raccolta. Anche la qualità può diventare un fattore di incertezza economica.
Nel caso dell’azienda di Buonconvento, il risultato è stato un grano con buon peso specifico ma con un contenuto proteico inferiore alla soglia richiesta. «Tutto questo porta ad avere un grano considerato di bassa qualità dalle industrie di trasformazione», sottolinea La Greca.
La distinzione tra i diversi parametri è fondamentale. Una granella può presentare caratteristiche positive sotto alcuni aspetti e risultare invece penalizzata da un singolo parametro considerato decisivo dal compratore. Per l’agricoltore questo significa che la qualità deve essere valutata nel suo insieme, ma anche in relazione alle specifiche richieste dalla filiera di destinazione.
Prezzi del grano e costi di produzione
Alla questione qualitativa si aggiunge quella economica. Secondo La Greca, gli attuali prezzi del grano non consentono di remunerare adeguatamente il rischio assunto dall’azienda agricola.
«I prezzi non sono assolutamente remunerativi per le aziende, si lavora costantemente in perdita», afferma. Nella sua valutazione, un prezzo di circa 25 euro al quintale porta a un margine di poco superiore ai 1.000 euro per ettaro, a fronte di costi di produzione che considera ormai troppo elevati.
Il problema non riguarda soltanto il prezzo di vendita. L’agricoltore deve confrontarsi con una struttura dei costi che, secondo La Greca, è diventata sempre più pesante. Tra gli elementi citati ci sono gasolio, fertilizzanti e materie prime, ai quali si aggiungono gli effetti delle difficoltà climatiche e i danni provocati dalla fauna selvatica.
«L’agricoltore non viene ripagato adeguatamente in rapporto al rischio che corre», sostiene.
Il tema del rischio è particolarmente rilevante per una coltura estensiva come il frumento. Una parte consistente dei costi viene sostenuta prima della raccolta, mentre il risultato economico arriva soltanto alla fine del ciclo. Se a questo si aggiungono siccità, eventi meteorologici intensi o problemi di qualità della granella, il margine dell’azienda può ridursi rapidamente.
Le difficoltà aumentano nelle aree collinari
La situazione appare ancora più complessa nei terreni collinari. La Greca ha scelto di interrompere la coltivazione dei terreni in collina perché, a suo giudizio, le rese inferiori non sono compensate da una riduzione proporzionale dei costi.
«Ho smesso di coltivare i terreni in collina perché ovviamente garantiscono rese inferiori con gli stessi costi di produzione», spiega.
È un passaggio che mette in evidenza il rapporto tra produttività del terreno e sostenibilità economica della coltura. Quando i costi restano elevati e la produzione potenziale diminuisce, la convenienza della coltivazione diventa più difficile da mantenere.
Secondo l’agricoltore, alcune aziende hanno già ridotto o interrotto la produzione, anche ricorrendo alle opportunità offerte dagli strumenti della Politica Agricola Comune. Tra questi cita l’Ecoschema 5, legato alla semina di specie di interesse apistico e agli obiettivi di biodiversità.
La scelta di destinare una superficie a una coltura o a un’altra, quindi, non dipende più soltanto dalle caratteristiche agronomiche del terreno. Entrano in gioco anche i costi, i prezzi attesi, gli eventuali sostegni e il livello di rischio della coltivazione.
Un futuro incerto per la cerealicoltura
La Greca descrive una situazione nella quale diventa difficile programmare gli investimenti. «Non è possibile programmare qualsiasi tipo di investimento», afferma, sottolineando come la sua azienda agricola venga sostenuta anche da un’altra attività.
La difficoltà di programmare è uno degli aspetti più delicati per un settore nel quale molte decisioni richiedono un orizzonte temporale lungo. Acquistare macchinari, migliorare i terreni o investire in nuove tecnologie significa impegnare risorse con l’obiettivo di recuperarle attraverso le produzioni future.
Se invece prezzi, costi e risultati produttivi presentano un’elevata variabilità, la propensione all’investimento tende inevitabilmente a ridursi.
Il problema, nella lettura proposta dall’agricoltore senese, non riguarda soltanto la singola azienda. La riduzione della coltivazione dei terreni può avere conseguenze anche sul territorio. «Se non si mantengono coltivati i campi, gli stessi diventano boschi in pochi anni», osserva La Greca.
L’agricoltura assume quindi, secondo questa prospettiva, anche una funzione di presidio del territorio. La continuità della coltivazione mantiene aperti gli spazi agricoli e limita l’abbandono delle superfici. La Greca collega inoltre l’abbandono dei terreni alla crescita di vegetazione spontanea e al conseguente aumento, a suo giudizio, del rischio di incendi.
