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AGRIVOLTAICO, L’OMBRA CHE PROTEGGE

Le prove dell’Università di Bari mostrano come, negli ambienti mediterranei, l’ombreggiamento possa mitigare stress termico e idrico.

L’agrivoltaico non è semplicemente un impianto fotovoltaico collocato sopra un terreno agricolo. Dal punto di vista agronomico è un nuovo ambiente di coltivazione nel quale radiazione solare, temperatura, umidità e disponibilità idrica vengono modificate dalla presenza dei pannelli. Ed è proprio da questo equilibrio che dipende la possibilità di trasformare l’ombra da limite produttivo e fattore negativo a strumento di adattamento.

È una distinzione particolarmente importante negli ambienti mediterranei del Sud Italia, dove il problema non è necessariamente avere poca luce. In alcune fasi dell’anno può essere vero il contrario: radiazione elevata, temperature molto alte ed elevata domanda evapotraspirativa possono mettere sotto stress le colture.

Su questo tema lavora da diversi anni il gruppo di Giuseppe Ferrara, professore del Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro (nella foto), attraverso sperimentazioni realizzate soprattutto su specie arboree e arbustive. I risultati ottenuti rappresentano oggi la base per estendere la ricerca anche alle colture erbacee, compreso il frumento.

Non tutta l’ombra è un problema

Il concetto di partenza è semplice solo in apparenza. Ridurre la radiazione significa sottrarre alla pianta una parte dell’energia necessaria alla fotosintesi. Ma quando luce e temperatura diventano eccessive, la relazione non è più lineare.

«Le piante esposte in pieno sole a temperature elevate possono arrivare anche a un blocco della fotosintesi», osserva Ferrara. L’ombreggiamento parziale può, allora, contribuire a creare condizioni microclimatiche meno estreme.

Le sperimentazioni condotte dal gruppo in Puglia sulla vite sono particolarmente indicative. In un vigneto di Primitivo non irriguo sono state confrontate viti in pieno sole con viti sottoposte a differenti livelli di ombreggiamento generati dai moduli fotovoltaici.

Un recente lavoro pubblicato su Scientia Horticulturae ha rilevato sotto agrivoltaico una riduzione della temperatura dell’aria nell’ordine di 0,5-1 °C e incrementi dell’umidità relativa compresi tra il 2 e il 14%. Le piante ombreggiate hanno mostrato, inoltre, maggiore sviluppo vegetativo e un migliore stato idrico. Nella prova, la produzione per capo a frutto è risultata pari a 1,06-1,36 kg nelle due condizioni di ombreggiamento, contro 0,41 kg nel pieno sole.

Sono risultati ottenuti sulla vite e non trasferibili automaticamente a un cereale ma mostrano il principio agronomico che interessa anche la cerealicoltura meridionale: una parte della radiazione intercettata dai pannelli può rappresentare un costo ma la mitigazione dello stress termico e idrico può generare un beneficio.

Produzione e qualità non rispondono allo stesso modo

L’equilibrio, però, deve essere cercato coltura per coltura.

Nella vite l’ombreggiamento ha determinato anche cambiamenti qualitativi. Nella prova sul Primitivo le uve in pieno sole hanno raggiunto 25,8 °Brix, contro 24,4 e 22,9 °Brix nei due livelli di ombreggiamento; nelle tesi ombreggiate l’acidità è risultata invece maggiore.

Non significa necessariamente un peggioramento. Per Ferrara il cambiamento deve essere letto in funzione dell’obiettivo produttivo: minori zuccheri e maggiore acidità, ad esempio, possono diventare caratteristiche interessanti per determinati profili enologici. Signifca anche valutare nuove produzioni per target di consumatori differenti.

È uno degli insegnamenti più importanti delle sperimentazioni condotte finora: non esiste una quantità di ombra universalmente ottimale.

«L’agrivoltaico dovrebbe essere considerato come un vestito: ognuno ha il proprio, adeguato alle proprie caratteristiche personali», sintetizza Ferrara.

Una specie fortemente esigente in luce potrà richiedere pannelli più distanziati o una configurazione capace di limitare le ore di ombreggiamento. Altre colture potrebbero, invece, beneficiare maggiormente della protezione nelle ore più calde.

Dalla vite a limone e lavanda

Le ricerche si stanno ampliando anche ad altri ambienti del Mezzogiorno. A Scalea, in Calabria, il gruppo dell’Università di Bari sta monitorando limone e lavanda in un impianto con configurazioni differenti, nell’ambito dell’attività di ricerca, dal titolo “Combinazione di specie arboree ed erbacee nel sistema agrivoltaico: aspetti produttivi, fisiologici e microclimatici”, rientra nel Progetto 1.1 “Progetto Integrato Fotovoltaico innovativo, efficiente e Sostenibile”, nato dall’Accordo di Collaborazione tra ENEA e DiSSPA – Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’ (nell’ambito dell’Accordo di Programma MASE-ENEA sulla Ricerca di sistema Elettrico, Piano Triennale di Realizzazione 2025-2027)..

In questo caso vengono rilevati parametri microclimatici, fisiologici e produttivi per comprendere come specie con esigenze luminose diverse rispondano alla presenza dei pannelli.

È proprio questa variabilità di risposta a impedire di ridurre l’agrivoltaico ad una soluzione standardizzata.

Servono, secondo Ferrara, competenze agronomiche e ingegneristiche integrate fin dalla progettazione: altezza dei moduli, distanza tra le file, percentuale di superficie ombreggiata, orientamento ed eventuale mobilità dei pannelli devono essere definiti considerando innanzitutto quale coltura dovrà essere coltivata sotto l’impianto.

Anche le linee guida nazionali sull’agrivoltaico pongono al centro la continuità dell’attività agricola, distinguendo questi sistemi dal fotovoltaico convenzionale a terra.

Un tema soprattutto mediterraneo

Per Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia questa impostazione assume una rilevanza particolare. L’aumento delle temperature e la disponibilità idrica più incerta rendono sempre più importante ragionare non soltanto sulla massimizzazione della luce intercettata ma anche sulla protezione delle colture dagli eccessi climatici.

Il rapporto SNPA sul clima italiano ha registrato per il 2025 un’anomalia della temperatura media nazionale di +1,03 °C rispetto al periodo 1991-2020, mentre al Sud le precipitazioni annuali sono risultate inferiori del 5% alla media.

In queste condizioni, la capacità dell’agrivoltaico di conservare più a lungo l’umidità del suolo e ridurre gli estremi termici diventa una domanda agronomica concreta.

Le prove sulla vite hanno evidenziato anche un altro elemento: sotto i pannelli è stata osservata una maggiore ricchezza di specie vegetali spontanee rispetto alle aree in pieno sole. Il più recente studio del gruppo ha rilevato una differenza statisticamente significativa a favore delle zone agrivoltaiche delle biodiversità floristica.

«Bisogna parlare con i numeri, dati alla mano», sottolinea Ferrara, respingendo sia una lettura dell’agrivoltaico come soluzione buona per qualsiasi situazione sia l’idea opposta di una tecnologia necessariamente incompatibile con l’agricoltura. «Non si tratta di una distruzione dell’agricoltura, ma di un sistema sinergico».

La verifica più interessante per la cerealicoltura comincia adesso. Dall’autunno la ricerca dell’Università di Bari entrerà, infatti, nel mondo delle colture erbacee e dei seminativi. E tra le specie che verranno messe alla prova sotto i pannelli ci sarà anche il frumento.

Autore: Azzurra Giorgio, Agronomo iunior

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