Il cambiamento climatico sta modificando le rotazioni agricole nel Polesine. Le estati sempre più calde, la siccità e le difficoltà di approvvigionamento idrico spingono diverse aziende a ridurre le superfici destinate alle colture primaverili-estive, in particolare al mais, per aumentare quelle investite a frumento tenero. Una tendenza che emerge anche dall’esperienza diretta delle imprese agricole del territorio. Ne parliamo con Annamaria Mantovani, giovane imprenditrice agricola iscritta a Coldiretti Rovigo, che racconta come stanno cambiando le scelte colturali, quali varietà utilizza e quali difficoltà economiche deve affrontare oggi un’azienda cerealicola.
Il cambiamento climatico ridisegna le rotazioni nel Polesine
Nel territorio polesano il frumento tenero sta assumendo un ruolo sempre più importante negli ordinamenti colturali. Non si tratta soltanto di una scelta legata alle opportunità di mercato o alla ricerca di nuove colture da inserire in rotazione. Alla base di questa evoluzione ci sono soprattutto le condizioni climatiche, che negli ultimi anni hanno reso più complicata la gestione delle colture primaverili-estive.
Annamaria Mantovani conduce un’azienda agricola familiare di circa 200 ettari nel comune di Fiesso Umbertiano, in provincia di Rovigo. L’indirizzo produttivo è prevalentemente cerealicolo e l’attività aziendale comprende anche il contoterzismo. Le colture principali sono il grano tenero e, su una superficie più contenuta, il grano duro. Non mancano, tuttavia, mais, soia e barbabietola da zucchero, che completano l’organizzazione delle rotazioni.
L’azienda ha inoltre intrapreso un percorso di diversificazione. Dal 2022, proprio in risposta alle difficoltà legate alla siccità, ha introdotto la coltivazione dei tulipani, affiancandola a un’attività di fattoria didattica.
Una scelta che testimonia come le imprese agricole siano chiamate a rivedere progressivamente le proprie strategie, cercando nuove opportunità produttive e organizzative.
«Da alcuni anni, a causa del cambiamento climatico, sto notando che diverse aziende della zona, noi compresi, un tempo principalmente maidicole, stanno aumentando sempre di più le superfici destinate a grano tenero», racconta Mantovani.
Il fenomeno merita attenzione perché interessa un areale nel quale il mais ha rappresentato a lungo una coltura centrale. La crescente difficoltà nel gestire questa specie durante le estati più calde sta modificando le valutazioni degli agricoltori. La disponibilità di acqua, la possibilità di irrigare nei momenti più delicati del ciclo e i costi necessari per sostenere la produzione diventano elementi sempre più determinanti nella programmazione aziendale.
Il frumento, grazie al suo ciclo autunno-vernino, consente invece di concentrare buona parte dello sviluppo vegetativo in un periodo dell’anno generalmente caratterizzato da temperature meno elevate. Questo non significa che la coltura sia immune dagli effetti del cambiamento climatico, ma rappresenta, in determinate condizioni aziendali, un’alternativa da considerare nella gestione delle rotazioni.
Meno mais e più frumento: cambiano anche i tempi di lavoro
L’aumento delle superfici a frumento tenero emerge anche dall’organizzazione dei cantieri aziendali. Mantovani, grazie all’attività di contoterzismo, ha una visione diretta delle scelte effettuate da numerose aziende agricole del territorio. Il confronto tra le operazioni di semina del mais e quelle del frumento offre un’indicazione concreta dell’evoluzione in corso.
«In passato la semina del mais impegnava anche un mese di lavoro. Oggi, invece, per questa operazione si impiegano al massimo 15 giorni», osserva.
La riduzione dei tempi dedicati alla semina del mais riflette il cambiamento delle superfici investite. Parallelamente, aumenta il lavoro necessario per la semina del frumento, perché un numero crescente di agricoltori sceglie di inserire questa coltura autunno-vernina in alternativa al mais.
