Il grano in Emilia Romagna risulta protagonista in questa annata, con performance sia quantitative che qualitative che riflettono le potenzialità del territorio.
A tracciare un primo bilancio della campagna è Achille Savini, presidente della Sezione Cereali di Confagricoltura Emilia-Romagna, agronomo e imprenditore agricolo ravennate. Dalle sue considerazioni emerge un quadro incoraggiante, nel quale le buone pratiche agronomiche e la fertilità dei terreni hanno permesso di limitare gli effetti di una stagione non sempre semplice.
Trebbiatura 2026: una campagna positiva per il grano
Le condizioni climatiche dell’annata hanno richiesto particolare attenzione nella gestione della coltura. Le piogge abbondanti registrate tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera hanno infatti rallentato le operazioni di concimazione, costringendo molti agricoltori a modificare la normale programmazione degli interventi.
Nonostante queste difficoltà, il raccolto si presenta molto soddisfacente.
«In linea di massima si prospetta una buona campagna su tutto il territorio regionale sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo», osserva Savini.
Il ritardo della prima concimazione azotata avrebbe potuto penalizzare le produzioni. In realtà, salvo situazioni localizzate, la coltura è riuscita a compensare lo stress iniziale grazie alle buone riserve idriche accumulate durante la stagione.
Secondo Savini, i risultati sono addirittura migliori rispetto allo scorso anno in diverse aree della regione. Se nel 2025 la Romagna aveva ottenuto produzioni elevate mentre altre province avevano registrato rese inferiori, quest’anno il livello produttivo appare più omogeneo su tutto il territorio regionale.
Rese elevate sia per il frumento duro sia per il tenero
Le prime stime indicano rese medie intorno ai 70 quintali per ettaro per il frumento, con differenze legate soprattutto alla tipologia di cereale coltivato.
«I grani teneri risultano generalmente più produttivi e possono superare di 5-10 quintali per ettaro i frumenti duri», sottolinea Savini.
Si tratta di valori che confermano il buon potenziale produttivo dell’Emilia Romagna, favorita dalla presenza di terreni alluvionali profondi e fertili, particolarmente adatti alla coltivazione dei cereali autunno-vernini.
In alcune aziende particolarmente vocate e con un’elevata dotazione di sostanza organica si registrano produzioni ancora più elevate, a conferma dell’importanza della fertilità del terreno e della corretta gestione agronomica.
Qualità della granella: proteine e peso specifico su buoni livelli
Oltre alle rese, anche i parametri qualitativi risultano molto soddisfacenti.
Proteine e peso specifico rappresentano i principali indicatori utilizzati dalla filiera per valutare la qualità commerciale del frumento. Tuttavia, tra questi due parametri esiste un equilibrio non sempre facile da ottenere.
«Quando si registrano pesi specifici molto elevati, spesso il contenuto proteico tende a diminuire», spiega Savini. «Cariossidi molto piene presentano infatti una maggiore componente amidacea che diluisce il contenuto di glutine.»
Naturalmente non esiste una regola assoluta. Le caratteristiche qualitative dipendono da numerosi fattori: varietà coltivata, disponibilità idrica, fertilità del terreno e gestione della concimazione.
Anche differenze climatiche limitate possono incidere sensibilmente sulla qualità finale della granella.
«In alcune zone è sufficiente una precipitazione in più per modificare in maniera significativa le caratteristiche qualitative del raccolto.»
La fertilità dei terreni resta uno dei punti di forza regionali
L’Emilia Romagna continua a distinguersi per la qualità dei propri terreni agricoli.
La presenza di suoli fertili consente di ottenere livelli proteici elevati senza compromettere le produzioni. Naturalmente la genetica varietale mantiene un ruolo determinante.
«Esistono varietà naturalmente predisposte a raggiungere elevati contenuti proteici, mentre altre esprimono soprattutto il loro potenziale produttivo», ricorda Savini.
Per questo motivo la scelta della varietà rappresenta una delle decisioni più importanti nella programmazione della coltura.
Le varietà di frumento più coltivate in Emilia Romagna
La scelta varietale continua a evolversi seguendo le esigenze della filiera e le caratteristiche pedoclimatiche dei diversi areali.
Tra i frumenti teneri il più diffuso è Bandera, una varietà precoce a cariosside rossa che si distingue per l’elevata produttività.
«In alcune situazioni può raggiungere anche i 100 quintali per ettaro», evidenzia Savini.
Accanto a Bandera trovano spazio anche Solindo, Gaia, Bologna, Rebelde e Anouk, tutte varietà ormai consolidate negli ordinamenti colturali regionali.
Nel comparto del frumento duro le aziende puntano principalmente su Felsina, Platone, Mameli e Nazareno.
Quest’ultimo rappresenta un caso particolare.
«Non garantisce le rese più elevate, ma offre un contenuto proteico molto interessante», osserva Savini.
Una caratteristica particolarmente apprezzata dall’industria della pasta.
La concimazione rimane determinante per ottenere alte rese
Tra i fattori che più influenzano la produttività del frumento, la nutrizione azotata occupa un ruolo centrale.
In Emilia Romagna la gestione della fertilizzazione segue uno schema ormai consolidato, adattato però alle caratteristiche del terreno e alla successione colturale.
Il fosforo viene distribuito soprattutto quando i terreni risultano carenti, mentre nella maggior parte delle aziende l’attenzione si concentra sull’apporto di azoto.
