I biostimolanti possono contribuire a migliorare la produttività dei cereali e la loro capacità di affrontare gli stress ambientali. Ma i risultati non sono automatici e dipendono dalle condizioni del suolo, dalle caratteristiche della coltura e dalle pratiche agronomiche adottate. È questo uno dei messaggi principali che emerge dal dialogo tra Marcello Pagliai, del CREA, e Zeno Varanini, dell’Università di Verona, pubblicato il 4 novembre su Georgofili INFO, il notiziario dell’Accademia dei Georgofili, con il titolo Interazioni suolo-biostimolanti.
Una riflessione che, per la cerealicoltura, richiama la necessità di integrare le buone pratiche agronomiche con le innovazioni tecnologiche e genetiche, senza considerarle soluzioni alternative.
Biostimolanti: quali benefici per i cereali?
I biostimolanti sono prodotti che stimolano i processi nutrizionali delle piante, indipendentemente dal loro contenuto in nutrienti. Possono migliorare l’efficienza di utilizzazione degli elementi nutritivi, la tolleranza agli stress abiotici e alcune caratteristiche qualitative delle produzioni.
La categoria comprende prodotti molto diversi, dalle sostanze umiche agli idrolizzati proteici, dagli estratti vegetali ai biostimolanti microbici.
Come spiega Varanini, le evidenze sperimentali mostrano effetti generalmente positivi sulla crescita e sulla produttività. Una recente analisi relativa a riso, frumento e mais ha evidenziato incrementi mediani delle rese nell’ordine del 10-13%.
Un risultato interessante che, tuttavia, non deve essere interpretato come una previsione degli incrementi ottenibili in campo. L’efficacia dipende dall’interazione tra prodotto, pianta e ambiente, oltre che da dose, epoca e modalità di applicazione.
I benefici tendono a essere maggiori in condizioni colturali subottimali o in presenza di stress, mentre possono risultare trascurabili quando la coltura si trova già in condizioni favorevoli.
Il ruolo decisivo della fertilità del suolo
Il punto di partenza, sottolinea Pagliai, è lo stato di salute dei suoli agricoli. L’impoverimento della sostanza organica e il deterioramento della struttura compromettono la capacità del terreno di trattenere acqua e sostenere la produttività delle colture.
In questo contesto, i biostimolanti possono rappresentare uno strumento aggiuntivo, ma non sostituiscono una corretta gestione agronomica.
Per il frumento significa, innanzitutto, valorizzare gli avvicendamenti, gestire i residui colturali e la sostanza organica, limitare il compattamento e preservare la struttura del terreno. Altrettanto importanti sono una concimazione calibrata sulle effettive esigenze della coltura e una gestione delle lavorazioni coerente con le caratteristiche del suolo.
Sono interventi che incidono direttamente sulla disponibilità di acqua e nutrienti, sullo sviluppo radicale e sulla capacità delle piante di affrontare periodi di siccità o temperature elevate.
La vera sfida non consiste, quindi, nel moltiplicare i mezzi tecnici ma nel migliorare l’efficienza complessiva del sistema produttivo.
L’innovazione varietale, dalle TEA alla resilienza
A questa strategia deve affiancarsi il miglioramento genetico, tradizionale e avanzato. La scelta varietale costituisce già oggi uno degli strumenti più importanti a disposizione dei cerealicoltori per adattare la coltivazione alle condizioni pedoclimatiche e agli obiettivi produttivi.
Le Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA) aprono ulteriori prospettive, consentendo interventi genetici mirati per sviluppare varietà potenzialmente più efficienti nell’utilizzazione delle risorse e maggiormente tolleranti agli stress ambientali.
Nel frumento, obiettivi di particolare interesse riguardano la risposta allo stress idrico e termico, l’efficienza nell’assorbimento e nell’utilizzazione dei nutrienti e la resistenza alle malattie.
Ma anche l’innovazione genetica deve essere inserita in una strategia agronomica coerente. Una varietà più tollerante alla siccità non può compensare indefinitamente un suolo degradato, così come un apparato radicale geneticamente più efficiente può trovare limitazioni in un terreno compattato.
La complementarità tra genetica e gestione agronomica diventa, quindi, fondamentale: le potenzialità delle nuove varietà devono essere valutate in campo, in diversi ambienti e nelle condizioni produttive reali.
Dalla ricerca alle scelte in campo
Un ulteriore aspetto evidenziato dai Georgofili riguarda la necessità di comprendere meglio i meccanismi d’azione dei biostimolanti.
Le moderne tecniche molecolari permettono di osservare le risposte fisiologiche delle piante ma resta ancora molto da chiarire sull’identificazione delle molecole attive e sulle modalità con cui vengono riconosciute.
Per gli agricoltori questo significa adottare un approccio prudente e basato su risultati verificabili. La scelta di un biostimolante dovrebbe considerare le condizioni aziendali, gli specifici fattori limitanti e le evidenze disponibili sulla sua efficacia, valutandone anche la convenienza economica.
La direzione indicata dal confronto pubblicato dai Georgofili è, dunque, quella di un’agricoltura capace di integrare conoscenza del suolo, pratiche agronomiche, innovazione varietale e nuovi mezzi tecnici.
Non esiste un singolo intervento in grado di garantire la resilienza delle colture. È la coerenza tra questi strumenti, insieme al loro adattamento alle condizioni di ciascun ambiente produttivo, a poter migliorare la stabilità delle rese e la sostenibilità della cerealicoltura.
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