Guardare all’orzo soltanto attraverso il prezzo della granella rischia di far perdere una parte importante del suo valore. Soprattutto nelle aree a forte vocazione zootecnica, infatti, questa coltura può assumere una funzione più ampia all’interno dell’azienda: occupare il terreno durante l’inverno, produrre alimento destinato agli allevamenti e, grazie alla precocità, lasciare spazio a un secondo raccolto.
È uno degli elementi emersi dal confronto con Alessandro Tondelli, Direttore del CREA Genomica e Bioinformatica di Fiorenzuola d’Arda (nella foto), dove una parte importante dell’attività di miglioramento genetico dell’orzo è orientata proprio agli usi zootecnici.
Un vernino che libera presto il terreno
Uno degli scenari più interessanti riguarda la raccolta dell’orzo come foraggio. Nei sistemi più intensivi, soprattutto nelle aree zootecniche della Pianura Padana, la coltura può essere trinciata già durante il mese di maggio: «a metà maggio il campo può essere già libero e si può pensare a un secondo raccolto di mais o di sorgo» ricorda Tondelli.
Non è una soluzione applicabile indistintamente a ogni azienda: disponibilità idrica, organizzazione delle operazioni, dotazione meccanica e convenienza economica del secondo raccolto restano determinanti. Ma, laddove la domanda aziendale di foraggi è elevata, la precocità diventa un carattere agronomico con un valore preciso.
Ed è proprio questa richiesta che arriva anche al miglioramento genetico: varietà in grado di chiudere rapidamente il ciclo e inserirsi con maggiore facilità nelle successioni più intensive.
La coltura assume, così, una funzione diversa da quella del semplice cereale da granella. Diventa uno degli ingranaggi con cui organizzare l’intero sistema colturale.
Il valore della rotazione va oltre la PAC
Il tema è interessante anche alla luce della crescente attenzione agli avvicendamenti prevista dalla politica agricola comunitaria. L’Eco-schema 4 della PAC riguarda i sistemi foraggeri estensivi in avvicendamento e comprende anche colture principali e secondi raccolti, all’interno di precisi requisiti che devono essere verificati nella singola situazione aziendale.
Ma ridurre il ragionamento al rispetto di una misura della PAC sarebbe limitante.
Inserire un cereale autunno-vernino significa mantenere il terreno occupato durante una parte dell’anno nella quale, in determinati ordinamenti, potrebbe altrimenti rimanere senza una coltura produttiva. Significa, inoltre, diversificare la successione e, nelle aziende zootecniche, produrre una quota dell’alimento necessario agli animali direttamente sul territorio.
È una scelta che può rispondere contemporaneamente a esigenze agronomiche, organizzative e di filiera.
Per il foraggio servono varietà diverse
Quando cambia la destinazione cambia, però, anche il tipo di pianta ideale.
Uno dei problemi pratici dell’orzo destinato alla trinciatura riguarda le ariste. Se la raccolta viene effettuata più tardi rispetto al momento ottimale, queste strutture possono diventare indesiderabili nel prodotto destinato agli animali. La genetica sta cercando, quindi, di intervenire anche su caratteri apparentemente molto semplici, ma capaci di fare la differenza nell’utilizzo reale della coltura.
Come ci testimonia Alessandro Tondelli, «gli agricoltori riportano spesso il problema per cui, se non riescono ad entrare in campo con la dovuta tempestività e ritardano il raccolto, le ariste diventano un problema».
Al CREA sono già stati avviati incroci finalizzati allo sviluppo di materiali più adatti all’impiego foraggero, lavorando sull’assenza o sulla modificazione delle ariste.
È un esempio efficace di come il miglioramento genetico non debba necessariamente inseguire soltanto la resa massima. Una varietà può diventare interessante perché risolve un problema di raccolta, aumenta la flessibilità operativa o si inserisce meglio in uno specifico sistema aziendale.
Ricerca pubblica e sementieri
Un’altra caratteristica del modello seguito dal CREA è il rapporto con le aziende sementiere.
L’obiettivo, spiega Tondelli, è quello di trasferire le conoscenze generate dalla ricerca pubblica nei programmi di costituzione varietale. Il Centro mette a disposizione genetica, strumenti molecolari e know-how; le ditte sementiere contribuiscono allo sviluppo e alla diffusione commerciale dei materiali.
Circa un quarto delle sementi certificate di orzo e triticale in Italia, ci dice il ricercatore, derivano oggi da varietà sviluppate attraverso questo tipo di collaborazione.
Si tratta di un modello di collaborazione particolarmente rilevante in una specie nella quale il mercato sementiero nazionale è composto anche da aziende che, prese singolarmente, avrebbero difficoltà a sostenere programmi di ricerca genetica di grandi dimensioni.
Zootecnia ancora centrale, malto più difficile
Nell’orzo, anche la destinazione commerciale condiziona fortemente la scelta varietale.
Nel quadro italiano descritto da Tondelli l’utilizzo zootecnico continua ad avere un peso predominante, mentre la filiera dell’orzo da malto presenta maggiori barriere all’ingresso.
La maltazione è un processo industriale che richiede caratteristiche precise ed uniformi. Le grandi malterie tendono a privilegiare varietà conosciute e standardizzate, limitando lo spazio per materiali geneticamente molto differenti.
È una situazione diversa da quella che si potrebbe immaginare osservando la crescita dei piccoli birrifici: molti di essi acquistano, infatti, direttamente malto già trasformato, anche di provenienza estera, e non necessariamente orzo prodotto localmente.
Per l’agricoltore questo significa che la scelta dell’orzo dovrebbe partire dalla destinazione del prodotto. Dove esiste una filiera maltaria strutturata, un contratto o uno sbocco definito, possono aprirsi opportunità specifiche. Nei territori zootecnici, invece, la forza della coltura può essere soprattutto la sua integrazione con l’allevamento.
Ed è forse questa la prospettiva più interessante per i prossimi anni: non considerare l’orzo semplicemente come una possibile alternativa al frumento quando cambiano prezzi e costi ma come una coltura da inserire consapevolmente nella strategia aziendale.
Precoce, flessibile nella destinazione e adatta a essere integrata nelle successioni, l’orzo può avere valore proprio perché fa sistema: collega terreno, rotazione, foraggio e allevamento.
Foto: CREA GB
Autore: Azzurra Giorgio
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