Non si tratta soltanto di sostituire una specie con un’altra. Il cambiamento interessa l’intera organizzazione aziendale, dalla distribuzione delle lavorazioni alla programmazione dei cantieri, fino alla gestione delle risorse idriche.
La scelta del frumento permette di distribuire diversamente il rischio produttivo durante l’anno. Le colture primaverili-estive affrontano infatti le fasi più delicate del ciclo proprio quando le temperature possono raggiungere valori molto elevati e le precipitazioni risultano insufficienti.
Per il mais, in particolare, la disponibilità idrica durante le fasi di fioritura e riempimento della granella condiziona fortemente il risultato produttivo. Gli stress termici e idrici possono compromettere la fecondazione, ridurre il numero di cariossidi e limitare il peso finale della granella.
A questo si aggiunge il problema sanitario. Le condizioni di caldo e siccità possono favorire lo sviluppo di funghi produttori di micotossine, tra cui le aflatossine, con conseguenze sulla sicurezza e sulla commercializzazione del prodotto.
«Siamo in presenza di estati sempre più torride, con conseguenti difficoltà nell’approvvigionamento idrico. Questo provoca stress nella pianta di mais e può creare anche problemi sanitari, con l’accumulo di aflatossine nella granella. Il frumento, invece, ancora se la cava», sottolinea Mantovani.
La testimonianza evidenzia un aspetto importante: la scelta colturale non dipende più soltanto dalle rese potenziali, ma anche dalla capacità di una specie di affrontare condizioni ambientali sempre meno prevedibili.
Frumento tenero, la scelta varietale punta sulla precocità
All’interno dell’ordinamento aziendale di Mantovani il frumento tenero rappresenta la coltura principale tra i cereali autunno-vernini. Anche la scelta varietale è cambiata nel corso degli anni, seguendo le esigenze produttive e l’organizzazione delle operazioni di raccolta.
In passato l’azienda seminava prevalentemente la varietà Bologna. Negli ultimi anni, invece, ha orientato le proprie scelte verso Califa-Sur, una varietà a ciclo breve che permette di anticipare la trebbiatura.
«Abbiamo scelto Califa Sur perché, essendo una varietà a ciclo breve, permette di arrivare alla trebbiatura già ai primi di giugno e garantisce produzioni elevate, nell’ordine dei 70 quintali per ettaro», spiega l’imprenditrice.
La precocità rappresenta un elemento interessante nella gestione del frumento, soprattutto in areali dove il rapido aumento delle temperature nella parte finale della primavera può accelerare la maturazione e ridurre la durata del periodo di riempimento della granella.
Anticipare la raccolta può inoltre offrire vantaggi organizzativi. Consente di liberare prima i terreni e programmare con maggiore anticipo le operazioni successive, soprattutto nelle aziende che devono gestire superfici importanti e più colture in successione.
Naturalmente, il ciclo breve non costituisce da solo una garanzia di successo. La scelta varietale deve tenere conto delle caratteristiche pedoclimatiche dell’areale, della data di semina, della fertilità del terreno e della disponibilità idrica. Anche la gestione della nutrizione e della difesa fitosanitaria rimane fondamentale per raggiungere produzioni soddisfacenti.
Il dato dei 70 quintali per ettaro indicato da Mantovani rappresenta il risultato produttivo ottenuto nella sua esperienza aziendale e costituisce un riferimento concreto per comprendere le potenzialità della varietà nelle condizioni di coltivazione adottate.
Per quanto riguarda il frumento duro, l’azienda mantiene invece una presenza più limitata, utilizzando le varietà Platone e Odisseo.
La differenziazione tra tenero e duro permette di mantenere una certa diversificazione produttiva, anche se le scelte aziendali sembrano orientarsi soprattutto verso il primo, che oggi occupa una posizione predominante nell’organizzazione colturale.
Costi di produzione e prezzi del grano: margini sempre più ridotti
Se dal punto di vista agronomico il frumento tenero sembra offrire alcune opportunità di adattamento alle nuove condizioni climatiche, il quadro economico presenta criticità importanti.
