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ACQUA, IL SUD BATTE IL NORD

Secondo l’Osservatorio ANBI, il Sud Italia arriva all’estate con invasi pieni e maggiori riserve idriche, mentre al Nord fiumi e neve mostrano forti deficit. Per l’agricoltura diventa urgente trattenere l’acqua quando c’è e distribuirla dove serve.

Il meteo italiano continua a muoversi per estremi. Da una parte eventi violenti, grandinate, tornado e precipitazioni improvvise; dall’altra fiumi in calo, neve ormai quasi esaurita e distretti agricoli costretti a guardare con preoccupazione alla disponibilità idrica delle prossime settimane. È la fotografia tracciata dall’ultimo Osservatorio ANBI sulle risorse idriche, che consegna un’immagine quasi rovesciata rispetto a quella a cui siamo stati abituati negli ultimi anni: nel 2026 è il Sud a presentarsi come la vera “cassaforte idrica” del Paese, mentre il Nord mostra segnali di stress sempre più evidenti.

Il dato va letto con attenzione perché riguarda direttamente l’agricoltura. Nei mesi scorsi, anche sulle pagine di Grano Italiano, molti agricoltori intervistati avevano raccontato la stessa fragilità: non basta più ragionare sulla pioggia caduta in una singola fase dell’anno. Conta la capacità di trattenere l’acqua, distribuirla quando serve e costruire un sistema più resiliente davanti a stagioni che alternano siccità, caldo precoce e fenomeni estremi.

Eventi estremi sempre più frequenti

Il comunicato ANBI parte da un dato impressionante: dall’inizio di giugno sono stati registrati in Italia 229 eventi acuti, tra tornado, grandine grossa e precipitazioni anomale. Dal primo gennaio il totale sale a 810 eventi, secondo lo European Severe Weather Database. La grandine grossa, nel solo mese in corso, ha già interessato 151 comuni lungo la Penisola, con chicchi che nel Torinese hanno raggiunto anche 7,5 centimetri di diametro.

A spiegare questa instabilità contribuisce anche il riscaldamento del Mediterraneo. Secondo Copernicus, a fine maggio l’area occidentale del bacino presentava anomalie termiche fino a oltre 5 gradi rispetto alla media. Acque così calde diventano una fonte di energia per fenomeni temporaleschi violenti, soprattutto quando incontrano correnti più fredde (si veda la foto a fine maggio 2026 in fondo all’articolo).

Per l’agricoltura significa convivere con un rischio doppio: da un lato la scarsità idrica che riduce la capacità produttiva, dall’altro gli eventi improvvisi che possono distruggere in pochi minuti il lavoro di mesi.

Nord, fiumi in forte sofferenza

Nel Nord Italia il quadro resta molto delicato. I grandi laghi alpini mantengono livelli ancora in linea con la media storica, o superiori nel caso del Sebino, grazie alla fusione nivale e alle piogge intense. I livelli di riempimento vanno dall’80% del Verbano al 97,9% del lago d’Iseo, con Benaco all’82,1% e Lario all’85,9%.

Il problema, però, è quello che accade nei fiumi e nelle riserve nivali. In Piemonte le piogge di maggio sono state inferiori del 44% rispetto alla norma, mentre le temperature medie sono risultate superiori di 1,1 gradi. L’indice SWE, cioè l’acqua equivalente contenuta nella neve, mostra un deficit medio del 47%, con punte molto più gravi nelle aree meridionali, occidentali e settentrionali della regione. Le portate di Tanaro e Toce risultano rispettivamente inferiori del 76% e del 53% rispetto al consueto.

Situazione simile in Valle d’Aosta, dove a maggio sono caduti solo 45 millimetri di pioggia, il 60% in meno della media mensile, mentre la Dora Baltea registra uno scarto negativo del 63%. Anche in Lombardia la riserva nivale si sta rapidamente esaurendo: a fine maggio restavano poco più di 275 milioni di metri cubi d’acqua sotto forma di neve, meno del 31% di quanto atteso nel periodo.

Il Po conferma la criticità. Nel tratto piemontese le portate sono in netto calo: a San Sebastiano il deficit è del 74%, mentre nell’Alessandrino raggiunge il 64%. A Pontelagoscuro, vicino al delta, la portata è in crescita ma resta comunque inferiore del 48% alla media.

Sud, invasi pieni e più margine

Il Sud, invece, arriva all’estate con una disponibilità idrica molto più rassicurante. È un cambio di scenario importante, soprattutto dopo le gravi difficoltà vissute dalla Sicilia nelle ultime campagne. ANBI segnala che l’isola è uscita ufficialmente dall’emergenza idrica grazie agli apporti dei primi mesi dell’anno: ad aprile gli invasi siciliani hanno registrato un incremento di quasi 49 milioni di metri cubi, portando le riserve complessive a 617 milioni di metri cubi.

Questo patrimonio ha permesso alla Sicilia di affrontare con maggiore tranquillità un mese di maggio molto secco, con deficit pluviometrici tra il 50% e l’80%, perché gli invasi risultano pieni all’88%. È un passaggio che richiama direttamente quanto raccontato in passato dagli agricoltori siciliani: nelle aree interne e cerealicole, l’acqua resta il fattore decisivo per stabilizzare produzioni, scelte colturali e reddito.

Anche la Basilicata beneficia di una buona disponibilità. Gli invasi di Monte Cotugno, Pertusillo e Basentello stanno sostenendo la forte domanda irrigua generata dalle alte temperature: nelle ultime due settimane sono usciti oltre 25 milioni di metri cubi d’acqua tra erogazioni ed evapotraspirazione, ma restano ancora disponibili 359,44 milioni di metri cubi. In Puglia, i serbatoi della Capitanata hanno erogato quasi 12 milioni di metri cubi nello stesso periodo, mantenendo comunque l’84% dei volumi autorizzati. In Sardegna, infine, le dighe trattengono 1.617,50 milioni di metri cubi, pari all’87,54% della capacità.

Invasi e reti: la vera sfida

«È il Sud quest’anno la cassaforte idrica d’Italia, confermando la tendenza meteorologica ad alternare stagioni siccitose e ricche d’acqua», commenta Francesco Vincenzi, presidente di ANBI. Una definizione forte, che ribalta la percezione degli ultimi anni e mostra quanto la gestione dell’acqua sia ormai diventata una partita nazionale, non più soltanto locale.

Secondo Vincenzi, la priorità è aumentare la resilienza delle comunità e delle economie locali, «efficientando le opere idrauliche esistenti, realizzando nuovi invasi per trattenere le acque di pioggia sul territorio, creando le reti utili a trasportare l’acqua da un territorio all’altro, secondo necessità».

È qui che il tema diventa strategico per la cerealicoltura. Gli agricoltori lo ripetono da tempo: non si può più affrontare la crisi climatica solo in emergenza, né aspettare che la pioggia arrivi nel momento giusto. Servono accumuli, manutenzione, programmazione e infrastrutture. Perché l’acqua, quando c’è, va trattenuta. E quando manca, deve poter arrivare dove serve davvero.

Autore: Azzurra Giorgio

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