Un commerciante di Catania ci spiega la delusione per la Cun e commenta il prezzo del grano duro.
La nascita della Commissione Unica Nazionale (CUN) per il grano duro avrebbe dovuto portare maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e garantire una remunerazione più equilibrata lungo la filiera. Tuttavia, nelle principali aree cerealicole del Sud Italia, molti operatori continuano a denunciare quotazioni troppo basse rispetto ai costi di produzione sostenuti dalle aziende agricole.
In Sicilia, dove il frumento duro rappresenta ancora una coltura strategica sia dal punto di vista economico sia territoriale, cresce la preoccupazione tra cerealicoltori e commercianti. A pesare non è soltanto il calo dei prezzi del grano, ma anche la mancata valorizzazione della qualità e l’aumento costante delle spese aziendali.
A descrivere il quadro attuale è Lucy Ledda, commerciante di grano e altri cereali con attività a Grammichele, in provincia di Catania. La sua testimonianza evidenzia le criticità che stanno mettendo in difficoltà molte aziende cerealicole dell’isola.
Prezzi del grano sotto i costi di produzione
Secondo gli operatori del settore, la campagna cerealicola 2025 si caratterizza per produzioni generalmente buone sotto il profilo quantitativo. Nonostante ciò, il mercato continua a registrare quotazioni considerate insufficienti.
“Nel nostro areale si assiste da anni a una situazione sempre più in declino”, spiega Ledda. “Anche nelle annate favorevoli, come quella del 2025, il prezzo del grano continua a scendere mentre i costi di produzione aumentano”.
Il nodo centrale riguarda infatti il rapporto tra costi sostenuti dagli agricoltori e prezzo riconosciuto al prodotto. Concimi, carburanti, lavorazioni meccaniche, sementi certificate e fitofarmaci continuano ad avere un impatto elevato sui bilanci aziendali. A questo si aggiungono le spese legate alla gestione ordinaria delle aziende e agli adempimenti burocratici.
“Oggi il grano viene pagato mediamente 0,23 euro al chilogrammo, ben al di sotto dei costi di produzione”, sottolinea la commerciante siciliana.
Si tratta di valori che, secondo molti cerealicoltori, non consentono di garantire la sostenibilità economica delle aziende. In diverse aree interne della Sicilia cresce quindi il rischio di un progressivo abbandono della coltivazione del frumento duro.
Il timore di un abbandono delle semine
La preoccupazione maggiore riguarda il futuro della cerealicoltura siciliana. Se i prezzi continueranno a rimanere su questi livelli, molte aziende potrebbero decidere di non riseminare il grano nella prossima campagna agraria.
“La situazione che si prospetta è che questa sarà l’ultima campagna grano per molte aziende”, afferma Ledda. “Terminata la trebbiatura, difficilmente molti agricoltori torneranno a seminare il prossimo autunno”.
Il rischio non coinvolge soltanto le aziende agricole. L’intera filiera cerealicola potrebbe infatti subire conseguenze rilevanti. Centri di stoccaggio, trasportatori, imprese dell’indotto e attività commerciali legate al frumento duro dipendono direttamente dai volumi produttivi del territorio.
Nelle aree cerealicole del Mezzogiorno il grano duro rappresenta ancora una delle principali colture estensive. Una riduzione delle superfici coltivate potrebbe avere ripercussioni anche sul presidio del territorio rurale, soprattutto nelle zone interne dove la cerealicoltura costituisce spesso una delle poche attività agricole economicamente diffuse.
La CUN non convince gli operatori
L’avvio della CUN del grano duro era stato accolto con aspettative importanti da parte del settore. L’obiettivo principale era creare un sistema nazionale più trasparente nella definizione delle quotazioni e ridurre le distorsioni del mercato.
Tuttavia, almeno secondo diversi operatori della filiera, i risultati attesi non sono ancora arrivati.
“Nonostante la CUN entrata in vigore lo scorso marzo, non si riesce ancora a garantire un prezzo equo per i cerealicoltori”, osserva Ledda.
Il problema, secondo molti addetti ai lavori, è che la formazione del prezzo continua a non tenere adeguatamente conto dei reali costi di produzione sostenuti nelle aziende agricole italiane. Inoltre, il mercato resta fortemente influenzato dalla concorrenza internazionale e dalle dinamiche speculative delle commodity agricole.
Per i cerealicoltori siciliani pesa anche il differenziale logistico rispetto ad altre aree produttive italiane. I costi di trasporto incidono infatti in maniera significativa sulla competitività del prodotto isolano.
Ricordiamo che Ismea ha pubblicato i costi di produzione del grano duro a fine 2025. Quelli medi, sempre per il grano duro, si sono attestati nell’Italia centro-settentrionale a circa 302 euro a tonnellata, ma nel Centro-Sud e in Sicilia a 318 euro. Per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. Se si calcolassero ora, dopo l’impennata dei fertilizzanti, il divario sui prezzi sarebbe superiore.
Qualità del frumento non premiata
Uno degli aspetti più critici evidenziati dagli operatori riguarda la mancata valorizzazione della qualità molitoria del grano duro.
