la stabilità vale più della resa
Home » DURO, LA STABILITÀ VALE PIÙ DELLA RESA

DURO, LA STABILITÀ VALE PIÙ DELLA RESA

Le prove nazionali 2026 confermano il peso determinante dell’ambiente sulle rese del frumento duro. Il commendo di Michele De Santis.

La varietà che produce di più non è necessariamente quella che garantisce i risultati migliori nel tempo. È uno degli elementi che emergono dall’analisi delle prove della Rete nazionale del frumento duro 2025-2026, alla luce delle considerazioni di Michele De Santis, ricercatore dell’Università di Foggia. In un contesto climatico sempre più variabile, la capacità di mantenere produzioni soddisfacenti in condizioni ambientali differenti potrebbe diventare un criterio di scelta ancora più importante della massima resa raggiungibile in una singola annata.

I risultati della Rete nazionale, già pubblicati da Grano Italiano, mostrano produzioni mediamente elevate, con 5,43 t/ha nel Sud e nelle Isole e 7,15 t/ha nel Centro-Nord. Ma dietro questi numeri si nasconde una questione fondamentale per gli agricoltori: quanto delle differenze produttive dipende effettivamente dalla varietà e quanto, invece, dall’ambiente in cui viene coltivata?

L’ambiente conta più della genetica

Secondo Michele De Santis, la risposta è piuttosto chiara. «I risultati della Rete del frumento duro confermano, anche per il 2025/2026, come il fattore ambientale sia prevalente rispetto a quello genetico».

Un’affermazione particolarmente significativa per gli areali del Centro-Sud, dove la variabilità climatica tra un’annata e l’altra rappresenta uno dei principali fattori che condizionano le prestazioni agronomiche del frumento duro.

Non significa che la scelta varietale sia poco importante. Al contrario, proprio l’interazione tra genotipo e ambiente determina la risposta produttiva delle diverse cultivar. Una varietà può ottenere risultati eccellenti in determinate condizioni e perdere parte del proprio vantaggio quando cambiano temperature, precipitazioni o disponibilità idrica.

È per questo che le classifiche delle prove varietali mostrano una certa variabilità tra annate e areali. Il posizionamento delle cultivar può cambiare sensibilmente tra ambienti e stagioni, rendendo rischioso basare le decisioni di semina esclusivamente sui risultati dell’ultima campagna.

Il progresso genetico rallenta

De Santis richiama anche un fenomeno che riguarda più direttamente il miglioramento genetico: il progressivo rallentamento dell’incremento delle rese ottenuto attraverso l’introduzione di nuove varietà, il cosiddetto yield gain.

Negli ultimi anni, osserva il ricercatore, si sta assistendo a una generale riduzione di questo progresso produttivo. Una delle spiegazioni riguarda il fatto che la selezione genetica utilizza frequentemente incroci tra materiali geneticamente imparentati, restringendo progressivamente la variabilità disponibile.

Questo non significa che il miglioramento genetico abbia esaurito le proprie possibilità. La selezione continua a lavorare sull’adattamento agli stress biotici e abiotici, dalla pressione delle malattie alle condizioni climatiche sfavorevoli. Tuttavia, la ricerca di incrementi produttivi sempre maggiori diventa più complessa.

Il risultato è un cambiamento di prospettiva: accanto al potenziale produttivo massimo, acquistano importanza la capacità di adattamento e la regolarità delle prestazioni.

Le nuove varietà vanno valutate nel tempo

Un altro aspetto riguarda l’interpretazione dei risultati delle cultivar di recente introduzione.

«Generalmente le nuove varietà presentano un interessante livello di produttività iniziale che si stabilizza nel tempo», spiega De Santis, sottolineando come siano necessarie diverse stagioni agrarie per formulare valutazioni sufficientemente robuste.

Il tema è particolarmente attuale considerando che nella campagna 2025-2026 la Rete ha valutato complessivamente 41 varietà, delle quali otto al primo anno di sperimentazione.

Tra queste, LG Laureano si è distinta nel Sud e nelle Isole, mentre Farah ha mostrato una buona adattabilità nel Centro-Nord, superando la media produttiva in 11 dei 14 ambienti di prova.

Sono indicazioni interessanti ma che richiedono conferme nelle prossime campagne. Una varietà al primo anno può infatti beneficiare di condizioni particolarmente favorevoli, senza che questo garantisca necessariamente prestazioni analoghe negli anni successivi.

Al contrario, i materiali valutati per più stagioni permettono di costruire un quadro più attendibile della risposta produttiva in condizioni climatiche differenti.

Antalis e il valore della stabilità

È in questa prospettiva che De Santis richiama l’attenzione su Antalis, una delle varietà più diffuse nella cerealicoltura italiana.

Il ricercatore osserva che i risultati medi della Rete hanno evidenziato una variabilità produttiva relativamente contenuta tra le 30 cultivar confrontate nei singoli macro-areali, richiamando proprio Antalis come esempio di genotipo capace di esprimere una buona stabilità in condizioni ambientali differenti.

Un elemento che trova riscontro anche nella serie storica delle prove: nel 2024 Antalis era risultata tra le cultivar più produttive del Sud, mentre nel 2025 aveva confermato buone prestazioni in entrambi i macro-areali.

Nella campagna 2026 non figura, invece, tra le varietà con i massimi indici produttivi, pur distinguendosi nel Sud e nelle Isole per il peso ettolitrico della granella.

È un esempio utile per comprendere la differenza tra massimo potenziale e affidabilità produttiva. La stabilità, infatti, non implica necessariamente il raggiungimento delle rese più elevate ogni anno ma la capacità di limitare le oscillazioni delle prestazioni al variare delle condizioni di coltivazione.

La scelta varietale deve partire dal territorio

Le prove nazionali rappresentano, dunque, uno strumento fondamentale ma non possono sostituire completamente la conoscenza delle condizioni aziendali.

De Santis sottolinea che l’adattabilità varietale deve essere valutata rispetto alle specifiche caratteristiche pedoclimatiche che possono cambiare sensibilmente anche all’interno della stessa regione.

Per l’agricoltore, questo significa considerare non soltanto gli indici medi della Rete ma anche i risultati degli ambienti più simili ai propri, possibilmente confrontando più annate.

La conoscenza del terreno e delle pratiche aziendali resta determinante. Epoca di semina, nutrizione e difesa fitosanitaria possono modificare sensibilmente la risposta della coltura, anche a parità di varietà. Da qui l’importanza, evidenziata da De Santis, di un coinvolgimento sempre maggiore degli agricoltori nella valutazione delle cultivar.

In definitiva, la sfida non è individuare un’unica varietà vincente su scala nazionale, ma riconoscere quelle capaci di offrire il migliore equilibrio tra potenziale produttivo, adattabilità e regolarità delle rese nei diversi territori.

In un mercato caratterizzato da margini sempre più compressi, ridurre l’incertezza produttiva può diventare importante quanto aumentare la produzione massima. E’ proprio questa la prospettiva che rende sempre più preziose le informazioni raccolte attraverso le prove pluriennali della Rete nazionale.

Autore: Azzurra Giorgio

Puoi seguirci anche sui social, siamo su Facebook, Linkedin e Instagram

Iscriviti alla nostra Newsletter e al servizio Whatsapp!

Cliccando "Accetto le condizioni" verrà conferito il consenso al trattamento dei dati di cui all’informativa privacy ex art. 13 GDPR.

Informativa sulla Privacy

Informativa sulla Privacy - WhatsApp

* Campo obbligatorio