serve un accordo a tre
Home » SERVE UN ACCORDO A TRE

SERVE UN ACCORDO A TRE

La campagna cerealicola 2025-2026 nelle Marche registra buone rese e qualità soddisfacente del grano duro. Tuttavia, la redditività delle aziende resta compromessa dai prezzi troppo bassi. Intervista con Alessandro Alessandrini.

Alessandro Alessandrini (Confagricoltura Marche) propone un approccio interprofessionale per affrontare il tema del prezzo del grano.

La campagna di raccolta del frumento nelle Marche si chiude con un bilancio positivo dal punto di vista produttivo. Le rese sono risultate generalmente buone e anche la qualità della granella si è mantenuta su livelli soddisfacenti nella maggior parte degli areali regionali. Tuttavia, il buon andamento agronomico non è bastato a restituire serenità alle aziende cerealicole. Ancora una volta è il prezzo del grano a rappresentare il principale elemento di criticità.
Il divario tra costi di produzione e quotazioni di mercato continua infatti a comprimere i margini economici delle imprese agricole. Una situazione che interessa buona parte della cerealicoltura italiana e che nelle Marche assume particolare rilevanza, dove molte aziende registrano produzioni medie che non consentono di compensare l’aumento dei costi sostenuti negli ultimi anni.
A fare il punto è Alessandro Alessandrini, direttore regionale di Confagricoltura Marche e agricoltore, che oltre a rappresentare gli imprenditori agricoli vive direttamente le problematiche della coltivazione del frumento.

Una campagna positiva sotto il profilo agronomico

Nella sua azienda agricola di circa 30 ettari, situata nel comune di Osimo, in provincia di Ancona, Alessandro Alessandrini coltiva principalmente grano duro ed erba medica. La stagione appena conclusa viene giudicata favorevole, soprattutto per l’equilibrio tra quantità prodotte e qualità della granella.
«Nella mia azienda coltivo grano duro ed erba medica. La stagione appena terminata ha consentito di ottenere produzioni soddisfacenti sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo», spiega.
Il giudizio positivo riguarda, con le dovute differenze territoriali, l’intera regione. Le condizioni climatiche hanno infatti permesso uno sviluppo generalmente regolare delle colture, pur con inevitabili differenze tra gli areali più vocati e quelli che hanno risentito maggiormente dell’andamento meteorologico.
«Qualche zona ha prodotto di più, altre si sono mantenute nella media, ma nel complesso la campagna cerealicola 2025-2026 nelle Marche può essere considerata positiva», sottolinea Alessandrini.
Il risultato conferma come una corretta gestione agronomica, unita a condizioni climatiche favorevoli nelle fasi decisive del ciclo colturale, possa ancora garantire produzioni di buon livello.

Le rese non bastano a garantire il reddito

Se dal punto di vista produttivo il bilancio è incoraggiante, sul piano economico la situazione cambia radicalmente.
Il problema principale rimane infatti la remunerazione del grano duro, giudicata insufficiente a coprire i costi di coltivazione. L’incremento dei costi tecnici degli ultimi anni, dalla concimazione ai carburanti, fino alle lavorazioni meccaniche, continua infatti a incidere pesantemente sui conti aziendali.
«Il problema rimane la bassa remunerazione del prodotto, che non copre i costi di produzione», osserva Alessandrini.
Le aziende che hanno ottenuto rese particolarmente elevate riescono almeno a limitare le perdite, ma rappresentano una minoranza.
«Qualche agricoltore è riuscito a raccogliere anche 80 quintali per ettaro e in questo modo ha contenuto le perdite. La maggior parte delle aziende marchigiane, però, si attesta intorno ai 50 quintali per ettaro e continua a lavorare praticamente in perdita.»
Il tema della redditività resta quindi centrale. Anche in presenza di produzioni soddisfacenti, il prezzo del grano continua a non riconoscere il valore del lavoro agricolo e degli investimenti necessari per ottenere produzioni di qualità.

Prezzi del grano: il mercato continua a non premiare i produttori

La situazione marchigiana riflette una dinamica che interessa gran parte della cerealicoltura nazionale. Negli ultimi anni i prezzi hanno mostrato una crescente volatilità, influenzata dagli equilibri internazionali, dall’andamento delle produzioni mondiali e dalle importazioni.
Per gli agricoltori diventa sempre più difficile programmare gli investimenti quando il prezzo finale non consente di coprire i costi sostenuti.
Secondo Alessandrini, gli interventi pubblici adottati finora hanno avuto effetti limitati.
«Le misure messe in campo sia dal Governo sia dalle Regioni sono utili, ma rappresentano soltanto interventi tampone. Il vero problema del prezzo del grano rimane irrisolto.»
Il rischio, evidenzia, è quello di assistere a una progressiva riduzione delle superfici coltivate a cereali, con conseguenze sull’autosufficienza produttiva nazionale e sulla tenuta economica delle aree interne.

