Campania proteica (e mal pagata)
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CAMPANIA PROTEICA (E MAL PAGATA)

L’annata 2025-2026 ha registrato un calo delle rese del grano duro in Campania. Carlo Maresca analizza gli effetti del clima e le difficoltà del mercato.

La qualità del grano duro cresce ma il mercato non la riconosce.

L’annata 2025-2026 ha lasciato in Campania un bilancio meno positivo rispetto all’ annata precedente per il frumento duro. Le rese sono diminuite rispetto alla stagione precedente e anche il contenuto proteico ha registrato una flessione, seppure più contenuta. A incidere è stata soprattutto la forte variabilità meteorologica, che ha alternato una prima parte della stagione favorevole alle operazioni colturali a una fase più calda e asciutta, capace di accelerare il ciclo della coltura.
A questo si aggiungono alcune criticità strutturali. La pressione delle infestanti, in particolare del loietto resistente agli erbicidi, aumenta i costi e rende più complessa la gestione agronomica. Sul fronte varietale, invece, l’esperienza degli ultimi anni mostra quanto la scelta genetica possa incidere sulla produttività e sulla qualità della granella.
Infine, resta aperto il problema della redditività. La domanda di grani ad alto tenore proteico cresce, ma il mercato non sempre riconosce al cerealicoltore il valore della qualità prodotta. È questo il quadro delineato da Carlo Maresca, agronomo e agricoltore associato a Confagricoltura, che segue circa 450 ettari di frumento duro tra Campania e Puglia, nel territorio del Subappennino Dauno.

Un’annata condizionata dal clima

Per comprendere il risultato produttivo della campagna appena conclusa bisogna partire dall’andamento meteorologico. Nelle aziende seguite da Maresca la prima parte della stagione non ha creato particolari problemi. Le precipitazioni sono state abbondanti, ma non eccessive, fino al periodo della semina.
Questo ha permesso di rispettare le principali operazioni agronomiche. In particolare, è stato possibile intervenire con le concimazioni azotate nei tempi previsti. Una condizione non scontata negli areali cerealicoli meridionali, dove in alcune zone gli eccessi di pioggia hanno invece ostacolato la semina e ritardato le lavorazioni.
«Nei primi mesi abbiamo avuto precipitazioni abbondanti, ma non eccessive», spiega Maresca. «Questo ci ha consentito di effettuare per tempo le operazioni colturali e le concimazioni azotate».
La situazione è però cambiata nella fase successiva. La pioggia è praticamente venuta meno e le temperature hanno superato le medie del periodo. Il risultato è stato un anticipo del ciclo colturale.
L’anticipo fenologico non rappresenta necessariamente un problema. Può diventarlo quando si accompagna a condizioni di temperatura e disponibilità idrica poco favorevoli nelle fasi decisive per la formazione e il riempimento della granella. In questi casi la coltura dispone di meno tempo e di minori risorse per esprimere il proprio potenziale produttivo.

Azoto e proteine: la gestione ha fatto la differenza

Nonostante il clima variabile, nelle aziende seguite da Maresca è stato possibile completare il programma di concimazione azotata. La tempestività degli interventi ha avuto un ruolo importante soprattutto nella gestione della qualità.
Dopo la prima concimazione, infatti, è stato possibile effettuare anche la seconda e la terza distribuzione. Quest’ultima è stata eseguita nella fase di botticella, con l’obiettivo di sostenere il contenuto proteico della granella.
«Siamo riusciti a effettuare per tempo la seconda concimazione azotata e poi anche la terza in corrispondenza della fase di botticella, proprio per favorire il tenore proteico», racconta l’agronomo.
Il risultato, tuttavia, non ha raggiunto i livelli dell’annata precedente. La resa quantitativa ha accusato una diminuzione più evidente, mentre la riduzione del contenuto proteico è stata più contenuta.
Il dato conferma quanto sia complesso oggi programmare la fertilizzazione del frumento duro. L’azoto deve sostenere sia la produttività sia i parametri qualitativi richiesti dall’industria. Allo stesso tempo, il suo impiego deve fare i conti con i costi degli input e con l’incertezza climatica.
Il rischio è che il cerealicoltore, per contenere i costi, riduca la quantità di azoto distribuita. Ma una strategia uniforme di riduzione può compromettere proprio quei parametri qualitativi che il mercato remunera maggiormente.