«La prima concimazione viene normalmente effettuata a metà gennaio con nitrato ammonico.
Quest’anno, però, le condizioni meteorologiche hanno impedito l’ingresso tempestivo delle macchine nei campi.
In alcune situazioni gli agricoltori hanno sperimentato anche l’impiego dei droni per distribuire il fertilizzante e ridurre il ritardo degli interventi.
La seconda concimazione viene invece effettuata nella fase di levata, generalmente intorno alla metà di marzo, utilizzando urea.
Complessivamente gli apporti oscillano tra 160 e 180 unità di azoto per ettaro, sempre valutando la coltura precedente e la disponibilità residua di elementi nutritivi nel terreno.
Naturalmente le aziende situate nelle aree soggette alla Direttiva Nitrati collocate sopratutto nelle province più a nord della regione devono rispettare limiti differenti nella gestione della fertilizzazione».
Diserbo: cresce la sfida delle infestanti resistenti
La gestione delle infestanti rappresenta uno degli aspetti più delicati della cerealicoltura moderna.
Negli ultimi anni la progressiva riduzione delle sostanze attive disponibili ha modificato profondamente le strategie di difesa.
Secondo Savini, però, il problema principale oggi non è tanto la revoca di alcuni erbicidi quanto la comparsa di popolazioni resistenti.
«Le situazioni più critiche riguardano soprattutto loietto e papavero. Negli ultimi anni sono comparsi anche alcuni ceppi di avena resistenti.»
La diffusione delle resistenze impone strategie sempre più integrate.
L’alternanza dei meccanismi d’azione, l’impiego del diserbo di pre-emergenza quando possibile, la rotazione delle colture e una corretta gestione agronomica rappresentano oggi strumenti indispensabili per limitare il fenomeno.
«Il problema è reale e richiede un approccio sempre più tecnico», conclude Savini.
Le rotazioni migliorano fertilità e sostenibilità
Tra le pratiche agronomiche più efficaci continua a emergere la rotazione colturale.
In Emilia Romagna il frumento viene inserito in successioni che comprendono mais, sorgo, girasole, colza, bietola e colture destinate alle biomasse.
Questa diversificazione consente di migliorare la fertilità del terreno e ridurre la pressione di patogeni e infestanti.
«Il girasole, ad esempio, sopporta molto meglio del mais gli stress idrici», osserva Savini. «Nella nostra zona il mais viene irrigato raramente e quest’anno mostra maggiori sofferenze.»
La rotazione rappresenta quindi uno strumento fondamentale sia sotto il profilo produttivo sia sotto quello ambientale.
L’alternanza delle specie migliora la struttura del terreno, favorisce l’attività biologica del suolo e rende più efficiente l’utilizzo degli elementi nutritivi.
Prezzi fermi e costi in crescita: il vero problema delle aziende
Se dal punto di vista agronomico il bilancio è positivo, quello economico resta decisamente più complesso.
L’aumento dei costi di produzione continua infatti a comprimere i margini delle aziende cerealicole.
Fertilizzanti, carburanti, sementi, agrofarmaci ed energia hanno registrato incrementi rilevanti negli ultimi anni.
«Abbiamo costi di produzione alle stelle. I fertilizzanti azotati sono arrivati a raddoppiare in pochi mesi e oggi molti agricoltori stanno già guardando con preoccupazione alla prossima campagna di semina.»
Secondo Savini, il problema non riguarda soltanto l’aumento dei costi, ma soprattutto la difficoltà di trasferirli sul prezzo finale del prodotto.
«Di fatto stiamo producendo in perdita.»
Il presidente della Sezione Cereali di Confagricoltura Emilia-Romagna esprime inoltre una valutazione prudente sul ruolo della Commissione Unica Nazionale del frumento duro.
«La CUN non ha prodotto gli effetti sperati. Era prevedibile perché le aspettative erano molto elevate. Il mercato delle commodity segue dinamiche internazionali e pensare di fissare un prezzo per legge appare oggi irrealistico.»
Il tema della redditività rimane quindi centrale per il futuro della cerealicoltura italiana. Anche produzioni abbondanti e di elevata qualità rischiano infatti di non tradursi automaticamente in un adeguato reddito aziendale.
Conclusioni
La campagna cerealicola 2025 in Emilia-Romagna lascia un messaggio incoraggiante. Le rese confermano l’elevato potenziale produttivo della regione, la qualità della granella soddisfa le esigenze della filiera e le tecniche agronomiche adottate dalle aziende continuano a garantire risultati di rilievo anche in stagioni climaticamente complesse. Dalle valutazioni di Achille Savini emerge con chiarezza come il risultato finale sia il frutto di molteplici fattori: scelta varietale, corretta concimazione, gestione delle infestanti, fertilità del terreno e rotazioni colturali. In un contesto caratterizzato da cambiamenti climatici e da una crescente riduzione degli strumenti tecnici disponibili, l’approccio agronomico diventa sempre più determinante per mantenere elevata la competitività del comparto cerealicolo regionale.
Il vero punto critico resta però la sostenibilità economica delle aziende. Senza un equilibrio tra costi di produzione e prezzi di mercato, anche annate agronomicamente eccellenti rischiano di non tradursi in un risultato economico soddisfacente. Per il futuro della cerealicoltura sarà quindi fondamentale continuare a investire in innovazione, miglioramento genetico ed efficienza produttiva, ma anche costruire strumenti di mercato capaci di valorizzare il lavoro degli agricoltori.
Autore: Alessandro Contini
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