L’aumento delle superfici coltivate non significa automaticamente un miglioramento della redditività aziendale. Il problema riguarda soprattutto il rapporto tra costi di produzione e prezzi di vendita della granella.
Concimi, gasolio e altri mezzi tecnici incidono sempre di più sui bilanci delle aziende. Anche quando le rese risultano soddisfacenti, il valore riconosciuto al prodotto può non essere sufficiente a garantire un margine economico adeguato.
Mantovani descrive una situazione di malcontento diffuso tra gli agricoltori della zona.
«Al momento i prezzi di mercato non mi sembrano soddisfacenti. C’è un malcontento generale fra gli agricoltori, non soltanto per una questione di marginalità: a fronte dei costi elevati, soprattutto per concimi e gasolio, non riesco nemmeno a coprire le spese», afferma.
Il problema riguarda la capacità delle imprese di sostenere i costi necessari per mantenere livelli produttivi adeguati. In un contesto caratterizzato da prezzi delle materie prime agricole e dei mezzi tecnici soggetti a oscillazioni, programmare gli investimenti diventa più difficile.
Per il frumento, la concimazione rappresenta una voce importante del bilancio aziendale. Ridurre gli apporti per contenere le spese può avere conseguenze sulla produttività e sulla qualità della granella. D’altra parte, mantenere un livello elevato di investimenti senza una prospettiva di remunerazione adeguata espone l’azienda a rischi economici significativi.
È una condizione che mette gli agricoltori davanti a una scelta complessa: contenere i costi oppure mantenere una tecnica colturale capace di sostenere le rese.
A rendere il quadro ancora più complicato contribuisce il contesto geopolitico internazionale, che influenza i mercati energetici, le materie prime e i prezzi dei fertilizzanti.
«Questi aumenti non dipendono da noi, ma dal contesto geopolitico che stiamo vivendo. Eppure, quelli che pagano maggiormente le conseguenze siamo proprio noi agricoltori, che rappresentiamo l’anello debole della catena», osserva Mantovani.
La questione non riguarda soltanto il costo dei mezzi tecnici. Secondo l’imprenditrice, esiste anche un problema di percezione del valore riconosciuto al lavoro agricolo da parte dei consumatori.
Il prezzo sugli scaffali non coincide con il reddito agricolo
Uno dei punti sollevati da Mantovani riguarda la distanza tra il prezzo pagato dal consumatore e il compenso che arriva effettivamente al produttore.
Quando aumentano i prezzi dei prodotti alimentari sugli scaffali, spesso si tende ad associare automaticamente questo incremento a maggiori guadagni per le aziende agricole. La realtà della filiera, tuttavia, è più complessa.
Il prezzo finale comprende infatti diverse componenti: trasformazione, logistica, confezionamento, distribuzione e commercializzazione. Il valore riconosciuto alla materia prima agricola rappresenta soltanto una parte del prezzo pagato dal consumatore.
«Quando la gente va a fare la spesa, è convinta che con l’aumento dei prezzi dei beni sugli scaffali noi ci guadagniamo. In realtà, nelle nostre tasche rimangono pochi centesimi di guadagno», sostiene Mantovani.
La sua osservazione riporta al centro il tema della distribuzione del valore lungo la filiera cerealicola. Il cerealicoltore sostiene i costi della produzione e affronta direttamente i rischi legati al clima, alle rese e alla qualità della granella. Tuttavia, non sempre riesce a trasferire questi maggiori costi sul prezzo di vendita.
Il risultato è una compressione dei margini che rischia di condizionare anche le future scelte colturali.
Se il frumento tenero continua a guadagnare spazio nelle rotazioni per ragioni agronomiche e climatiche, la sua sostenibilità economica rimane legata alla capacità della filiera di riconoscere un valore adeguato al prodotto italiano.
CUN e formazione del prezzo: serve maggiore dialogo con gli agricoltori
Il tema della remunerazione conduce inevitabilmente alla questione della formazione del prezzo del grano e al ruolo della CUN, la Commissione unica nazionale.
