La crisi della cerealicoltura continua a pesare sulle aziende agricole dell’Oltrepò pavese. A riportare al centro dell’attenzione il tema è un’intervista pubblicata sulla newsletter di Confagricoltura Pavia, nella quale Stefano Lamberti, presidente della sezione cerealicola dell’organizzazione provinciale, descrive con toni molto chiari le difficoltà che stanno attraversando i produttori di grano del territorio. Tra prezzi stagnanti, costi produttivi elevati e incertezze di mercato, il rischio concreto è quello di una progressiva riduzione delle superfici coltivate, con ripercussioni sull’intero sistema agroalimentare locale. L’intervento di Lamberti mette in luce non solo la fragilità economica del comparto, ma anche la necessità di strumenti più efficaci per garantire trasparenza nella formazione dei prezzi e sostenibilità per le imprese agricole.
Prezzi troppo bassi per coprire i costi
Il primo nodo evidenziato riguarda la redditività della produzione cerealicola. Secondo quanto riportato nell’intervista, il prezzo del frumento panificabile continua a collocarsi su livelli insufficienti per coprire i costi sostenuti dalle aziende.
Il grano tenero panificabile, infatti, “resta quotato intorno ai 23 centesimi al chilogrammo”, una cifra che, nel contesto attuale, non consente di compensare l’aumento dei costi di produzione. Fertilizzanti, prodotti fitosanitari, carburanti ed energia rappresentano voci sempre più pesanti nei bilanci aziendali, determinando una forbice tra costi e ricavi che continua ad ampliarsi.
Stefano Lamberti sintetizza così la situazione: «Non possiamo permetterci che la discussione si spenga. La situazione resta critica e non vediamo ancora interventi concreti in grado di incidere sul reddito dei produttori». Il problema non è soltanto congiunturale. Lamberti parla di una difficoltà strutturale che sta mettendo sotto pressione molte aziende cerealicole.
«Continuare a produrre sotto costo non è sostenibile, e il rischio è che sempre più aziende scelgano di ridurre le semine o di abbandonare il comparto», avverte.
Il rischio di riduzione delle superfici
Negli ultimi anni il territorio pavese ha già registrato una contrazione significativa delle superfici destinate alla cerealicoltura. Una dinamica che potrebbe accentuarsi ulteriormente se le condizioni economiche non dovessero migliorare.
Il problema non riguarda soltanto il reddito immediato delle aziende, ma anche gli equilibri agronomici e produttivi del territorio. La cerealicoltura, infatti, rappresenta una componente fondamentale dei sistemi agricoli locali, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle rotazioni colturali.
Secondo Lamberti, il grano non può essere considerato una coltura marginale: la sua presenza incide sull’organizzazione delle aziende agricole, sulla fertilità dei suoli e sulla sostenibilità agronomica complessiva delle produzioni. Una riduzione delle superfici potrebbe quindi generare effetti a catena che andrebbero ben oltre il singolo comparto.
L’eventuale abbandono della cerealicoltura rischierebbe, infatti, di compromettere un equilibrio costruito nel tempo, con ripercussioni sull’intera filiera agroalimentare provinciale.
Il ruolo della CUN e la trasparenza dei prezzi
Un altro punto centrale dell’intervento riguarda il tema della formazione dei prezzi e del funzionamento degli strumenti di regolazione del mercato.
Lamberti richiama in particolare l’attenzione sulla Commissione Unica Nazionale (CUN) per il grano duro, uno strumento che dovrebbe contribuire a rendere più trasparente il processo di definizione delle quotazioni.
«Resta aperta la questione della CUN grano duro, la cui efficacia operativa dovrà essere verificata nei fatti», sottolinea. L’obiettivo, secondo il presidente della sezione cerealicola di Confagricoltura Pavia, dovrebbe essere quello di rafforzare il potere contrattuale dei produttori agricoli.
«Serve uno strumento realmente in grado di garantire trasparenza nella formazione del prezzo e di rafforzare il potere contrattuale dei produttori. In assenza di questo, il mercato continua a penalizzare l’anello agricolo della filiera».
Il tema è particolarmente sentito in un contesto in cui la frammentazione dell’offerta agricola e la concentrazione della domanda industriale rendono spesso difficile per i produttori ottenere condizioni di mercato equilibrate.
Biogas e DL Bollette: le ricadute sulla cerealicoltura
Tra i fattori di preoccupazione segnalati nell’intervista emerge anche un tema apparentemente distante dalla cerealicoltura, ma in realtà strettamente collegato: la revisione degli incentivi al biogas elettrico contenuta nel recente DL Bollette.
Molte aziende cerealicole, infatti, hanno sviluppato negli anni rapporti di fornitura con gli impianti di biogas attraverso contratti pluriennali. La riduzione degli incentivi potrebbe però compromettere la sostenibilità economica di questi impianti, con conseguenze indirette sul mercato dei cereali.
Lamberti evidenzia chiaramente questo rischio: «Molte aziende cerealicole forniscono prodotto agli impianti di biogas attraverso contratti pluriennali. Se l’incentivazione viene ridotta e gli impianti vedono compromessa la propria sostenibilità economica, il rischio concreto è la disdetta dei contratti di fornitura».
Le conseguenze potrebbero essere significative per le aziende agricole coinvolte: «Questo significherebbe per molte imprese trovarsi improvvisamente senza un canale di collocazione del prodotto, con ulteriori difficoltà di mercato».
Un problema strutturale per la filiera cerealicola
Nel complesso, dalle parole di Lamberti emerge un quadro che va oltre la singola stagione agraria. Il problema della cerealicoltura è, infatti, strutturale e riguarda diversi fattori concomitanti.
Tra questi, la concorrenza internazionale con standard produttivi e ambientali spesso non omogenei, la forte volatilità delle quotazioni sui mercati e l’aumento dei costi di produzione. A ciò si aggiunge una debolezza strutturale nella capacità di aggregazione dell’offerta agricola, che limita il potere contrattuale dei produttori.
Il tema della sostenibilità economica torna, quindi, centrale nel ragionamento dell’organizzazione agricola. «Abbiamo bisogno di politiche coerenti con gli obiettivi di sostenibilità che vengono richiesti agli agricoltori», afferma Lamberti.
La transizione verso modelli produttivi più sostenibili non può prescindere dalla tenuta economica delle aziende. «Se si alzano gli standard ambientali, occorre anche garantire condizioni economiche che permettano alle aziende di rispettarli senza essere espulse dal mercato».
Il messaggio finale è netto e riguarda il futuro stesso della cerealicoltura: «Non si tratta di assistenzialismo, ma di ristabilire condizioni di equilibrio. Senza un reddito adeguato, non c’è innovazione, non c’è sostenibilità, non c’è futuro per la cerealicoltura».
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