Per alcuni anni il mercato del frumento è sembrato muoversi come un pendolo impazzito. Prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina, la corsa dei costi energetici, gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico: ogni nuovo evento ha spostato gli equilibri, alimentando una volatilità che sembrava destinata a non avere fine e portando, in alcuni momenti, a quotazioni impensabili fino a poco tempo prima. Oggi quel pendolo sembra rallentare. Gli stock mondiali tornano a crescere, l’offerta recupera terreno e i prezzi scendono. Potrebbe sembrare un ritorno alla normalità.
In realtà, forse, è l’inizio di una normalità nuova. È da questa constatazione che ha preso le mosse l’ultimo appuntamento di Forum Tutto l’Anno, il ciclo di approfondimenti promosso da Impresa Persona Agroalimentare, dedicato al tema “Cosa fare in un periodo di prezzi bassi in agricoltura?”, che ha attraversato diversi comparti, ma nel quale il caso dei cereali e del frumento ha assunto un peso particolarmente significativo, sia per la fase di mercato sia per le strategie concrete messe in campo dalle imprese.
Il confronto ha restituito una consapevolezza importante, ben sintetizzata dal professor Angelo Frascarelli, docente dell’Università degli Studi di Perugia: «I prezzi bassi non rappresentano necessariamente una parentesi, ma una nuova normalità con cui il settore dovrà imparare a confrontarsi. E se cambia la normalità, deve cambiare anche il nostro modo di fare impresa».
Nel caso del frumento i segnali sono particolarmente evidenti. Dopo una campagna produttiva positiva a livello mondiale, con raccolti abbondanti anche in aree chiave come il Canada per il grano duro, gli stock mondiali, europei e italiani si sono progressivamente ricostituiti. Il risultato è un mercato meno teso, nel quale il tradizionale differenziale di prezzo tra grano duro e grano tenero si è quasi annullato: oggi le due commodity viaggiano su livelli molto simili, una situazione insolita che racconta meglio di qualsiasi grafico quanto siano cambiati gli equilibri del settore. Il mais rappresenta, al momento, una delle poche eccezioni, sostenuto dalle tensioni climatiche che stanno interessando diverse aree europee.
«Negli ultimi anni i mercati agricoli hanno vissuto sulle montagne russe – ha sottolineato Gianmaria Bettoni, presidente di Impresa Persona Agroalimentare, introducendo l’incontro –. Per questo abbiamo scelto di partire dall’esperienza di chi opera sul campo, senza alimentare lamenti, facili illusioni o scorciatoie. Il primo passo è guardare la realtà per quella che è e provare a capire quali strade nuove possono essere percorse. In questa situazione, continuare ad aspettare un nuovo ciclo di prezzi elevati rischia di essere un esercizio sterile. La domanda che dovremmo porci è un’altra: come si crea reddito in un mercato di questo tipo?»
Per il comparto del frumento questo significa, prima di tutto, liberarsi dall’idea che la competitività possa dipendere esclusivamente dal prezzo. Il mercato è sempre più influenzato da fattori che nessun imprenditore può controllare: gli equilibri geopolitici, gli eventi climatici, la speculazione finanziaria. Basti pensare che già oggi gli analisti guardano con attenzione ai possibili effetti di El Niño nel 2027, il fenomeno climatico legato al surriscaldamento delle acque del Pacifico che potrebbe incidere sulle produzioni agricole mondiali. Per questo conoscere il mercato, leggere i dati e interpretare ciò che accade nel mondo diventa una competenza imprenditoriale importante quanto saper produrre bene. «Proprio perché questi fattori sfuggono al controllo delle imprese, diventa ancora più importante concentrare l’attenzione su ciò che possiamo governare direttamente, a partire dall’organizzazione», ha rimarcato Bettoni.
Quando il prezzo perde forza acquistano valore tutte quelle scelte che dipendono direttamente dall’imprenditore: gestione, aggregazione, costruzione di rapporti stabili lungo la filiera, condivisione degli obiettivi con chi trasforma il prodotto. Non è un caso che oggi i contratti di filiera e una maggiore programmazione produttiva tornino a essere temi centrali per cercare di trasformare una parte dell’incertezza del mercato in una prospettiva di crescita. Le esperienze raccontate durante il Forum hanno mostrato che questa strada è già percorribile. C’è chi ha scelto di orientare la produzione verso colture e varietà più richieste dal mercato, chi ha costruito contratti pluriennali con l’industria, chi ha imparato a frazionare l’immissione del prodotto per cogliere le opportunità offerte dai diversi momenti del mercato e chi ha investito nella differenziazione attraverso cereali destinati a nicchie specifiche, filiere certificate e rapporti consolidati con pochi clienti.
“Si tratta di esperienze diverse – ha sottolineato il Presidente di IPAgro -, ma accomunate dalla stessa convinzione: il valore non nasce dall’improvvisazione, ma dalla capacità di programmare».
L’altra grande sfida riguarda proprio la differenziazione. Se competere soltanto sul prezzo significa misurarsi con realtà che dispongono di costi inferiori e tipi di economie difficilmente replicabili, il frumento italiano deve continuare a distinguersi per ciò che meglio lo caratterizza: qualità, tracciabilità, sostenibilità, identità produttiva e capacità di rispondere alle esigenze dell’industria di trasformazione. La qualità non può essere solo uno slogan ma deve essere effettivo valore aggiunto da valorizzare. C’è poi un investimento che durante il dibattito è emerso come decisivo e che troppo spesso viene sottovalutato: la conoscenza. «Oggi fare impresa agricola significa anche comprendere come si muovono i mercati internazionali, interpretare i dati, leggere i segnali che arrivano dalla domanda e anticipare, per quanto possibile, le dinamiche che influenzeranno una campagna produttiva. – ha proseguito Bettoni -.
La competitività non nasce soltanto in campo, ma anche dalla capacità di interpretare ciò che accade fuori dal campo e in questo la cultura del dato è ormai essenziale». Anche la politica, come ha ricordato Angelo Frascarelli nelle conclusioni, non dispone di soluzioni miracolose: può favorire organizzazione, cooperazione, contratti di filiera, trasparenza e differenziazione, ma il protagonismo resta nelle mani degli imprenditori. Il futuro del frumento italiano non dipenderà dalla speranza che i prezzi tornino quelli di ieri, ma dalla capacità di costruire imprese più consapevoli. Perché le stagioni dei mercati passano ma la capacità di innovare, organizzarsi e fare sistema, invece, resta.
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