CUN: uno strumento che non convince

Tra i temi affrontati dal direttore di Confagricoltura Marche c’è anche il ruolo della Commissione Unica Nazionale (CUN) del grano duro.
Il giudizio espresso è netto.
«La CUN non serve a migliorare i prezzi e, anzi, ha creato aspettative che poi sono state deluse.»
Secondo Alessandrini, l’idea che la Commissione potesse regolare il mercato si è rivelata irrealistica.
«Si era diffusa l’illusione che la CUN avrebbe regolato il mercato attraverso l’individuazione di un prezzo minimo. Ma in un mercato libero è difficile pensare che un prezzo possa essere fissato per legge.»
La critica non riguarda soltanto il funzionamento dello strumento, ma anche la rappresentatività dei soggetti coinvolti nella formazione delle quotazioni.

Una filiera incompleta nella formazione del prezzo

Prima dell’istituzione della CUN, ricorda Alessandrini, le principali piazze di riferimento come Bologna e Foggia vedevano la partecipazione di tutti gli operatori della filiera.
Agricoltori, commercianti, stoccatori, molini e altri soggetti contribuivano infatti alla formazione del prezzo, portando ciascuno il proprio punto di vista.
Oggi, invece, secondo Alessandrini questo equilibrio si sarebbe modificato.
«Nella CUN sono rappresentati soprattutto agricoltori e pastifici. Ma gli agricoltori, nella maggior parte dei casi, non hanno più il possesso materiale del grano perché lo hanno già conferito a cooperative, consorzi o raccoglitori.»
Un aspetto che, a suo giudizio, rende più complessa una corretta valutazione del mercato reale.
A questo si aggiunge il fatto che tra il produttore agricolo e l’industria della trasformazione intervengono ulteriori costi, come trasporto, movimentazione e stoccaggio, che spesso non trovano un adeguato riconoscimento economico.

Dal grano alla pasta: una filiera complessa

Un altro elemento evidenziato riguarda il valore aggiunto che si crea lungo la filiera.
Il grano duro, ricorda Alessandrini, affronta infatti un doppio processo di trasformazione: prima diventa semola e successivamente pasta.
«Per ottenere una buona pasta serve certamente un buon grano, ma questo da solo non basta. Anche la fase industriale ha un ruolo determinante e non tutti i pastifici lavorano allo stesso modo».
Il richiamo è alla necessità di considerare l’intera filiera nella distribuzione del valore economico, evitando che il peso delle oscillazioni di mercato ricada quasi esclusivamente sulla fase agricola.

Più dialogo tra produttori, industria e distribuzione

Per superare le attuali difficoltà Alessandrini propone un cambio di approccio.
Più che rafforzare i tradizionali contratti di filiera, ritiene opportuno costruire un vero accordo interprofessionale che coinvolga tutti i soggetti interessati, dalla produzione agricola fino alla grande distribuzione organizzata.
«Serve un accordo interprofessionale che coinvolga produttori, industria e GDO. Ognuno dovrebbe assumersi responsabilità precise, con vantaggi ma anche obblighi».
Secondo Alessandrini il confronto tra le diverse componenti della filiera potrebbe favorire una maggiore stabilità e una distribuzione più equilibrata del valore.
«Non ha senso continuare a farci la guerra tra noi agricoltori e fra agricoltori e pastifici. Alla fine l’obiettivo comune è vendere la pasta».

Politiche strutturali per il futuro della cerealicoltura

Il messaggio conclusivo guarda alle istituzioni.
Gli interventi emergenziali possono offrire un sostegno temporaneo alle imprese agricole, ma non risolvono il problema della sostenibilità economica della coltivazione del grano.
Per questo Alessandrini auspica politiche di lungo periodo capaci di valorizzare realmente il ruolo dei produttori all’interno della filiera cerealicola.
La campagna cerealicola 2025-2026 dimostra che gli agricoltori marchigiani possiedono competenze tecniche e capacità produttive per ottenere raccolti di qualità. Tuttavia, senza un mercato in grado di riconoscere il giusto valore economico al frumento, anche le annate migliori rischiano di trasformarsi in un’occasione mancata.
Il futuro della cerealicoltura passa quindi non solo dall’innovazione agronomica, ma anche dalla costruzione di una filiera più equilibrata, trasparente e capace di garantire reddito alle imprese agricole che rappresentano il primo anello della produzione alimentare.

Autore: Alessandro Contini

Puoi seguirci anche sui social, siamo su FacebookLinkedin e Instagram

 

Alessandro Contini

Iscriviti alla nostra Newsletter e al servizio Whatsapp!

Cliccando "Accetto le condizioni" verrà conferito il consenso al trattamento dei dati di cui all’informativa privacy ex art. 13 GDPR.

Informativa sulla Privacy

Informativa sulla Privacy - WhatsApp

* Campo obbligatorio