La scelta varietale diventa strategica

Il secondo elemento che emerge dall’esperienza campana riguarda la genetica. Negli anni le aziende seguite da Maresca hanno modificato le varietà coltivate, cercando un equilibrio tra produttività, adattamento all’ambiente e qualità della granella.
In passato alcune aziende utilizzavano lo Zenith, ma l’esperienza in campo ha evidenziato una certa difficoltà della varietà rispetto alla ruggine. La risposta è stata il passaggio ad altre genetiche, tra cui Svevo e Aureo.
Negli ultimi tre anni la scelta si è concentrata soprattutto sul Leondur, una varietà di origine francese che, secondo l’esperienza aziendale riportata da Maresca, presenta una produttività superiore rispetto all’Aureo e un tenore proteico più elevato.
«Da tre anni coltiviamo Leondur», afferma Maresca. «È più produttivo dell’Aureo e garantisce anche un tenore proteico più elevato».
L’esperienza non va letta come una classifica assoluta delle varietà. La risposta produttiva di un frumento dipende infatti dall’ambiente, dalla tecnica colturale, dalla disponibilità idrica e dalla pressione delle avversità. La scelta varietale deve quindi partire dalla conoscenza dell’areale e degli obiettivi produttivi dell’azienda.

Aventadur per i terreni più difficili

La differenziazione varietale diventa ancora più importante quando cambiano le caratteristiche dei terreni. È il caso delle aree montane, dove le condizioni pedologiche possono rendere più difficili le lavorazioni e aumentare i costi di produzione.
In questi appezzamenti Maresca utilizza Aventadur, caratterizzato da un ciclo più precoce. La varietà viene destinata soprattutto ai terreni di montagna, dove la presenza di scheletro rende più complicata la gestione agronomica.
Qui la strategia aziendale punta anche alla riduzione dei costi. Si ricorre a lavorazioni più superficiali e, in alcuni casi, alla semina a spaglio.
«Nei terreni di montagna cerchiamo di ridurre le spese, perché sono aree difficili da coltivare e ricche di scheletro», spiega Maresca.
Il potenziale produttivo è inevitabilmente più contenuto. In queste condizioni la resa massima indicata dall’agricoltore arriva a circa 21 quintali per ettaro.
Il dato mette in evidenza un principio importante: la produttività non può essere valutata separatamente dal costo necessario per ottenerla. In un terreno marginale, una varietà produttiva e una tecnica ad alto input non sono automaticamente la soluzione migliore. La sostenibilità economica della coltura richiede di rapportare resa, qualità e costi.

Il loietto è sempre più difficile da controllare

Tra i problemi agronomici più rilevanti emerge poi quello delle infestanti. Nelle aziende considerate il principale avversario è il loietto, la cui gestione è diventata complessa a causa della resistenza a diversi erbicidi.
La presenza di popolazioni resistenti modifica profondamente la strategia di difesa. Non basta più individuare il prodotto più efficace. Diventa fondamentale intervenire sulla gestione complessiva dell’appezzamento, evitando di favorire la disseminazione dell’infestante e alternando, dove possibile, modalità di controllo differenti.
«Il problema principale è il loietto, ormai resistente a molti erbicidi», sottolinea Maresca. «Bisogna fare attenzione anche alle lavorazioni, perché possono favorire la disseminazione».
Quando l’infestazione raggiunge livelli elevati, le alternative si riducono. In alcuni appezzamenti è stato necessario ricorrere al glifosate in presemina, con un conseguente aumento dei costi di produzione.
La lezione agronomica è chiara: la lotta alle infestanti non può essere considerata una voce secondaria del processo produttivo. La presenza di malerbe resistenti può ridurre la competitività della coltura e costringere l’azienda a interventi più costosi.

Proteine richieste dal mercato, ma costi in aumento

Il problema della qualità si intreccia direttamente con quello economico. L’industria pastaia richiede sempre più spesso grani caratterizzati da un elevato tenore proteico. Per il cerealicoltore, però, raggiungere questi livelli significa sostenere costi maggiori, soprattutto quando il prezzo dei fertilizzanti azotati aumenta.
Maresca osserva che quest’anno diversi produttori hanno ridotto le concimazioni proprio per contenere i costi. Una scelta comprensibile dal punto di vista economico, ma che può avere conseguenze sulla qualità.
«L’industria pastaia richiede sempre di più grani con un elevato tenore proteico», osserva. «Ma con l’aumento dei prezzi dei concimi azotati parecchi cerealicoltori hanno preferito ridurre le concimazioni».
Si crea così un possibile paradosso. La filiera chiede una materia prima di maggiore qualità, ma il produttore deve sostenere costi crescenti per ottenerla. Se il differenziale di prezzo tra un grano standard e un grano con caratteristiche qualitative superiori non compensa l’investimento, l’incentivo a produrre qualità si indebolisce.