Per Mantovani, questo strumento può rappresentare un’opportunità, ma rimangono diverse criticità legate alla partecipazione degli operatori e alla capacità di tutelare gli interessi della componente agricola.
«Penso che la CUN sia un buon strumento, ma anche in questo caso riscontro molta disinformazione», afferma.
L’imprenditrice esprime perplessità sul ruolo dei diversi soggetti coinvolti nella filiera, in particolare rispetto agli interessi dei mulini e alla posizione degli agricoltori italiani.
La sua critica riguarda soprattutto l’equilibrio tra chi produce la materia prima e chi la acquista per trasformarla. Il rischio, secondo Mantovani, è che le esigenze della produzione agricola non trovino un adeguato spazio nelle dinamiche che portano alla definizione del prezzo.
Il tema è particolarmente delicato per il frumento nazionale. Gli agricoltori devono confrontarsi con un mercato nel quale la disponibilità di prodotto estero rappresenta un elemento importante nelle strategie di approvvigionamento dell’industria molitoria.
La possibilità di acquistare grano proveniente da altri Paesi può infatti condizionare il potere contrattuale delle aziende agricole italiane, soprattutto quando l’offerta nazionale non riesce a organizzarsi in modo efficace.
«Sarebbe bello, direi quasi utopico, che fossero soltanto gli agricoltori a poter decidere, o perlomeno a discutere con gli altri attori coinvolti nella formazione del prezzo. Oggi questo non succede», osserva Mantovani.
La sua posizione evidenzia la necessità di un confronto più equilibrato tra le diverse componenti della filiera. Il problema non consiste soltanto nel determinare un prezzo, ma anche nel garantire trasparenza, rappresentatività e una maggiore comprensione delle condizioni economiche che caratterizzano la produzione nazionale.
Mantovani esprime inoltre preoccupazione per la concorrenza del prodotto estero e per il rischio che il grano italiano perda progressivamente peso nelle strategie di acquisto degli operatori industriali.
«Ai mulini non interessa del grano italiano: tanto, dicono, se non c’è il grano italiano lo prendiamo dall’estero», riferisce, sintetizzando una percezione diffusa tra gli agricoltori che chiedono maggiori garanzie per la produzione nazionale.
Si tratta di una questione che va oltre la singola azienda. La capacità di mantenere una produzione cerealicola nazionale dipende anche dalla possibilità di costruire rapporti più solidi tra agricoltura, industria molitoria e trasformazione.
Il futuro del grano tenero tra clima e redditività
L’esperienza di Annamaria Mantovani restituisce un’immagine concreta delle trasformazioni in atto nella cerealicoltura polesana. Il cambiamento climatico sta influenzando le scelte colturali e spinge diverse aziende a riconsiderare il peso delle colture primaverili-estive, soprattutto del mais, a favore del frumento tenero.
La maggiore diffusione di quest’ultimo risponde alla necessità di adattare gli ordinamenti produttivi a estati sempre più calde e a una disponibilità idrica meno prevedibile. Anche la scelta di varietà a ciclo breve, come Califa-Sur, rientra in una strategia aziendale orientata a gestire meglio i tempi di maturazione e raccolta.
Rimane però aperta la questione economica. Le rese, anche quando raggiungono livelli interessanti, non bastano a garantire la sostenibilità dell’impresa se i prezzi di vendita non coprono i costi di produzione.
Per il Polesine, quindi, la crescita delle superfici a grano tenero rappresenta una trasformazione importante, ma non può essere letta soltanto come una risposta agronomica al cambiamento climatico. Occorre considerare anche la capacità della filiera di valorizzare il prodotto italiano e di riconoscere al cerealicoltore una remunerazione coerente con i costi e i rischi sostenuti.
La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: adattare le rotazioni alle nuove condizioni climatiche senza perdere di vista la redditività. Perché il grano tenero può anche diventare una presenza sempre più importante nei campi del Polesine, ma per continuare a coltivarlo servono produzioni soddisfacenti e, soprattutto, prezzi capaci di sostenere il reddito delle aziende agricole.
Autore: Alessandro Contini
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