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TENERO, LE NOVITÀ FATICANO A ENTRARE

Le prove 2026 evidenziano nuovi materiali interessanti, ma dove resta il mercato? La lettura di Alberto Braghin.

Le nuove varietà ci sono, arrivano nella sperimentazione e, in alcuni casi, raggiungono rapidamente risultati produttivi interessanti. Il passaggio dalla prova varietale al pieno campo, però, è un’altra storia. Il mercato italiano del frumento tenero sembra, infatti, procedere con molta cautela nel ricambio genetico, continuando ad affidarsi in larga parte a varietà conosciute e utilizzate da molti anni.

È questa la riflessione che emerge dal confronto con Alberto Braghin, agronomo e consulente per la società sementiera austriaca Karntner Saatbau, da anni attivo sul mercato italiano delle sementi, anche nel comparto dei cereali autunno-vernini destinati a foraggio e biomassa.

Il punto di partenza sono i risultati della Rete nazionale delle prove varietali del frumento tenero 2025/2026 del CREA, recentemente pubblicati da Grano Italiano. Le prove mostrano un panorama genetico articolato, nel quale diversi materiali di recente introduzione hanno raggiunto prestazioni produttive elevate. Al Nord, ad esempio, KWS Peplum ha ottenuto la resa media più alta, con 8,85 t/ha, davanti a Carlotta e KWS Felice. Anche al Centro alcune delle migliori performance sono arrivate da varietà relativamente nuove, tra cui Carlotta, RGT Toronto, KWS Peplum, Galloway e Daribel.

La sperimentazione, insomma, offre alternative. Questo non significa che il mercato riesca ad assorbirle altrettanto velocemente.

Quattro varietà pesano ancora moltissimo

Per capire la distanza tra sperimentazione e diffusione commerciale è utile guardare ai quantitativi di semente certificata, il principale indicatore pubblico della diffusione delle varietà.

Tra le cultivar considerate nell’analisi condotta con Braghin emerge una concentrazione molto elevata. Nel 2024 Rebelde, Bologna, Solehio e Giorgione superavano complessivamente le 32 mila tonnellate di semente certificata. E i dati CREA confermano la loro centralità: insieme rappresentano ancora circa il 27% di tutta la semente certificata di frumento tenero.

Il dato diventa ancora più significativo se confrontato con l’età delle varietà. Bologna risale al 2002, Solehio al 2008, Rebelde al 2012 e Giorgione al 2013. Non si tratta necessariamente di un limite agronomico: la permanenza sul mercato testimonia, al contrario, affidabilità e capacità di adattamento. Ma mostra quanto sia difficile per un nuovo materiale conquistare spazio.

Secondo Braghin, il rinnovamento varietale italiano avviene lentamente. Alcune cultivar recenti hanno già superato una prima fase di introduzione: nel 2024 Algeri, ad esempio, aveva raggiunto 830 tonnellate di seme certificato nel 2024, mentre Rota superava le 430 tonnellate e Ampara le 300. Molte altre varietà presenti nelle prove nazionali si trovavano, invece, su quantità molto più ridotte, in diversi casi inferiori alle 50-100 tonnellate.

È il normale percorso di introduzione di una nuova genetica ma è anche il segnale di una barriera commerciale molto consistente.

La resa in prova non basta

Per Braghin, una buona performance nella rete sperimentale rappresenta un presupposto importante, non una garanzia di diffusione. Per convincere un agricoltore a sostituire una varietà conosciuta, una novità deve dimostrare qualcosa in più della semplice capacità di raggiungere una resa elevata in una singola campagna.

Servono stabilità produttiva tra anni e ambienti differenti, qualità merceologica, peso ettolitrico, caratteristiche proteiche adeguate alla classe di appartenenza e comportamento sanitario affidabile. Le stesse prove 2026 mostrano quanto l’interazione tra genetica e ambiente rimanga determinante: al Sud, ad esempio, alcune cultivar invernali hanno incontrato nuovamente difficoltà di spigatura in Sicilia per insufficiente vernalizzazione.

A tutto questo si aggiunge il contesto economico. Nella lettura di Braghin, un mercato della granella caratterizzato da margini contenuti non incentiva necessariamente l’agricoltore ad aggiungere un’ulteriore variabile alle molte che deve già gestire. Prezzi, andamento climatico e costi colturali sono incerti; la varietà conosciuta diventa così, almeno in parte, un elemento di sicurezza.

Il risultato può essere paradossale: la genetica evolve più rapidamente del mercato che dovrebbe utilizzarla.

Anche nel foraggio conta la fiducia

Il fenomeno non riguarda soltanto il frumento destinato alla granella. Braghin lo osserva anche nel segmento che conosce più da vicino, quello delle varietà destinate a foraggio e biomassa. Prodotti presenti da anni nelle aziende zootecniche tendono a mantenere quote importanti proprio perché l’agricoltore ne conosce comportamento, produttività e modalità di gestione.

In questo settore Braghin rileva, però, anche la presenza di aziende zootecniche strutturate e di imprenditori relativamente giovani, potenzialmente più disponibili a valutare innovazioni quando queste portano un vantaggio tecnico riconoscibile. La domanda crescente di cereali autunno-vernini per foraggio, biogas e biometano può, inoltre, creare nuovi spazi per genetiche specializzate.

La questione, in definitiva, non sembra essere la mancanza di innovazione varietale. La sperimentazione 2026 dimostra che il materiale genetico nuovo esiste e può raggiungere risultati interessanti. La vera sfida è trasformare una buona performance sperimentale in fiducia aziendale, dimostrando nel tempo che cambiare varietà può produrre un vantaggio sufficientemente concreto da giustificare l’abbandono di materiali che gli agricoltori conoscono, in alcuni casi, da oltre vent’anni.

Autore: Azzurra Giorgio

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