Un mercato che non sostiene abbastanza il reddito

Alle difficoltà produttive si aggiunge una situazione di mercato descritta da Maresca come stagnante. Secondo la sua analisi, i granai risultano ancora pieni nonostante la riduzione delle superfici coltivate a frumento in Italia.
Anche l’export verso alcuni mercati del Nord Africa avrebbe rallentato. Tunisia e Marocco, in particolare, hanno registrato produzioni interne soddisfacenti, riducendo la necessità di ricorrere alle importazioni.
A pesare è anche il consumo interno di pasta, che secondo l’agricoltore mostra una tendenza alla diminuzione.
Il risultato è una pressione sulla redditività della cerealicoltura. La questione non riguarda soltanto il prezzo nominale del grano, ma il rapporto tra il valore riconosciuto alla granella e il costo necessario per produrla.
Per un’azienda cerealicola, infatti, una resa elevata non basta. Servono anche un adeguato contenuto proteico, parametri merceologici soddisfacenti e un prezzo capace di coprire i costi e remunerare il lavoro e il capitale investito.

Il nodo della CUN e della formazione del prezzo

Nel quadro delineato da Maresca c’è infine il tema della Commissione Unica Nazionale del grano duro. L’agricoltore e agronomo ha fatto parte della Commissione Sperimentale Nazionale della CUN in rappresentanza di Confagricoltura e considera ancora oggi problematico il suo funzionamento.
La critica riguarda soprattutto la sovrapposizione dei ruoli tra le diverse componenti della filiera.
«Ho segnalato che così la CUN non può funzionare», afferma Maresca. «C’è una confusione di ruoli fra commercianti, trasformatori e agricoltori».
Il punto non riguarda soltanto il meccanismo di formazione del prezzo. Riguarda la necessità di creare un luogo nel quale domanda e offerta possano confrontarsi in modo trasparente.
Maresca ricorda anche il precedente sistema delle borse merci. Pur con i suoi limiti, secondo la sua valutazione, permetteva un confronto tra soggetti diversi della filiera.
«Le borse merci non erano il massimo dell’efficienza, ma in qualche modo funzionavano», sostiene. «Nelle varie borse c’era un incontro fra le esigenze di più soggetti».
La discussione sulla CUN si inserisce quindi in un problema più ampio: come costruire un sistema di mercato capace di dare segnali comprensibili agli agricoltori. Per chi deve decidere quanto grano seminare, quale varietà scegliere e quanto investire in fertilizzazione e difesa, la prevedibilità del ritorno economico è un elemento essenziale.

Per il grano campano servono tecnica e valore

L’esperienza delle aziende seguite da Carlo Maresca mostra una cerealicoltura campana chiamata a gestire contemporaneamente diverse variabili. Il clima rende più difficile prevedere il comportamento della coltura. Le infestanti resistenti aumentano la complessità della difesa. I costi degli input limitano la possibilità di investire. E il mercato non sempre remunera adeguatamente la qualità.
In questo scenario la tecnica agronomica resta uno degli strumenti principali a disposizione dell’agricoltore. La scelta della varietà deve considerare il territorio. La concimazione azotata deve essere tempestiva e calibrata. La gestione delle infestanti deve partire dalla prevenzione della disseminazione. E nei terreni marginali occorre valutare con attenzione il rapporto tra input e resa.
Ma la tecnica da sola non basta. Se l’industria chiede grano con più proteine e migliori caratteristiche qualitative, la filiera deve riconoscere economicamente il valore di queste produzioni.
L’annata 2025-2026 consegna dunque al grano duro campano un risultato produttivo inferiore rispetto alla stagione precedente, ma anche una serie di indicazioni per il futuro. In un contesto climatico sempre più variabile, la capacità di adattare genetica e tecnica colturale sarà decisiva. Altrettanto decisiva sarà la capacità della filiera di costruire condizioni economiche che rendano conveniente continuare a produrre grano duro di qualità.

Autore: Alessandro Contini

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Alessandro Contini

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