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L’UE NON HA SOSPESO IL CBAM

Un importatore di fertilizzanti ci spiega perchè

Nei giorni scorsi, i ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno adottato l’Orientamento generale sulla proposta della Commissione di rafforzare il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM). A seguito della crisi iraniana gli Stati membri hanno dovuto riconoscere la necessità di un meccanismo di salvaguardia per i fertilizzanti attraverso l’inclusione dell’articolo 27 bis, ma gli agricoltori e le cooperative agricole hanno reagito manifestando una «profonda delusione per il fatto che la soglia di attivazione concordata sia fissata a un livello troppo elevato per fornire una protezione significativa in tempi di crisi». Effettivamente,  L’articolo 27 bis così come è stato concepito mette una pietra tombale sulla possibilità di disattivare il CBAM.

Secondo l’approccio concordato, il meccanismo di salvaguardia si attiverebbe solo se i prezzi dei fertilizzanti importati, escluso l’onere finanziario del CBAM, aumentassero di oltre il 50% rispetto alla media dei dieci anni precedenti. Una soglia così elevata rende estremamente improbabile l’attivazione del meccanismo, anche in caso di gravi perturbazioni del mercato.

L’agricoltura si prepara quindi a un aumento di quest’onere, fino alla sua piena applicazione nel 2034, ma già nel 2026, Copa e Cogeca stimano che il meccanismo crei un onere di 820 milioni di euro, a carico degli agricoltori europei.

Cerchiamo di capire perchè

Cerchiamo di capire perché l’Europa, che ha l’obiettivo tattico di fare cassa per la guerra e quello strategico di cancellare l’attività agricola, abbia creato un meccanismo perverso.

Partiamo dagli ultimi 10 anni caratterizzati da crisi epocali, mai viste prima (COVID fra 2020 e 2021), né in queste proporzioni (scoppio guerra in Ucraina e crisi energetica nel 2022; scoppio della situazione mediorientale dal fatidico 7 ottobre e culmine della crisi con il bombardamento dell’IRAN dapprima sui siti nucleari e poi con l’attacco israelo-americano del febbraio del 2026 con chiusura dello stretto di Hormuz): in questo lasso di tempo, l’agricoltura si trova esposta agli attacchi politici di tutti i partiti in quanto è entrata nel mirino molto tempo prima di questi eventi a causa di campagne fanatico-ambientaliste che hanno trovato comodo individuare nelle campagne il “nemico” per posizionarsi politicamente. Tutti capiranno benissimo che schierarsi contro le abitudini inquinanti dei cittadini o gli interessi dell’industria e della finanza sarebbe stato meno agevole…

Le tesi sono note: l’agricoltura sarebbe responsabile della creazione di gas serra sia per colpa dell’uso di fertilizzanti azotati, sia per colpa degli allevamenti, responsabili della produzione di dispersioni importanti  di gas metano (esecrate anche da animalisti e vegani).

I numeri veri

Se si cercano numeri veri, si constata che l’unico miglioramento della qualità dell’aria in pianura padana si registrò nel 2020, cioè quando l’agricoltura fu chiamata a ingranare la quarta e a produrre di più, per salvarci dalla fame. In quel periodo, come ricorderete, il settore primario era l’unico ad aver il permesso di lavorare.

Dal punto di vista politico e ancor di più da quello della finanza, a margine di questo lavoro ideologico, si è capito ben presto che un’opinione pubblica obnubilata dalla convinzione che frutta e verdura nascano nel supermercati e disposta a pagare cifre maggiorate per i prodotti con la scritta bio e con marchio “made in Italy” può essere utile per ottenere una riduzione di suolo agricolo a favore di strade e centri commerciali, ma anche parchi fotovoltaici. Quindi, basta con l’agricoltura italiana, messa fuori mercato con prezzi crescenti; basta con gli agricoltori (che sono “pochi” e costringono a tollerare un sacco di manodopera invisibile e in qualche caso illegale); viva la food security ottenuta con grandiosi contratti con il Sud America (Mercosur).

Certo, con questa impostazione si possono tutelare le produzioni di fertilizzanti chimici europei (insufficienti, come mostrano i recenti studi sull’urea), senonché queste ultime sono costrette a competere con produttori esteri tecnologicamente più aggiornati: gli impianti europei risalgono mediamente agli anni ’60, gli impianti egiziani, algerini, omaniti, iraniani, turkmeni, cinesi sono tutti più recenti e si avvolgono di costi decisamente inferiori in termini di costi energetici, di manodopera e di burocrazia.

Copa Cogeca e le altre associazioni sbagliano indirizzo, sperando di ottenere una riduzione di pena: oggi chiedono meccanismi più efficaci di disattivazione del CBAM, e nel frattempo, a partire dal 2028, non sarà più possibile usare l’urea in pianura padana.

Altro dovrebbe essere l’obiettivo: escludere l’agricoltura dal CBAM e includere i fertilizzanti (e gli agrofarmaci) nella FOOD SECURITY, perché senza fertilizzanti e difesa delle colture a prezzo competitivo, l’agricoltura andrà a spegnersi e l’Europa si troverà ad avere delegato (anche) la propria sicurezza alimentare a Stati Esteri (e coi venti che tirano non sarebbe una buona notizia).

Autore: Aldo Giglioli, Algio Spa

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