L’ipotesi provocatoria: fermare le semine
Di fronte alle difficoltà economiche, La Greca arriva a proporre una soluzione volutamente drastica: «Per un anno nessuno dovrebbe più seminare un ettaro di grano».
Si tratta di una posizione espressa dall’agricoltore per rappresentare la gravità della situazione dal punto di vista del produttore. La sua provocazione nasce dalla percezione di una forte distanza tra i costi sostenuti dalle aziende e la remunerazione del prodotto.
«Dalla nuova campagna ormai alle porte non so più che cosa aspettarmi, se conviene lavorare i campi o meno», afferma.
La questione della redditività si intreccia così con quella del ricambio generazionale. Secondo La Greca, le difficoltà economiche rendono meno attrattiva la professione agricola per i giovani.
L’agricoltore sottolinea inoltre un altro elemento: il valore del mantenimento del paesaggio agricolo. «Si continua a fare questo mestiere solo perché siamo affezionati alla nostra terra», sostiene, evidenziando il legame tra attività agricola, territorio e identità rurale.
Il nodo della CUN e della formazione del prezzo
Nella sua analisi La Greca pone infine l’attenzione sulla formazione del prezzo del grano e sul ruolo della Commissione unica nazionale, la CUN.
«La CUN mi sembra meno trasparente delle borse merci tradizionali», afferma. L’agricoltore contesta in particolare il modo in cui vengono considerate le differenze territoriali e qualitative e pone una domanda sulla diversa valorizzazione del tenore proteico nelle varie aree del Paese.
Si tratta di una valutazione personale dell’intervistato, che chiama in causa uno dei temi più delicati per la filiera cerealicola: la trasparenza nella formazione del prezzo e la capacità del mercato di riconoscere economicamente le caratteristiche qualitative della granella.
La Greca ritiene inoltre che il mercato sia fortemente concentrato e che il potere contrattuale degli agricoltori sia insufficiente. «Chi produce è sempre quello che non ne trae alcun beneficio e quando le cose vanno male è il primo a rischiare in prima persona», sostiene.
La sua critica si estende anche alla differenza tra il prezzo dei prodotti alimentari e quello riconosciuto alla materia prima agricola. «Il prezzo del pane e della pasta aumenta, ma allo stesso tempo il prezzo del cereale non sale», osserva.
Qualità del grano e redditività: due facce dello stesso problema
L’esperienza dell’azienda di Buonconvento mette in evidenza due questioni che per il cerealicoltore sono strettamente collegate: qualità e redditività.
L’annata 2025-2026 ha prodotto, nel caso descritto, una resa di circa 45 q/ha e un peso specifico di 85 kg/hl, ma un tenore proteico del 12%, inferiore al 14% richiesto dal contratto di filiera. Il risultato mostra quanto sia importante considerare tutti i parametri della granella e non soltanto la quantità raccolta.
Allo stesso tempo, la qualità non può essere separata dal contesto economico. Per ottenere una produzione competitiva l’azienda deve sostenere costi per sementi, fertilizzanti, carburanti, lavorazioni e gestione della coltura. Su questi costi agisce poi il rischio climatico, che può compromettere il risultato finale.
Per il produttore diventa quindi centrale poter contare su una valorizzazione coerente con la qualità ottenuta e con i costi sostenuti. È questo, in ultima analisi, il punto sul quale si concentra la testimonianza di La Greca.
La nuova campagna parte con molte incognite
La nuova annata si apre dunque con numerose incognite per l’azienda agricola senese. Il tema non riguarda soltanto la possibilità di ottenere una buona resa, ma anche quella di produrre una granella con caratteristiche richieste dall’industria e capace di generare un margine adeguato.
La vicenda raccontata da La Greca non consente di trarre conclusioni generali sull’intera cerealicoltura italiana, ma offre una testimonianza concreta delle difficoltà che un’azienda può incontrare quando clima, qualità del prodotto e mercato si muovono nella stessa direzione sfavorevole.
Per il grano duro, il tenore proteico resta quindi un parametro centrale nella valorizzazione della produzione. Per l’agricoltore, però, la qualità deve essere accompagnata da un prezzo capace di coprire i costi e remunerare il rischio d’impresa.
La domanda che arriva dai campi della Val d’Arbia è quindi soprattutto economica: quanto deve valere il grano per rendere sostenibile la sua coltivazione? La risposta coinvolge agricoltori, industria molitoria e pastaria, sistema di commercializzazione e istituzioni. Ed è una risposta che diventa sempre più urgente mentre prende il via una nuova campagna cerealicola.
Autore: Alessandro Contini
Puoi seguirci anche sui social, siamo su Facebook, Linkedin e Instagram