Negli ultimi anni molte aziende agricole hanno investito nel miglioramento qualitativo delle produzioni, puntando su varietà ad alto tenore proteico e su tecniche agronomiche mirate. Tuttavia, secondo quanto emerge dal territorio, il mercato locale non riconosce adeguatamente queste differenze qualitative.
“I molini locali non fanno più una vera selezione tra grano proteico e grano meno proteico”, spiega Ledda. “Il prodotto viene pagato praticamente allo stesso prezzo, sia che presenti caratteristiche qualitative eccellenti sia che abbia parametri inferiori”.
Questo fenomeno rischia di produrre effetti negativi lungo tutta la filiera. Se il mercato non premia la qualità, gli agricoltori tendono infatti a ridurre gli investimenti tecnici necessari per ottenere produzioni ad alto valore molitorio.
La conseguenza è un generale abbassamento degli standard qualitativi medi, con ripercussioni anche sulla competitività del grano italiano rispetto ai mercati internazionali.
Il problema delle partite miscelate
La mancata distinzione economica tra le diverse qualità di frumento genera criticità anche nella fase commerciale.
Ledda evidenzia come spesso il grano di elevata qualità venga mescolato con partite meno performanti, senza una reale separazione del prodotto.
“Mi ritrovo a commercializzare partite con elevato tenore proteico insieme ad altre con qualità molitoria più scarsa”, racconta. “Questo fa media, ma il prodotto scadente non viene scorporato”.
Dal punto di vista tecnico-commerciale, questa situazione penalizza gli agricoltori che investono nella qualità e rende più difficile costruire filiere realmente orientate alla valorizzazione del grano duro italiano.
Negli ultimi anni il tema della qualità è diventato centrale anche per l’industria della pasta e per i consumatori, sempre più attenti all’origine delle materie prime e alle caratteristiche nutrizionali dei prodotti trasformati. Tuttavia, senza un adeguato riconoscimento economico lungo la filiera, il rischio è che gli sforzi produttivi delle aziende agricole vengano vanificati.
Stoccaggi insufficienti e costi logistici elevati
Alle difficoltà del mercato si aggiungono poi le criticità infrastrutturali della filiera cerealicola siciliana.
“Nell’areale dove svolgo la mia attività abbiamo diversi molini di riferimento”, spiega Ledda. “Molte volte però siamo costretti a inviare il prodotto fuori regione, soprattutto in Puglia e Basilicata, a causa della scarsa capacità di stoccaggio dei molini locali”.
La carenza di strutture adeguate comporta inevitabilmente un aumento dei costi logistici. Trasportare il grano fuori dalla Sicilia incide in maniera significativa sui margini economici della filiera.
“Solo il trasporto incide per circa 0,05 euro al chilogrammo”, precisa la commerciante.
Si tratta di un costo molto elevato in rapporto alle quotazioni attuali del grano duro. Questo differenziale logistico riduce fortemente la competitività del prodotto siciliano rispetto ad altre aree cerealicole italiane.
Ledda porta anche un esempio concreto: “Se il grano pugliese viene pagato 0,28 euro al chilogrammo, noi non possiamo riconoscere quella cifra agli agricoltori locali proprio a causa dei costi di trasporto”.
La filiera cerealicola siciliana chiede interventi concreti
Il malcontento espresso dagli operatori del settore evidenzia la necessità di interventi strutturali per sostenere la cerealicoltura del Sud Italia.
Tra le priorità indicate dagli addetti ai lavori emergono soprattutto:
- una maggiore valorizzazione della qualità del frumento duro
- sistemi di stoccaggio più efficienti
- una riduzione dei costi logistici
- quotazioni maggiormente legate ai costi reali di produzione
- strumenti di tutela più efficaci per i cerealicoltori
In Sicilia il comparto cerealicolo continua a rappresentare un segmento strategico dell’agricoltura regionale. Tuttavia, senza un miglioramento della redditività aziendale, il rischio di una progressiva riduzione delle superfici investite a grano duro appare sempre più concreto.
Le difficoltà attuali mostrano inoltre come la sola introduzione della CUN non sia sufficiente, almeno per ora, a riequilibrare le dinamiche di mercato.
Serve una nuova strategia per il grano italiano
La crisi della cerealicoltura siciliana riflette problematiche presenti anche in altre aree produttive italiane. Prezzi bassi, costi elevati e scarsa valorizzazione della qualità stanno mettendo sotto pressione numerose aziende agricole.
Il tema centrale resta quello della sostenibilità economica della coltivazione del frumento duro. Senza redditività, diventa difficile mantenere elevati standard qualitativi, investire in innovazione e garantire continuità produttiva.
Le testimonianze raccolte dal territorio mostrano un comparto che continua a chiedere maggiore attenzione lungo tutta la filiera. Dalla produzione allo stoccaggio, fino alla trasformazione industriale, il nodo resta quello di una distribuzione del valore più equilibrata.
“È come se il grano siciliano dovesse sparire”, conclude amaramente Ledda, evidenziando il senso di sfiducia che oggi attraversa parte del settore cerealicolo dell’isola.
Autore: Alessandro Contini
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