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QUANTO SI RISPARMIA DAVVERO?

Il rateo variabile promette di distribuire fertilizzanti soltanto dove e quanto servono. Ma quale può essere il ritorno economico?

Quando si parla di agricoltura di precisione, il beneficio economico viene spesso riassunto con una formula semplice: meno input, meno costi. In realtà, i conti sono più complessi: ne parliamo con Alessandro Costanzo, agronomo di SATA, centro di sperimentazione.

Distribuire meno fertilizzante non è, infatti, un obiettivo agronomico in sé. La razionalizzazione ha senso soltanto se consente di ridurre gli apporti nelle porzioni dell’appezzamento già sufficientemente dotate, mantenendo invece le quantità necessarie nelle aree che ne hanno bisogno. E, soprattutto, se la riduzione dei costi non viene pagata con una perdita di resa o qualità.

Per questo è interessante il caso applicativo elaborato da SATA a partire dalla caratterizzazione dettagliata di un appezzamento di circa 31,5 ettari. Il calcolo iniziale riguarda fosforo e potassio e utilizza le indicazioni dei disciplinari di produzione integrata della Regione Piemonte.

Non è un caso studio esclusivamente cerealicolo: la rotazione quinquennale considerata comprende pomodoro da industria, mais da granella e frumento tenero. Si tratta, quindi, di un modello di azienda cerealicolo-industriale del Nord in cui il grano entra in avvicendamento con altre colture. Proprio guardando l’intera rotazione, inoltre, il conto diventa particolarmente interessante.

Quando il terreno ha già ciò che serve

La mappatura ha mostrato una situazione tutt’altro che uniforme. Per il fosforo, circa 28,4 dei 31,5 ettari presentavano una dotazione elevata, mentre soltanto poco più di 3 ettari rientravano nella classe “normale”. Per il potassio la superficie a dotazione elevata era di circa 22,4 ettari, contro 9,1 ettari con dotazione “normale”.

Applicare la medesima dose su tutta la superficie avrebbe, quindi, significato concimare come se quelle differenze non esistessero.

La strategia a rateo variabile segue, invece, una logica diversa: mantenere la dose prevista dal disciplinare nelle aree normalmente dotate e ridurla dove l’elemento è già abbondantemente disponibile. La mappa di prescrizione traduce la conoscenza del suolo in dosi differenti che lo spandiconcime, poi, distribuisce automaticamente nelle diverse zone.

È qui che la precisione diventa reddito.

Sul frumento 121 euro per ettaro

Il passaggio più interessante su cui ci siamo concentrati, con il supporto di SATA, per un cerealicoltore è l’anno della rotazione dedicato al frumento tenero.

Per il fosforo, il confronto parte da un’applicazione uniforme corrispondente a 60 kg/ha di P₂O₅. Nelle zone con dotazione elevata, pari a circa il 90% dell’appezzamento nel caso considerato, il disciplinare consente invece di scendere a 10 kg/ha. Utilizzando nel calcolo perfosfato triplo al prezzo assunto di 720 euro/t, il minor costo stimato è pari a 70 euro per ettaro, calcolato sull’intera superficie.

Il ragionamento viene ripetuto sul potassio. La dose standard per il frumento considerata nell’esempio è di 120 kg/ha di K₂O; nelle zone ad elevata dotazione scende a 20 kg/ha. Con cloruro potassico assunto a 430 euro/t, il risparmio medio calcolato arriva a 51 euro per ettaro.

Sommando i due elementi, nell’anno a frumento il vantaggio economico del rateo variabile raggiunge, quindi, 121 euro per ettaro.

È un importo significativo, soprattutto perché non deriva dall’eliminazione della fertilizzazione: nasce dalla sua redistribuzione in funzione della reale dotazione del terreno.

Il conto vero si fa sulla rotazione

Ancora più utile è allargare l’orizzonte temporale. La caratterizzazione del suolo utilizzata nell’esempio viene considerata valida per cinque anni e il costo assunto per il servizio di mappatura è di 85 euro/ha, cioè contabilmente 17 euro/ha per ciascun anno del periodo.

Nel quinquennio pomodoro-mais-frumento-pomodoro-mais il risparmio cumulato calcolato sui fertilizzanti fosfatici raggiunge 352 euro/ha e quello sul potassio 215 euro/ha. In totale fanno 567 euro per ettaro.

Sottraendo gli 85 euro/ha imputati alla caratterizzazione del terreno, il bilancio dell’esempio arriva a 482 euro/ha nell’arco dei cinque anni, pari a poco più di 96 euro/ha all’anno se semplicemente ripartito sul periodo.

Sono cifre che vanno lette correttamente. Non significano che il rateo variabile garantisca 482 euro/ha a qualsiasi azienda. Il risultato dipende dalla variabilità reale del terreno, dalle colture in rotazione, dalle dosi previste, dai prezzi dei fertilizzanti e dalla possibilità tecnica di eseguire le prescrizioni.

In un terreno perfettamente uniforme, il margine per differenziare sarebbe molto più basso. Al contrario, appezzamenti ampi e caratterizzati da forte variabilità possono offrire maggiori opportunità.

Prima conoscere, poi tagliare

Questo distingue l’agricoltura di precisione da una semplice riduzione dei costi. Tagliare una dose del 20% su tutto il campo permette certamente di acquistare meno concime ma espone al rischio di sottrarre nutrienti proprio alle zone che potrebbero trasformarli in resa e qualità.

La precisione prova, invece, a fare il contrario: togliere dove l’apporto è superfluo e mantenerlo dove serve.

È un principio particolarmente importante sul frumento, dove la compressione indiscriminata della fertilizzazione può avere conseguenze produttive e qualitative. Grano Italiano lo ha già evidenziato parlando della concimazione azotata: il problema non è semplicemente usare meno input, ma aumentarne l’efficienza (leggi l’articolo).

Per questo il vero indicatore economico non dovrebbe essere soltanto il numero di chilogrammi di concime risparmiati. Come sottolinea Alessandro Costanzo di SATA, occorre confrontare gestione uniforme e differenziata guardando complessivamente costo degli input, resa, qualità e margine lordo.

È questa, in definitiva, la promessa economicamente più interessante dell’agricoltura di precisione: non risparmiare per forza ma evitare di spendere per ciò che non produce valore.

Autore: Azzurra Giorgio

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