risparmiare azoto dove non serve
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AZOTO, RISPARMIARE DOVE NON SERVE

Il raccolto 2026 mostra che tagliare la dose di azoto in modo uniforme può ridurre resa e qualità. La risposta è una concimazione più precisa.

Il prezzo dei fertilizzanti spinge molte aziende cerealicole a ridurre gli apporti o eliminare alcune concimazioni. È una reazione comprensibile: il costo viene sostenuto mesi prima dell’incasso della granella. Ma nel frumento tenero 2026 del Nord-Ovest l’azoto non era un input facilmente comprimibile: le piogge invernali avevano ridotto le disponibilità nel suolo e, nelle prove del Disafa dell’Università di Torino, la risposta alle dosi è apparsa evidente.

I risultati completi non sono ancora stati elaborati, ma Massimo Blandino, Professore associato di Agronomia e coltivazioni erbacee (nella foto), anticipa un’indicazione netta: «Dal punto di vista agronomico, quest’anno non si sarebbe dovuto risparmiare sulla concimazione. Allo stesso tempo, con questi costi e con i problemi di cassa delle aziende, è inevitabile cercare di impiegare meno azoto e distribuirlo meglio».

Il taglio uniforme è il più rischioso

Ridurre della stessa percentuale l’apporto su tutti i campi è la soluzione più semplice ma non necessariamente la più efficiente. Gli appezzamenti differiscono per tessitura, coltura in precessione, disponibilità idrica, vigore e potenziale produttivo. Una dose superflua in una zona del campo, può essere insufficiente pochi metri più in là.

Grano Italiano ha già raccolto segnali di produzioni e tenori proteici inferiori nelle aziende che hanno eliminato la concimazione di fondo o ridotto fortemente gli apporti in copertura, con effetti più evidenti nei frumenti di forza e nei terreni colpiti da stress idrico.

Per Blandino, il principio deve essere diverso: «Se devo risparmiare, non devo farlo in modo omogeneo. Devo togliere azoto dove non serve o dove è superfluo, apportandolo nelle aree che possono trasformarlo in produzione e qualità».

Il rateo variabile parte dalla diagnosi

Il gruppo del Disafa sta confrontando distribuzioni a dose uniforme e a rateo variabile in diverse ricerche. Le prove avviate nel 2026 non consentono ancora di quantificare i risultati. Esiste però una base scientifica costruita in quattro campagne sperimentali nel Nord-Ovest di cui avevamo parlato sulle nostre pagine.

Uno studio pubblicato nel 2024 ha verificato l’uso di NDVI, NDRE e contenuto di clorofilla fogliare per regolare la concimazione all’inizio della levata. Sia l’apporto in accestimento sia quello in levata hanno aumentato resa e proteine; le carenze dopo la prima distribuzione potevano essere parzialmente corrette con il secondo intervento. Tra gli indicatori, l’NDRE ha mostrato la relazione più stretta con la resa ma il modello deve essere adattato a varietà e ambiente.

La tecnologia, quindi, non sostituisce l’agronomia. Una mappa di vigore non indica automaticamente quanti chilogrammi di azoto distribuire: deve essere letta insieme alla storia dell’appezzamento, all’obiettivo produttivo, alla varietà e alla disponibilità idrica attesa.

Non basta acquistare lo spandiconcime

Gli investimenti dell’agricoltura 4.0 hanno portato in molte aziende spandiconcimi capaci di variare la dose applicata. Il passaggio decisivo è costruire mappe affidabili, calibrare le macchine e verificare i risultati alla raccolta. Sensori, satelliti e droni possono distinguere aree carenti da zone già ben nutrite, ma devono essere inseriti in un protocollo.

«Queste strategie possono consentire di ridurre una parte dell’azoto», spiega Blandino. «Le prove servono a capire quanto se ne possa ridurre, mantenendo invariati o se possibile migliorando i risultati agronomici. L’efficienza deve aumentare, ma la produzione non deve diminuire».

La qualità richiede una strategia

Nei frumenti destinati alla panificazione, e in particolare nei grani di forza, tempi e forme di applicazione influenzano proteine e forza dell’impasto. Una sperimentazione triennale del gruppo del Disafa nel Nord-Ovest su frumenti di forza ha mostrato che un apporto tardivo di 30 chilogrammi di azoto per ettaro ha aumentato mediamente la proteina di 1,1 punti percentuali e il W del 21%, senza effetti significativi sulla resa; la risposta variava però con la forma di fertilizzante e con l’annata.

La conclusione, quindi, non è distribuire più azoto ovunque, ma collegare la nutrizione anche alla destinazione commerciale. Con concimi costosi, la vera innovazione non è rinunciare alla concimazione: è conoscere dove, quando e quanto serve.

Autore: Azzurra Giorgio

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