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TENERO: ANNATA BUONA, QUALITÀ A DUE VELOCITÀ

Il bilancio agronomico del frumento tenero 2025/26 secondo Amedeo Reyneri: buone produzioni e granella sana al Nord.

L’annata del frumento tenero 2025/26 può essere archiviata senza particolari criticità produttive nei diversi contesti, ma dietro le medie nazionali emergono dinamiche agronomiche molto diverse tra gli areali. A leggerle per Grano Italiano è Amedeo Reyneri, Professore Ordinario di Agronomia e Coltivazioni erbacee presso il DISAFA dell’Università degli Studi di Torino (nella foto).

«Quella del 2025/26 è stata un’annata agraria discreta. Mediamente, a livello nazionale, abbiamo sostenuto bene le produzioni, in linea con quelle degli ultimi anni e con dei punti di miglioramento, nel Nord Italia e soprattutto nel Sud del paese, dove le produzioni sono state superiori a quelle degli ultimi anni».

I risultati della Rete nazionale delle prove varietali del frumento tenero, coordinata dal CREA, confermano un quadro senza grandi cedimenti: al Nord la produzione media si è attestata a 7,79 t/ha, al Centro a 6,64 t/ha e al Sud a 5,15 t/ha.

Al Nord un finale asciutto limita il riempimento

Nelle regioni settentrionali la prima parte della stagione ha creato condizioni favorevoli alla coltura. L’inverno e buona parte della primavera hanno consentito al frumento di costruire un potenziale produttivo elevato per l’ottima emergenza e l’elevato accestimento. La situazione è cambiata a partire dall’inizio di maggio quando, in molte aree del Nord, le precipitazioni si sono nettamente ridotte, con l’eccezione di parte del Veneto, e le temperatura sono cresciute ben sopra la media.

Il risultato è stato duplice. Nei terreni migliori la riduzione delle piogge ha limitato la pressione delle malattie fungine e favorito l’arrivo alla raccolta di una granella particolarmente sana. Dall’altra parte nei suoli sciolti, la carenza idrica nella fase finale non ha permesso alla coltura di completare il riempimento della cariosside vanificando le attese   iniziali.

«Rispetto alle aspettative, la parte finale del ciclo non ha consentito di riempire il chicco come volevamo. Tuttavia, nel Nord Italia, salvo nei terreni sciolti e nei terreni mal sistemati, abbiamo avuto produzioni più che buone, con punte anche di eccellenza. Le produzioni sono state anche molto sane con un ridotto contenuto di DON, cosa che non sempre si è verificata negli ultimi anni».

Il dato sul peso dei mille semi rilevato dalla Rete al Nord, sceso mediamente a 41,9 grammi dai 43,5 dell’anno precedente, è coerente con questa lettura del finale di ciclo. Allo stesso tempo, il peso ettolitrico medio è rimasto elevato, a 81 kg/hl, mentre l’incidenza delle patologie fungine, sia il complesso della septoriosi sia la fusariosi della spiga, è stata complessivamente contenuta.

Al Sud acqua disponibile ma meno azoto

È soprattutto al Sud che Reyneri individua uno dei passaggi agronomici più interessanti dell’annata. Le precipitazioni invernali hanno garantito una disponibilità idrica superiore rispetto a stagioni più difficili e hanno sostenuto le produzioni. Ma la pioggia insistente ha anche favorito il dilavamento dell’azoto, con ripercussioni sulla concentrazione proteica della granella.

Nelle prove della Rete, il contenuto proteico medio dell’areale meridionale è stato del 12,8%, circa un punto percentuale in meno rispetto alla campagna precedente. Trasportandolo in campo, fuori dalle prove, il dato consente a Reyneri di mettere in luce una dinamica più ampia che riguarda non soltanto l’andamento meteorologico ma anche le scelte tecniche compiute dalle aziende degli areali del Centro-Sud.

«Troppo sovente la scarsa redditività riduce gli apporti azotati e, riducendo gli apporti azotati, alla fine non si approfitta del positivo andamento meteorologico e della  possibilità di avere sia rese più alte sia un contenuto proteico di maggiore interesse per le filiere. Questo ha fatto sì che quest’anno ci sia stata una buona produzione a fronte di una qualità generalmente più scarsa».

È un passaggio importante perché restituisce alla fertilizzazione il suo significato agronomico completo. In presenza di una disponibilità idrica sufficiente, infatti, aumenta la possibilità della coltura di esprimere il proprio potenziale produttivo ma deve esserci una nutrizione azotata coerente con l’obiettivo. Se agli effetti del dilavamento si somma una riduzione strutturale degli input per contenere i costi, resa e soprattutto qualità possono non sfruttare le condizioni favorevoli per rilanciare la qualità del grano duro nazionale.

Quando la redditività arriva in campo

Per Reyneri, quindi, non esiste una separazione netta tra andamento dei mercati e tecniche agronomiche. La pressione sui margini aziendali finisce inevitabilmente per incidere sulle decisioni tecniche.

«È conseguenza di quel circolo vizioso per cui una minore redditività determina una minore attenzione alla tecnica agronomica e quest’ultima, poi, vuol dire avere una scarsa qualità. Questa purtroppo è la situazione attuale, quando troppo sovente per la qualità è necessario ricorrere alle importazioni».

Non significa che ogni riduzione degli input sia tecnicamente sbagliata: l’efficienza nell’uso dell’azoto resta essenziale. Il problema nasce quando la quantità distribuita non deriva da una strategia agronomica ma dalla sola necessità di comprimere il costo colturale.

La stagione 2025/26 mostra bene questa differenza: la disponibilità di acqua può creare le condizioni per produrre ma non sostituisce la gestione della fertilità e della nutrizione.

Nei panificabili superiori il compromesso più interessante

Tra i risultati della Rete, Reyneri richiama in particolare l’evoluzione dei frumenti panificabili superiori. Al Nord sono stati proprio questi ultimi a registrare la produzione media più elevata, 8,11 t/ha, davanti ai panificabili con 8,05 t/ha.

«I frumenti panificabili superiori hanno, ormai, delle rese decisamente elevate. In questa categoria riusciamo ad arrivare a un buon compromesso tra qualità e produzione. Se la coltivazione è fatta con attenzione, la qualità diventa discreta e possiamo effettivamente collocarci bene sul mercato e rispondere alle richieste delle filiere».

È probabilmente uno degli elementi più interessanti che emergono dall’annata: il miglioramento genetico sta progressivamente riducendo il tradizionale conflitto tra resa e qualità. “Ancora qualche decennio addietro un grano di forza significava ridurre del 30-40% le rese; quest’anno i risultati della rete evidenziano una riduzione delle rese molto più contenuta e di circa il 15% rispetto ad una varietà panificabile. Perché questo progresso possa tradursi in valore per l’azienda, però, la varietà deve essere accompagnata da una tecnica coerente.

Il bilancio agronomico dell’annata, dunque, è positivo. Ma proprio una stagione relativamente favorevole rende ancora più evidente quanto il risultato finale dipenda dalla capacità dell’azienda di trasformare il potenziale ambientale e genetico in produzione e qualità attraverso la gestione agronomica e una valorizzazione in filiera.

Autore: Azzurra Giorgio, Agronomo iunior

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