Il condizionamento del clima e l’esperienza dell’agricoltura molisana evidenziano come il farro possa essere una valida alternativa al grano duro.
Farro e grano duro: una campagna condizionata dal clima
L’andamento climatico rappresenta oggi uno dei principali fattori di rischio per le colture cerealicole autunno-vernine. La disponibilità di acqua durante le diverse fasi del ciclo colturale può influire in modo importante sia sulle rese sia sulle caratteristiche qualitative della granella.
La campagna appena terminata, secondo quanto racconta Tullo, è stata caratterizzata da una particolare scarsità di precipitazioni. In queste condizioni, il comportamento delle diverse specie diventa un elemento da valutare con attenzione nella programmazione aziendale.
«Nella mia azienda opero in regime di coltivazione biologico da ormai circa 20 anni. Coltivo, oltre ai cereali, anche foraggere e possiedo un piccolo oliveto», spiega Tullo.
La diversificazione non riguarda quindi soltanto il confronto tra farro e grano duro. L’azienda integra più colture e questo permette di distribuire nel tempo esigenze produttive, agronomiche ed economiche differenti.
Tra i cereali il farro occupa una posizione particolare. L’agricoltore sottolinea infatti la relativa stabilità delle produzioni ottenute anche in un’annata caratterizzata da una ridotta disponibilità idrica.
«Il farro in particolare lo Spelta assume una notevole importanza rispetto al grano duro in quanto riesco a ottenere delle discrete rese, che si avvicinano ai 30 quintali per ettaro anche in annate sfavorevoli dal punto di vista climatico», afferma.
Il dato dei 30 quintali per ettaro va naturalmente letto come un risultato aziendale e non come una resa media generalizzabile. La produttività del farro dipende infatti da specie e materiale genetico utilizzato, ambiente pedoclimatico, tecnica colturale, fertilità del terreno e andamento meteorologico.
Per il cerealicoltore, tuttavia, il punto centrale resta la possibilità di disporre di una coltura alternativa all’interno dell’avvicendamento.
La rotazione è centrale nell’azienda biologica
Il farro non può essere considerato soltanto come una coltura da inserire in sostituzione del grano duro. Nel biologico, la gestione dell’intero sistema colturale assume un’importanza particolare.
L’assenza del diserbo chimico richiede infatti una strategia preventiva nei confronti delle infestanti. La rotazione è uno degli strumenti fondamentali, perché consente di alternare colture con caratteristiche agronomiche differenti e di interrompere la continuità delle condizioni favorevoli alle infestanti.
Tullo ha impostato il proprio avvicendamento proprio su questo principio.
«Operando in regime di coltivazione biologica nella mia azienda attuo rotazioni con un altro tipo di cereale, come l’avena, oppure con specie foraggere come il trifoglio», racconta.
L’alternanza tra cereali e foraggere permette di modificare nel tempo la gestione del terreno e delle colture. L’obiettivo non è soltanto sostenere la produzione della singola annata, ma mantenere un equilibrio agronomico che consenta di affrontare anche le campagne successive.
In questo quadro le colture leguminose possono avere un ruolo importante. Il loro impiego, anche attraverso colture da sovescio, può contribuire all’apporto di sostanza organica e alla disponibilità di azoto nel sistema. La capacità delle leguminose di fissare l’azoto atmosferico attraverso la simbiosi con i batteri azotofissatori rappresenta infatti un elemento centrale nella gestione della fertilità dei sistemi biologici.
Anche gli erbai misti, composti da leguminose e graminacee, possono essere inseriti nell’avvicendamento con finalità produttive e agronomiche. La scelta della specie e la gestione del sovescio devono però essere adattate alle caratteristiche del terreno e all’organizzazione dell’azienda.
La rotazione, quindi, non va interpretata come una semplice successione di colture. È una vera e propria strategia di gestione della fertilità, delle infestanti e del rischio produttivo.
Infestanti, una delle principali criticità
Nel biologico la gestione delle infestanti rappresenta uno dei nodi tecnici più complessi. La competizione tra coltura e malerbe può incidere sulla resa, sulla qualità della raccolta e sui costi delle operazioni colturali.
Anche nell’esperienza di Tullo questo aspetto assume un peso rilevante.
«Lo stoppione è quello che mi crea più problemi nella coltivazione dei cereali», spiega l’agricoltore.
Il problema delle infestanti non riguarda comunque soltanto le aziende biologiche. Alcune specie possono diventare difficili da controllare anche nei sistemi convenzionali, soprattutto quando si riduce l’efficacia delle strategie di diserbo o si verificano fenomeni di resistenza agli erbicidi.
Tullo cita in particolare il loietto: «È ormai diventato quasi impossibile da tenere sotto controllo anche per chi opera in regime di coltivazione tradizionale, per la mancanza sul mercato di principi attivi efficaci».
Il controllo delle infestanti richiede quindi un approccio integrato. Rotazione, falsa semina, scelta delle epoche di lavorazione, densità di semina, capacità competitiva della coltura e gestione del terreno possono contribuire, insieme alle altre tecniche disponibili, a contenere la pressione delle malerbe.
Per questo motivo le caratteristiche competitive del farro possono rappresentare un elemento di interesse per l’agricoltore.
Il farro e la capacità di competere con le infestanti
Uno degli aspetti che Tullo considera più interessanti è lo sviluppo della coltura. Il farro può raggiungere un’altezza considerevole e, attraverso la competizione per luce e spazio, può contribuire a limitare lo sviluppo di alcune infestanti.
«Il farro mi consente di risparmiare sul costo delle lavorazioni in quanto la specie può arrivare fino a 1,5 metri per cui “soffoca” naturalmente le infestanti presenti», afferma.
Il termine utilizzato dall’agricoltore descrive in modo efficace un fenomeno di competizione della coltura nei confronti delle malerbe. Una coltura vigorosa e sufficientemente competitiva può ridurre la quantità di luce disponibile a livello del terreno e limitare lo sviluppo di alcune specie infestanti.
Questo non significa, però, che il farro possa sostituire tutte le strategie di controllo. La pressione delle malerbe dipende dalle specie presenti, dalla densità della banca semi, dall’andamento climatico e dalla gestione dell’avvicendamento.
Per l’azienda biologica il vantaggio consiste piuttosto nella possibilità di integrare la capacità competitiva della coltura all’interno di una strategia più ampia.
In altri termini, il farro può contribuire al controllo delle infestanti, ma il risultato dipende dall’interazione tra coltura, rotazione e gestione agronomica.
La convenienza economica del farro
Il secondo elemento che emerge dall’esperienza dell’azienda molisana è quello economico. La scelta di una coltura non può infatti prescindere dal rapporto tra resa, prezzo di vendita e costi di produzione.
Tullo individua proprio nel prezzo un punto di forza del farro rispetto al grano duro.
«Coltivando il farro riesco a ottenere un prezzo migliore a parità di rese rispetto al grano duro, anche 35 euro al quintale», afferma.
La precisazione “a parità di rese” è importante. Il confronto economico tra due colture deve considerare infatti l’intero margine aziendale e non soltanto il prezzo della granella. Un prezzo superiore può risultare interessante se viene accompagnato da rese soddisfacenti e da costi di produzione compatibili con l’organizzazione aziendale.
Nel caso raccontato da Tullo entra in gioco anche il rapporto con la cooperativa locale alla quale viene conferita la granella. La presenza di un canale commerciale rappresenta un fattore decisivo per una coltura di nicchia: produrre è necessario, ma altrettanto importante è avere uno sbocco di mercato adeguato.
Per questo il prezzo indicato dall’agricoltore deve essere considerato come un dato riferito alla sua specifica esperienza commerciale e al contesto locale. Il valore riconosciuto al farro può infatti variare in funzione della tipologia di prodotto, della qualità, della domanda, del contratto e del mercato di riferimento.
Costi di produzione e organizzazione aziendale
Quando si valuta l’introduzione del farro in azienda, il prezzo della granella è soltanto uno degli elementi da considerare.
Occorre valutare anche il costo delle lavorazioni, la disponibilità delle attrezzature, la gestione delle infestanti, la fertilità del terreno e le esigenze di raccolta e post-raccolta.
Nel caso dell’azienda di Tullo, la possibilità di contenere alcune lavorazioni costituisce un ulteriore elemento positivo. La maggiore competitività della coltura nei confronti delle infestanti può infatti ridurre la necessità di interventi, soprattutto se la coltura è inserita in una rotazione ben progettata.
Il vantaggio, tuttavia, non deve essere dato per scontato. Ogni azienda presenta condizioni differenti e il bilancio va costruito sulla situazione reale: ettari disponibili, rese storiche, prezzi di conferimento, costi delle operazioni meccaniche e valore delle colture alternative.
È proprio il confronto tra questi fattori che permette di capire se il farro può diventare una coltura realmente conveniente.
Una coltura alternativa da valutare con attenzione
L’esperienza di Giuseppe Tullo non rappresenta una ricetta valida per tutte le aziende cerealicole. Offre però un esempio concreto di come la diversificazione possa diventare parte della strategia aziendale.
In un’azienda biologica il farro può inserirsi in una rotazione insieme ad avena, trifoglio e altre colture. La sua capacità competitiva può contribuire alla gestione delle infestanti, mentre una resa soddisfacente e un prezzo di vendita interessante possono migliorare il risultato economico.
Il confronto con il grano duro va però effettuato considerando tutte le variabili. Non basta osservare il prezzo al quintale. Servono dati sulle rese, sui costi, sulla qualità della granella e sulla certezza dello sbocco commerciale.
Per il cerealicoltore, quindi, la domanda non è semplicemente se il farro sia più conveniente del grano duro. La questione è capire in quali condizioni aziendali il farro possa offrire un margine interessante e contribuire alla sostenibilità agronomica della rotazione.
Diversificare per affrontare le annate difficili
La campagna caratterizzata da scarse precipitazioni ha riportato al centro dell’attenzione il tema della resilienza delle aziende cerealicole. La variabilità climatica rende sempre più importante valutare colture e tecniche capaci di distribuire il rischio.
L’esperienza molisana indica nel farro una possibile componente di questa strategia. Non una sostituzione automatica del grano duro, quindi, ma una coltura da valutare all’interno di un sistema produttivo diversificato.
Per Tullo il dato più significativo è quello ottenuto direttamente nei suoi campi: produzioni vicine ai 30 quintali per ettaro anche in una stagione sfavorevole, unite a un prezzo di vendita che, nella sua esperienza, può raggiungere i 35 euro al quintale.
Sono numeri aziendali che vanno contestualizzati, ma che mostrano come la scelta varietale e colturale possa avere ricadute sia agronomiche sia economiche.
La conclusione che emerge dall’esperienza dell’agricoltore molisano è quindi legata alla necessità di guardare alla cerealicoltura non come alla semplice scelta di una specie, ma come a un sistema. Rotazione, fertilità del terreno, controllo delle infestanti, rese, costi e mercato devono essere valutati insieme.
In questo equilibrio il farro può trovare uno spazio interessante, soprattutto nelle aziende biologiche che cercano colture competitive e una maggiore diversificazione rispetto al tradizionale grano duro.
Autore: Alessandro Contini
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